Immaginare un ulteriore innalzamento del contributo richiesto dalla collettività all’élite sempre più florida della città pare un gioco che vale decisamente la candela, in nome di una redistribuzione più equa e della garanzia di accesso, per la platea sempre più vasta di cittadini in difficoltà, a diritti in fin dei conti costituzionalmente garantiti
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Era difficile non sentire una stretta allo stomaco, sabato scorso, osservando una vecchia mendicante che, con lentezza, rovistava nel cestino posto accanto all’ingresso di Bottega Portici mentre qualche decina di persone, accalcate nel già stretto passaggio pedonale imposto dal cantiere della Garisenda, attendeva di salire all’ultimo piano di Palazzo Strazzaroli per prender parte, con entusiasmo, al pranzo di autofinanziamento organizzato da Cucine Popolari al civico numero uno di piazza di Porta Ravegnana.
Sensazione che, fatalmente, si andava intensificando una volta salite le scale e raggiunto il terrazzo panoramico all’ultimo piano dell’edificio, accolti dai ragazzi del Bologna Rugby, volontari per un giorno. Facile per converso, davanti a quella magnifica visione, immaginare di poterne condividere la calda luce con l’anziana senza dimora, comodamente allungati su un paio di sdraio in soffice lino, magari accompagnati da un cabaret di salatini e una fresca tonica ghiaccio e limone.
Inevitabile poi, scorgendo il fazzoletto di collina timidamente nascosto dietro la rigida silhouette dell’Asinelli, ripensare all’ultimo articolo di Raffaele Lungarella a proposito della geografia del reddito bolognese (qui). E a quella volta che una buona amica, medico fuorisede, passando nel corso della stessa serata da via San Mamolo alla Bolognina mi confessò che la sua sensazione, nel farlo, non era molto diversa da quella che prova chi ha appena cambiato città. Affermazione che io, sconsolato, non potei far altro che sottoscrivere.
È ormai conclamato il fatto che, nonostante gli sforzi pubblici e privati di tanta brava gente, le disuguaglianze della nostra società, giorno dopo giorno, non sembrano voler desistere da un desiderio di crescita galoppante. Ed è altrettanto evidente che la cosiddetta “responsabilità sociale d’impresa”, per quanto apprezzabile, non può essere il perno di un cambiamento mirato all’effettivo livellamento delle ingiustizie, sempre più marcate, che il sistema vigente genera.
Certo ogni economista, studiando le curve, potrebbe asserire trionfalmente che il reddito medio in città aumenta. Ma qualunque persona dotata di senno, con o senza laurea conseguita in Piazza Scaravilli, potrebbe assicurargli che, con intensità ancora maggiore e al netto dell’aumento dei costi, la distribuzione della ricchezza si polarizza verso chi già aveva più degli altri. Se si vuole davvero porre un freno alla barbarie, dunque, è quella la ferita più urgente da sanare.
Non si tratta, beninteso, di demonizzare i concittadini cui le capacità o la sorte abbiano offerto in dono, nel corso del tempo, la prosperità materiale – ancorché alcuni di loro, a essere onesti, si meriterebbero la pisciata in testa che riservano a chi è decisamente meno fortunato (qui). Ma vista anche la latitanza del governo romano sul tema, immaginare un ulteriore innalzamento del contributo richiesto dalla collettività a questa élite sempre più florida – attraverso l’aumento delle aliquote comunali, dove ancora possibile, o per mezzo di strumenti anche temporanei come, per esempio, i ticket sui farmaci voluti dalla Regione – pare un gioco che vale decisamente la candela, in nome di una redistribuzione più equa e della garanzia di accesso, per la platea sempre più vasta di cittadini in difficoltà, a diritti in fin dei conti costituzionalmente garantiti.
Nell’attesa che si raggiunga finalmente il socialismo, non si può far altro che sottolineare una volta di più il ruolo fondamentale del volontariato, ancor più benedetto in questi tempi così difficili. Ma credo che tanto Giovanni Melli e Roberto Morgantini, quanto i meravigliosi volontari delle Cucine Popolari e delle altre innumerevoli realtà solidaristiche cittadine, possano capirmi se in conclusione auspico che, in un futuro non tanto lontano, sarebbe bello vivere in una città che possa fare affidamento sulla loro grande generosità per scelta e non per forza.
Sarebbe finalmente, quella sì, la città della giustizia sociale cui molti di noi, con ostinazione, aspirano.

Sfamateli, non vogliamo il Socialismo, non fataci vedere cio’ che si diventa quando le scelte fatte si sono rivelate sbagliate….la fortuna gira a nostro ( S ) favore. Cosi’ di pancia il commento e’ che nel 2026 la Carita’ la fa’ da padrona, poco o nulla e’ cambiato.
Riflessione molto interessante.
Quale strada percorrere tra la carità e la regola civica, socialista e cattolica, per cui “chi ha di più aiuta di più”? A questa domanda, ahimè, temo che sia possibile rispondere con un’ulteriore riflessione relativa al sistema fiscale. Gli spazi di manovra per un comune sono molto molto limitati: hanno solo l’addizionale IRPEF a disposizione. Ipotesi tipo quelle dei ticket non sono praticabili. Al massimo Ppossono decidere di applicare l’addizionale IRPEF comunale al reddito in base ad una aliquota unica uguale per tutti gli scaglioni oppure una aliquota differenziata in base agli scaglioni di reddito. La legge, però, ahimè, non autorizza deroghe al valore massimo dello 0, 8%. Ed ecco che una risposta esaustiva impone un’ulteriore riflessione sul sistema di finanziamento delle politiche comunali, tema che oggi nessun partito vuole affrontare pur sapendo che i comuni non hanno risorse sufficienti. Sempre che, i comuni, non si ad autorizzare “edificazioni” per incassare oneri di urbanizzazione che, solo in parte, sono destinabili alla spesa corrente: quindi più cemento potrebbe significare più aiuto ai meno abitanti.
Decisamente un percorso ben poco intelligente, spesso sfruttato attraverso le autorizzazioni a costruire centri commerciali e supermercati.
È triste ammetterlo, ma la risposta passa dall’ennesima domanda: un comune a chi, come e perché chiede le risorse finanziarie, sotto forma di tasse, per le indispensabili politiche di attenzione verso coloro che non vivono di fortuna e nemmeno di talento?
L’argent non è un tema molto affine alla destra che vive in base all’undicesimo comandamento, ahimè sbagliatissimo, di non mettere le mani nelle tasche degli italiani.
Ahinoi, ricordiamocelo.
Imposta di soggiorno più alta ? Addizionale IRPEF ? O come ha fatto Venezia un ticket di ingresso ? IMU su airb&b più alta ?