Per cinque giorni, nel giardino tra via Marzabotto e via Piave, una comunità è diventata visibile. E per chi c’era, questa è stata la vera meraviglia
di Ilaria Gamberini, Pd Porto-Saragozza
Ci sono eventi che si raccontano attraverso i numeri. Le presenze, gli incontri, i dibattiti, i piatti serviti. E poi ci sono eventi che si raccontano attraverso le emozioni che lasciano addosso. La prima edizione di Velodromo in Festa, organizzata dai cinque circoli dell’unione Porto-Saragozza, appartiene decisamente alla seconda categoria.
Per cinque giorni il Parco del Velodromo non è stato soltanto il luogo di una Festa dell’Unità. È diventato un piccolo paese dentro la città. Un luogo in cui fermarsi, salutarsi, riconoscersi. Un luogo in cui sentirsi parte di qualcosa.
Chi arrivava vedeva i tavoli, le luci, i dibattiti, il profumo delle crescentine appena fatte, le famiglie passeggiare per il parco, i bambini correre verso i laboratori e i giochi. Vedeva un programma ricco di incontri, di confronto politico e di iniziative pensate per il quartiere. Ma chi la festa l’ha vissuta da vicino ha visto molto di più.
Io l’ho vissuta dall’interno, giorno dopo giorno.
Ho visto il parco svegliarsi lentamente e riempirsi di persone. Ho visto volontarie e volontari arrivare quando ancora c’era da montare, sistemare, organizzare. E poi ripartire a notte inoltrata, quando gli ultimi tavoli erano ormai vuoti e le luci iniziavano a spegnersi.
Ho visto qualcosa che oggi non è così scontato: generazioni diverse lavorare insieme.
Ho visto ragazze e ragazzi giovanissimi condividere turni e responsabilità con chi organizza feste da decenni. Ho visto esperienza ed entusiasmo incontrarsi naturalmente. Senza formalità. Senza gerarchie. Con la semplicità di chi sa di stare costruendo qualcosa insieme.
E c’è un aspetto che merita una riflessione particolare.
In un’epoca in cui troppo spesso si racconta una distanza crescente tra i giovani e la partecipazione politica, vedere una Festa dell’Unità animata da così tante ragazze e ragazzi non è stato affatto scontato. Anzi. È stato probabilmente uno dei segnali più belli emersi da questa prima edizione.
Non parlo soltanto di giovani presenti agli incontri o agli eventi. Parlo di giovani che hanno scelto di esserci davvero. Di sporcarsi le mani. Di prendere turni in cucina, dietro al bancone, alla cassa, ai tavoli. Di arrivare prima dell’inizio e andare via dopo che tutto era finito.
Giovani che si sono integrati pienamente in una comunità fatta di età, storie ed esperienze diverse. È stata una partecipazione autentica, spontanea, naturale. Li si vedeva lavorare fianco a fianco con chi organizza queste feste da una vita, ascoltare consigli, imparare, proporre idee, assumersi responsabilità. E allo stesso tempo si vedevano i volontari più esperti accoglierli, coinvolgerli, lasciare spazio alle loro energie e al loro entusiasmo.
Forse la vera forza di questi cinque giorni è stata proprio questa: non l’incontro tra generazioni come slogan, ma come esperienza concreta.
Perché l’integrazione tra giovani e meno giovani non è avvenuta durante un convegno o in un dibattito dedicato. È avvenuta mentre si preparavano centinaia di tigelle, mentre si sparecchiavano tavoli, mentre si organizzavano i turni, mentre si chiudeva la cucina a tarda notte.
È avvenuta facendo cose insieme. Ed è proprio lì che qualcosa è accaduto. Perché quando un ragazzo di vent’anni e un volontario che di feste ne ha organizzate cinquanta si trovano a lavorare fianco a fianco, non si scambiano soltanto compiti. Si scambiano esperienze, idee, racconti, passioni. Si costruisce un legame. Si costruisce una comunità.
In quelle serate si è vista una comunità politica e umana capace di rinnovarsi senza perdere la propria memoria. Una comunità in cui l’esperienza di chi c’era ieri incontra l’entusiasmo di chi ci sarà domani.
E forse, tra le tante immagini che resteranno di questa prima edizione di Velodromo in Festa, una delle più importanti sarà proprio questa: decine di giovani volontarie e volontari che hanno scelto di esserci non perché qualcuno glielo chiedeva, ma perché sentivano quella festa come qualcosa che apparteneva anche a loro.
