Alberto Candi, ex Avvocato generale di Bologna, si cimenta nella Storia romanzata sulla figura di Francesco Stabili: medico, negromante, filosofo, scienziato, astrologo/astronomo, a differenza del Poeta condannato a damnatio memoriae. Docente all’Alma Mater, idolo nella sua città, arso vivo a Firenze. Certamente eretico, non andò contro l’ortodossia. Le grida mentre stava per bruciare ne sono segno: «L’ho detto, l’ho insegnato, lo credo». Il libro sarà presentato il 15 giugno alla Zanichelli
di Guido Magnisi, avvocato
Almeno per me, “Cecco, l’eretico” di Alberto Candi è una vera sorpresa editoriale. Un giudizio apparentemente “eccessivo”, ma non lo è, e per due ordini di ragioni.

La prima ragione.
Finalmente, come si legge nella terza di copertina, un autorevole magistrato, nonché mio caro amico, che va “realmente” in pensione, abbandona le pandette di Giustiniano e quel che ne è seguito: non solo, ma non si pone sulle pur fortunate orme di Carofiglio e De Cataldo, adusi a un genere giudiziario di grande successo che attinge al loro iter professionale.
Ebbene Candi abbandona il “suo” passato e si cimenta, con ampio spettro narrativo, nella storia: la storia romanzata medioevale con la “esse” minuscola, poco conosciuta, seppure immersa nella grande Storia (maiuscola), in modo colto e fluido, né erudito, né saccente.
La seconda ragione, il protagonista.
Si tratta di Francesco Stabili, noto come Cecco d’Ascoli – Candi scrisse qualcosa in proposito su Cantiere (qui) – poliedrico ed eccentrico intellettuale dell’epoca di Dante, e a lui anagraficamente coevo: Alighieri nasce nel 1265 e muore nel 1321, Cecco nasce nel 1269 e muore nel 1327.
Coevi, dunque: ma questo per Candi, acutamente, non significa però “contemporaneità di pensiero” tra i due. Cecco è medico, docente universitario, negromante, filosofo, scienziato e astrologo-astronomo. Il trattino tra gli ultimi due termini non è errore di battitura, ma semplicemente indicava l’esatta denominazione della comune cattedra accademica per entrambe le materie: si studiavano le costellazioni e i movimenti dei corpi celesti per presumerne le necessarie influenze sugli eventi umani, collettivi e individuali, presenti e futuri.
Certamente si conoscevano, Dante e Cecco, forse sono stati anche amici, ma mentre per il primo, attraverso la fede, primo motore, il mondo è una trasfigurazione poetica e allegorica del reale, per il secondo la scienza degli astri, nelle complesse implicazioni anche occultiste dell’epoca, indica e spiega la superiorità della natura.
Col senno del poi, oggi sappiamo o almeno sommessamente siamo portati a ritenere che la controriforma prima, la cancel culture poi, abbiano fatto giustizia di gran parte dell’evoluzione scientifica di Cecco, e del suo determinismo astrale, a favore del libero arbitrio dell’essere umano di dantesca memoria.
Confido con Alberto quanto prima di tornare sull’argomento, molto intrigante. Solo, incidenter, senza prendere posizione alcuna sul tema delle “altre” realtà, rilevo che ancora oggi studi aggiornati ritengono che la percentuale dei “terrapiattisti” sfiori il 7% della popolazione terrestre, che l’assidua lettura degli oroscopi prescinda dal grado di cultura del lettore, che l’universo sia abitato: per tacere poi i casi eclatanti di cronaca nei quali ci siamo affidati, con successo o meno, all’intelligenza di un piattino che si muoveva.
Resta il fatto che chi scrive, tendenzialmente, sta con Dante, e rifugge dal giudizio drastico di Cecco contenuto nel suo “L’Acerba”: «Qui non si canta al modo del poeta, che finge, immaginando, cose vane».
Seppure tra le righe mi sembra di leggere nelle pagine di Alberto una sottile simpatia anche per Cecco, l’intransigente condannato suo malgrado a una sorta di damnatio memoriae, mentre una meritata standing ovation ha accompagnato Dante, uomo di successo, nel corso dei secoli.
Usando un giudizio con termini moderni, Guelfo senza compromessi Cecco, guelfo uomo di mondo Dante.
Ma il fascino del libro vive anche del fascino della personalità di Cecco. Meglio, risiede nel fascino oscuro dell’ingiustizia e della calunnia di cui fu vittima.
Fu certamente eretico nel senso del greco antico, hairesis ovvero eresia come scelta, presa di posizione, ma non ritenne, nel senso religioso, di andare volutamente contro l’ortodossia. Non si fece interprete di un contro-dogma, le sue grida sul rogo ne sono chiaro segno: «L’ho detto, l’ho insegnato, lo credo». Ma, non a caso, non pretese di imporlo.
Uomo libero e liberale, così libero da enunciare sinistri oroscopi ai propri nobili e potenti committenti, oroscopi che per altro si avveravano, con tutte le nefaste conseguenze del caso per Cecco, intrepido nella sua onestà intellettuale di essere sincero, anche a suo danno.
Esemplare, d’altronde, la sua difesa davanti all’inquisitore: «Eppure, padre, la scienza non mente. La scienza è fatta di osservazione, esperimenti, misurazione, calcolo e ragionamento. È attraverso la scienza che noi conosciamo il mondo che Dio ci ha donato. Se i cristiani si fossero attenuti alle Scritture penserebbero ancora che la Terra è piatta, ma ora noi sappiamo che non è così. Sant’Agostino, e prima di lui ancora il monaco Beda, lo hanno riconosciuto, tutti concordano sulla circostanza che la Terra è tonda. Dunque, perché non credere a ciò che ci insegna lo studio delle stelle?».
Un tentativo di coniugare il libero arbitrio, lo studio degli astri, Dio.
Non c’è neppure bisogno di un grande avvocato, era difeso da Giovanni d’Andrea, il più famoso giureconsulto dell’epoca, che per lui formulò il principio dell’”abiura implicita”. Semplicemente, non c’è abiura, perché la scienza può spiegare il creato di Dio, quindi Dio: e tanto dovrebbe bastare. Qui, sì, c’è la grande modernità di Cecco: coraggioso, senza padroni, libero!
E veniamo al vero nodo centrale del romanzo.
Per non anticipare nulla al lettore, con un esemplare uso scorrevole della lingua nello snodarsi, altrettanto fluido, delle situazioni, Candi restituisce tutta la vitalità del Medioevo: malandrini e galantuomini, guerre e secchie rapite, suore devote, ma non solo a Dio, ipocrisie laiche e ecclesiali, baruffe, omicidi e intrighi, madonne e puttane, studenti nelle piazze e nelle osterie, una città, