«Il sapere è evasione dall’ignoranza», il libro di una giornalista bolognese spiega perché

Una maestra accecata dai pregiudizi, una scuola multietnica e il conseguente scontro/confronto con un mosaico di identità, immagine chiara della nostra società. È il filo rosso su cui si basa “La più grande evasione del secolo”, terzo romanzo della scrittrice Silvia Antenucci, maestra elementare e collaboratrice di “Quotidiano Nazionale”, edito dalla casa editrice bolognese BookTribu. Il libro verrà presentato dall’autrice il 19 giugno alle 21 nel Parco di Villa Cassarini, a Porta Saragozza

di Edoardo Cassanelli, giornalista


Protagonista della storia raccontata da Silvia Antenucci è Palmira Creti, maestra elementare sessantenne, una donna dagli atteggiamenti xenofobi che a causa di un errore di burocrazia finisce in una scuola multietnica di Bologna, e la sua idea di educazione fatica a mettere radici. Da qui una serie di vicende comiche, bizzarre, anche tragiche, un percorso di crescita interiore che porterà Palmira a scontrarsi con alcune delle sue convinzioni. Temi dunque caldi e attuali, che abbiamo approfondito insieme alla stessa scrittrice.

Silvia Antenucci

Antenucci, ci sveli un po’ il senso di questo titolo particolare.

«Il titolo nasce da una suggestione, da un mio desiderio di parlare della mia esperienza in una scuola multietnica, dove la cultura italiana si rapporta con tante altre culture. Volevo comunicare come il sapere sia un’evasione dalla mancanza di contenuti. La cultura è conoscenza, e inizia proprio dietro ai banchi di scuola. Mi ha ispirato poi un articolo del giornalista Corrado Augias apparso su “la Repubblica” nel dicembre 2019, in cui dice che la conoscenza è evasione dall’ignoranza. Nei nostri tempi di forti cambiamenti sociali, oltre a combattere l’ignoranza, di matrice culturale, non bisogna dimenticare che ci vuole pure l’empatia verso l’altro».

La copertina del libro

È una storia che prende ispirazione da una sua esperienza personale.

«Esatto. In passato ho lavorato cinque anni nelle scuole primarie Federzoni di Bologna, più precisamente nel quartiere della Bolognina, in stretto contatto con otto, nove realtà culturali diverse. Era un microcosmo, un piccolo specchio della nostra società, e la mia sfida era quella di far convivere una ventina di bambini nel rispetto dell’altro. Mi è sembrato importante, in questo romanzo, sottolineare cosa voglia dire per una persona straniera, soprattutto un bambino, essere catapultata in Italia. Sono appassionata di storie corali, volevo raccontare le vite di quei bambini, il loro entusiasmo e coraggio».

La sua protagonista rappresenta una visione della scuola ormai vetusta, rigida nell’istruzione e nell’educazione, e ovviamente si interfaccia con un mondo nuovo.

«Sì, Palmira Creti è un personaggio che si ritrova in un universo atipico per lei, composto da differenti visioni. Per un suo errore in un codice di trasferimento finisce in un ambiente scolastico di alunni provenienti da Paesi stranieri, e dove si verificano episodi tragicomici. Lei è difficile, ma pure buffa, e nell’avvicinarsi allo straniero arriva a comprendere cose che prima aveva sempre visto tramite dei preconcetti. D’altronde, quando ci siamo dentro, certe esperienze ci cambiano, perché ci toccano da vicino, nel profondo».

Secondo lei come è messa la scuola italiana, in generale, in relazione alla situazione multiculturale di oggi?

«Penso sia un azzardo generalizzare sulla scuola, perché parliamo di un contesto che vive di varie situazioni, in ogni città, in ogni regione. È tutta una questione di tessuto sociale, e del ruolo fondamentale dei maestri. Certo, ci sono degli esempi di apertura mentale, e la mia scuola ritengo sia uno di questi».

E invece Bologna? Si presenta bene la città di fronte al multiculturalismo?

«Sì, si presenta bene. Assieme alla casa editrice vorrei portare il libro nelle scuole e nelle biblioteche per creare dibattito, e Bologna è adattissima in questo senso, perché ci tiene ai luoghi partecipativi, è da sempre particolarmente sensibile a queste tematiche».

Qual è il messaggio finale che porta il suo romanzo?

«Alla fine di tutto, il mio scopo è quello di condividere un’esperienza umana, da me sentita potentemente. I bambini con cui ho avuto a che fare mi hanno insegnato tanto e volevo dar loro una voce».


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