Il partito “liquido” dei partigiani

La convivenza non tutta pacifica fra aspetti spontaneistici e organizzazioni partitiche si vede bene nel libro che Rinaldo Falcioni e Valerio Frabetti hanno dedicato a “La Brigata Matteotti di Montagna”, in uscita da Pendragon (con presentazione di Giuseppe Nanni, introduzione di Alberto Preti, illustrazioni di Matteo Matteucci) che viene presentato oggi alle 17 all’Istituto Parri da Alberto Preti, Anna Cocchi ed Enrico Verdolini

di Ugo Berti Arnoaldi, ex dirigente editoriale


Fra le non molte carte della brigata Matteotti di Montagna conservate nell’archivio dell’Istituto Parri, consultate tempo fa, mi colpirono in particolare due paginette redatte da Enrico Bassi, storica figura del socialismo bolognese: una scheda biografica di Giacomo Matteotti, destinata a spiegare ai giovani partigiani chi mai fosse quel tizio cui la brigata, organizzata dal partito socialista, era intitolata. Si andava «alla macchia» come atto di rivolta e secessione dal fascismo ma, parlando dei ragazzi, chi sapeva cos’erano i partiti?

Nel giugno 1944, negli stessi luoghi dove nasceva la Matteotti, altri giovani si aggregavano in banda e ricevevano da Bologna il comandante: «questo arriva e ci dice che alla formazione è stato assegnato il nome di “Giustizia e Libertà” e nessuno sapeva cosa fosse»; «noi ragazzi non sapevamo niente di comunismo, socialismo…». E figurarsi del Partito d’Azione, costituito in clandestinità appena due anni prima.

Ma per solide ragioni militari e politiche era necessario che quel primo spontaneo afflusso alla Resistenza si istituzionalizzasse: per rendere più efficace l’azione militare, per trovare riconoscimento negli Alleati, per porre le basi della vita politica del dopoguerra. Ciò nonostante, e nonostante i partiti si siano poi divisi l’eredità della Resistenza (si pensi alla rapida fine dell’associazionismo partigiano unitario dell’Anpi 1944, in mano ai comunisti e per questo abbandonato dai cattolici, Fivl, e da azionisti e socialisti, Fiap), l’impressione che rimanda la Resistenza guardata dalla base e non dal Cln, è che le brigate Garibaldi fossero sì comuniste, ma per modo di dire, e così le Matteotti, e così le formazioni di Giustizia e Libertà. «Allora era tutto molto liquido», ha detto il giellino Checco, che era mio padre, «noi eravamo essenzialmente antifascisti e gaggesi, questa era la cosa importante, non tanto che fosse Gl o Matteotti o comunista».

La convivenza non tutta pacifica fra aspetti spontaneistici e organizzazione di partito si vede bene nel libro che Rinaldo Falcioni e Valerio Frabetti hanno dedicato a La Brigata Matteotti di Montagna in uscita da Pendragon (con presentazione di Giuseppe Nanni, introduzione di Alberto Preti, illustrazioni di Matteo Matteucci) che viene presentato oggi alle 17 all’Istituto Parri da Alberto Preti, Anna Cocchi ed Enrico Verdolini. Si vede già fin dal sottotitolo «Da Toscanino, a Nino, a Toni», perché sì, la Matteotti fu formalmente costituita nel porrettano nella tarda primavera del 1944 per iniziativa di Nino, ossia Fernando Baroncini dirigente socialista bolognese, ma in zona partigiani ce n’erano da qualche mese, gruppetti più o meno sciolti, più o meno organizzati, come ha mostrato anni fa un corposo studio di Pier Giorgio Ardeni e come elencano qui gli autori contandone almeno una dozzina. L’opera di Nino e del partito socialista consistette dunque nello sforzo di metterli insieme, poi di indirizzare alla neonata Matteotti giovani da Bologna e persino un cospicuo gruppo di molinellesi, e infine di sottometterne l’attività alle direttive del Cumer, il Comando unico di Bologna. Il Toscanino, Alfredo Mattioli, comandava il più attivo dei gruppi partigiani della zona confluito nella Matteotti, e averlo posto come primo nome del sottotitolo intende dare riconoscimento, non del tutto a torto, al fatto che i partigiani sono venuti prima della brigata. E forse anche riequilibrare una storia sinora molto centrata sul suo comandante, Toni Giuriolo (qui e qui), oggetto di devozione sia nel suo vicentino dove aveva guidato e stregato i «piccoli maestri» raccontati da Luigi Meneghello, sia qui fra Reno e Silla, dove l’eccezionale carisma e una morte eroica all’assalto di Monte Belvedere gli hanno riservato un’affettuosa memoria regolarmente ravvivata, fatta di commemorazioni annuali e di cippi (uno a Porretta, tre addirittura nel lizzanese).

Ma comunque dentro le brigate davvero tutto rimaneva «molto liquido», singoli e gruppi potevano passare da una all’altra, come fecero ad esempio Renato Frabetti, padre di Valerio, che aveva iniziato con un proprio gruppo a Granaglione, poi era transitato nella banda di Urio e di lì a Giustizia e Libertà; oppure Ferruccio Pilla (più tardi cognato di Carlo Azeglio Ciampi), che dalla Giustizia e Libertà approdò alla Matteotti. L’ingovernabile Urio, cui gli autori concedono un po’ troppa indulgenza, con i suoi poté aggregarsi e disaggregarsi secondo la convenienza, aderire alla Matteotti e andarsene due giorni dopo, e persino sottrarre il materiale di un lancio destinato a Matteotti e Gl, cosa che in altri luoghi e con altri comandanti gli avrebbe probabilmente valso di essere passato per le armi, e poi rientrare in brigata e infine, all’arrivo degli americani, cavarsela e tornare a casa, ma disarmato, grazie alla decisione di Toni di non dar seguito all’istruttoria contro di lui.

In una nicchia sul fianco esterno della chiesa di Bombiana (Gaggio Montano) c’è una singolare statua di gesso colorato, nello stile ingenuo delle statue dei santi, dedicata a Rossano Marchioni, Binda, diciottenne partigiano di Gl ferito e poi fucilato in un’azione contro un’autocolonna tedesca a Ronchidos il 28 settembre 1944. I partigiani non erano santi, la loro vicenda nelle zone della Matteotti e della Giustizia e Libertà ha anche, inevitabilmente, delle ombre ma, come si ricava dal libro di Falcioni e Frabetti, fu una stagione positiva che merita portare con sé, con un pensiero ai molti compleanni che Binda non ha festeggiato.

In copertina: rielaborazione ad acquerello di una foto di “Matteottini a Pianaccio” , tra le opere dell’illustratore Matteo Matteucci che impreziosiscono la pubblicazione


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