Sulla vicenda della cittadella per senza dimora al Lazzaretto, il nodo del consenso locale e le possibili evoluzioni del progetto sono punti fermi, così come l’immensa generosità del signor Tamburi. Perciò viene da chiedersi: ma non era meglio se residenti ed esercenti avessero chiesto in primis un incontro con lui?
di Barbara Beghelli, giornalista
Ricordo e altruismo da una parte. Un po’ di fretta, forse, dall’altra. L’impressione che scaturisce dal futuro centro per senza dimora del Lazzaretto, nato dall’idea dell’imprenditore Giuseppe Tamburi in memoria di Giovanni (il figlio tragicamente scomparso nel rogo di Capodanno a Crans-Montana, ndr) è double face. Da un lato c’è il gesto nobile del papà di Giovanni, dall’altro l’impegno immediato del Comune per realizzare il nuovo contesto, ma senza prima confrontarsi un granché coi residenti.
Il progetto, cofinanziato al 50% dalla famiglia Tamburi e dal Comune, nasce quindi da un’iniziativa privata, che il signor Giuseppe ha scelto per ricordare il suo amato figlio, trasformando in progetto pubblico l’impegno silenzioso del ragazzo verso i senza dimora di Bologna. Chapeau. Prevede una struttura residenziale con piccole case attrezzate e quindi la sostituzione dei precedenti container, ritenuti fonte di criticità. Nel frattempo, però, esplode una protesta con annessa raccolta firme (sono già centinaia) partita proprio in questi giorni da parte di tanti residenti e commercianti contrari all’opera: hanno timori legati a sicurezza, degrado e impatto sul quartiere.
Ed ecco che senza perdere un nano-secondo, alcuni politici bolognesi chiedono subito la sospensione dell’intervento e un percorso formale di partecipazione. Il capogruppo della Lega in Consiglio comunale, per esempio: «Basta decisioni calate dall’alto, chi vive al Lazzaretto lamenta da tempo problemi di furti e situazioni di abbandono urbano». Il signor Giuseppe Tamburi, amareggiato, a sua volta replica parlando di fraintendimento: «Provo grande dispiacere: forse i cittadini non hanno capito cosa vorremmo realizzare. Se vedessero il villaggio terminato, sono certo che la penserebbero in modo diverso. La struttura che vorrei far nascere nel nome di mio figlio è qualcosa di completamente differente dai container che c’erano prima, i cui inquilini davano spesso luogo a problemi di vario tipo».
Interviene a questo punto anche l’assessora alla sicurezza Matilde Madrid: «Il Comune – ha ammesso – riceve spesso raccolte firme contro la presenza delle persone senza dimora in strada e progetti di accoglienza. Qui sta peraltro la responsabilità dell’amministrazione: dare risposta al bisogno di chi non ha casa, coinvolgendo però i cittadini per condividere problematiche e punti di vista». Indubbiamente. Ma la richiesta di un vero percorso partecipativo, se accolta, potrebbe trasformare il progetto Tamburi in un laboratorio di co-progettazione: definizione di regole chiare di gestione, presidi sociali, controlli, monitoraggio degli impatti. In assenza di questa mediazione, è probabile un irrigidimento delle posizioni, con conseguenze politiche per il Comune, film visto già più volte.
Il nodo del consenso locale e le possibili evoluzioni del progetto sono punti fermi, così come l’immensa generosità del signor Tamburi, perciò viene da chiedersi: ma non era meglio se residenti ed esercenti avessero chiesto in primis un incontro col signor Tamburi? Ancora: è proprio sempre necessario a ogni piè sospinto fare polemica e mai una volta cercare di trovare una soluzione insieme? Terzo: i protagonisti dovrebbero essere i senza dimora, epperò… Alzando le barricate non si finisce per fare la parte dei razzisti?
Photo credits: Ansa.it

Credo che l’ agire necessiti di buon senso specialmente in campo Sociale.
Il patentino di razzista oppure di anti razzista non è questione da sindacare credo, le preoccupazioni invece vanno ascoltate… sicuramente questa Città ha perso smalto, lustrini e paillettes appartengono ad un lontano passato.