Perché quando una nuova generazione decide di mettersi in gioco e trova una comunità pronta ad accoglierla, non si sta semplicemente organizzando una festa. Si sta costruendo il futuro.
Ed è forse questa l’immagine più bella che porterò con me: un ragazzo che sparecchia accanto a un pensionato. Una volontaria giovanissima che segue un dibattito e pochi minuti dopo corre al bancone per dare una mano. Le chiacchiere tra chi si conosce da una vita e chi si incontra per la prima volta. I bambini e le bambine che giocano mentre poco più in là si discute del futuro della città. Le risate, gli abbracci, la sensazione di essere nel posto giusto.
Perché una festa così non nasce da sola. Nasce dalle mani, dalla fatica e dalla generosità di decine di persone che spesso restano dietro le quinte.
Nasce da chi ha presidiato la cassa per ore, tra conti, scontrini e ricevute, con la stessa attenzione di chi sa che ogni piccolo gesto contribuisce al successo collettivo.
Nasce da chi ha raccolto e smistato gli ordini senza sosta, cercando di mettere ordine nel caos dei momenti più affollati, quando ogni tavolo sembrava avere fretta e ogni richiesta appariva urgente.
Nasce da chi è rimasto davanti alla brace degli arrosticini per intere serate. Migliaia di arrosticini girati uno dopo l’altro, con pazienza e dedizione, quasi fossero figli da accudire. Un lavoro ripetitivo e invisibile, ma senza il quale nessuno avrebbe potuto sedersi a tavola e godersi la festa.
Nasce da chi ha fritto senza fermarsi praticamente mai. Dal rumore costante dell’olio, dal caldo che sale e avvolge tutto, dalla capacità di continuare anche quando la stanchezza inizia a farsi sentire.
Nasce da chi ha custodito la tigelliera come un guardiano del fuoco, controllando tempi e cotture con la precisione di un artigiano. Da chi ha preparato e farcito crescentine e tigelle a testa bassa per ore, in una catena umana fatta di gesti semplici e ripetuti che diventano quasi una danza.
Nasce da chi ha spillato birre una dopo l’altra, da chi ha preparato cocktail, servito ai tavoli, accolto persone, dato indicazioni, scambiato due parole con chi arrivava magari da solo e cercava soltanto un posto dove sentirsi a casa.
Nasce anche da figure che ogni festa custodisce e che finiscono per diventare parte del suo racconto. Come Valerio, instancabile uomo dell’affettatrice, presenza costante e silenziosa, capace di passare ore e ore al suo posto senza mai perdere il ritmo, sempre pronto a fare quello che serviva fare.
E poi ci sono quelli che quasi nessuno vede. Quelli che arrivano quando la festa non è ancora iniziata o quando sembra già finita. Chi tutte le mattine si presentava all’alba per dare il cambio, pulire gli spazi, raccogliere ciò che la sera aveva lasciato dietro di sé, rimettere in ordine tavoli e sedie, preparare il parco per un nuovo giorno. Un lavoro discreto, spesso invisibile, ma fondamentale.
Perché la verità è che il patrimonio più grande di una Festa dell’Unità non sono i gazebo, le cucine, le attrezzature o il programma.
Sono le persone.
Le persone che decidono di dedicare il proprio tempo agli altri. Le persone che rinunciano a una serata libera per servire un piatto, pulire un tavolo, sistemare una sedia o dare una mano dove serve. Le persone che credono ancora che costruire comunità sia una cosa concreta, fatta di relazioni, di presenza e di cura.
Per cinque giorni il Velodromo è stato pieno di politica, dibattiti, musica, bambini e famiglie. Ma soprattutto è stato pieno di umanità.
In un tempo in cui si parla spesso di solitudine, di individualismo e di distanza tra le persone, al Velodromo è accaduto qualcosa di semplice e straordinario. Una festa è diventata il pretesto per incontrarsi. Un turno in cucina è diventato un’occasione per conoscersi. Un tavolo da servire è diventato un modo per sentirsi parte di una storia più grande.
E forse il ricordo più bello che mi porterò dentro non sarà un singolo incontro o una serata particolarmente riuscita. Sarà l’immagine di una comunità che prende forma davanti ai propri occhi.
Mani diverse, età diverse, storie diverse. Giovani alla loro prima esperienza e volontari che custodiscono la memoria di decenni di impegno. Tutti insieme, senza protagonismi, senza riflettori, accomunati dallo stesso desiderio: fare qualcosa di bello per gli altri.
Per cinque giorni, al Velodromo, una comunità è diventata visibile. E per chi c’era, questa è stata la vera festa.

Grande!!