L’Età del pane: attraverso i corpi di Pasolini e Moro, Gifuni scuote l’Arena del Sole

Assistere agli spettacoli “Il Male dei Ricci” e “Con il vostro Irridente Silenzio” ha portato ciascuno ad avere la sensazione che l’isolamento patito da questa improbabile coppia fosse il destino ineluttabile di chi aveva gli strumenti per comprendere davvero il nostro Paese

di Andrea Femia, digital strategist cB


Ci sono esperimenti teatrali che nascono per stupire, e altri che invece scelgono una strada infinitamente più tortuosa: attraversare il dolore, il pensiero e la memoria di un Paese senza cercare scorciatoie emotive. L’esperimento compiuto da Fabrizio Gifuni all’Arena del Sole di Bologna appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Portare in scena, a distanza di pochissimi giorni, “Il male dei ricci” e “Con il vostro irridente silenzio” ha significato confrontarsi con due figure enormi della storia italiana, Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro, senza ridurle a simboli facili o a materiali da commemorazione. Ha significato assumersi il rischio di lasciar assaporare il loro angoscioso vivere nella complessità, nella loro solitudine irriducibilmente umana.

Gifuni nei suoi spettacoli propone qualcosa di raro: non interpreta semplicemente Pasolini e Moro, ma presta loro il proprio corpo, la propria voce, che si smaterializza per riformarsi, nuova, sul corpo dell’interpretato, dall’espressione tonale fino al proprio respiro, trasformandosi egli stesso in un luogo di passaggio per due esistenze diversissime, eppure unite da un isolamento che ancora oggi l’Italia fatica a comprendere, ma accetta con serenità passiva. Un isolamento cercato, nel caso di Pasolini, quasi necessario alla sua lucidità feroce; un isolamento subito, devastante e tragico, nel caso di Moro, rinchiuso nei cinquantacinque giorni del sequestro che avrebbero lacerato non soltanto la sua anima ma quella di un intero Paese.

Assistere agli spettacoli “Il Male dei Ricci” e “Con il vostro Irridente Silenzio”, per giunta il 9 maggio, giorno dell’anniversario della morte di Moro, ha portato ciascuno ad avere la sensazione che questo isolamento patito da questa improbabile coppia fosse il destino ineluttabile di chi aveva gli strumenti per comprendere una fetta significativa dell’identità del nostro Paese, e forse, più in generale, della contemporaneità.

La grandezza del lavoro di Gifuni sta proprio nell’aver evitato qualsiasi scorciatoia contemporanea. Non c’è mai il tentativo di trasformare quei testi in una lezione immediata sull’oggi, né la ricerca di un parallelismo forzato con il presente. Al contrario, è sembrato evidente il tentativo di sottrarsi consapevolmente alla tentazione della lettura intrisa di forzosa contemporaneità. Ed è proprio su questa distanza che fonda la forza degli spettacoli. Leggere ciò che è stato non significa necessariamente ottenere strumenti automatici per interpretare ogni episodio del presente, ma comprendere le fondamenta profonde su cui poggia il nostro tempo. E quelle fondamenta, in Italia, continuano a portare le crepe che Pasolini e Moro avevano visto con una lucidità a tratti insopportabile, per entrambi loro.

Nel Pasolini di Gifuni emerge tutta la disperazione profetica, così difficile da associare a quel fisico così esile ma elegante, raccolto in quella corporatura così poco oracolare. L’“età del pane”, evocata come contrapposizione alla società dei consumi, incorpora il peso di un rimpianto civile prima ancora che culturale. La consapevolezza di una perdita di relazioni autentiche e, ancora, di una povertà che non coincideva certamente con l’umiliazione morale prodotta dal consumismo, già così tanto feroce nel suo imporsi. Viene chiaro comprendere che nel suo isolamento quasi psichiatrico, Pasolini intuiva il rischio di una società capace di trasformare persino gli ultimi nei più fedeli alleati del proprio declino etico, e Gifuni ha davvero saputo restituire questa intuizione senza trasformarla in slogan, lasciandola invece sedimentare lentamente nella coscienza dello spettatore. Devo dire, usando lo spazio privatamente, ho impiegato 38 anni per cogliere questo lato di dolorosa lettura pasoliniana, sempre sfuggita, sempre scambiata per altro, non nascondo una certa crisi nel trovarmi di fronte a quel corpo da attraversare.

In “Con il vostro irridente silenzio”, invece, domina un’altra forma di dolore, più esplicito, meno narrativo, meno metaforico. Schietto e angoscioso. Il Moro di Gifuni è un uomo che comprende perfettamente ciò che sta accadendo attorno a lui, non mancando di ricordare la sua forte lucidità, che è la lente attraverso la quale percepisce l’abbandono, la distanza, la freddezza della politica e dello Stato. Non c’è retorica nella sua sofferenza, ma una consapevolezza devastante. Ed è forse proprio questa consapevolezza a rendere il personaggio insostenibilmente umano.

Il teatro è stato definito in queste sere come il luogo in cui abitano i fantasmi. E nei lavori di Gifuni i fantasmi non sono soltanto quelli di Pasolini e Moro, ma quelli dell’anima stessa di un Paese che con quel torpore ha fatto i conti solo in parte, senza riuscire davvero a creare una scusa accettabile per muoversi in avanti. Per questo i due spettacoli non possono essere definiti “necessari” – il teatro non salva e non risolve – ma certamente risultano importanti, perché popolari. In quanto capaci di restituire popolo, sulla scorta di due figure diversissime, senza mai sforzarsi di farle apparire uguali.

Quando il teatro incontra interpreti di questa statura sa creare coscienza. Non è esattamente poco.


Un pensiero riguardo “L’Età del pane: attraverso i corpi di Pasolini e Moro, Gifuni scuote l’Arena del Sole

  1. Signori si nasce non si diventa ( Totò) , pensiero nobile, la Cittadella del Povero, gesto concreto discutibile, rischio povertà cronicizzata, ghetto senza sbocco…etc Strana città Bologna, aperta alle soluzioni più disparate, di buon cuore, ma ciò che è Mio è Mio, ti aiuto ma stai a casa tua.L’ incapacità di dare risposte sul piano Sociale, è senza dubbio la cosa che salta all’ evidenza, probabilmente il sottotitolo è il posto per tutti non c’è.Spesso si cade in una sorta di malinconia perché impotenti difronte ad accadimenti più grandi di Noi con il rischio di creare povertà di professione.

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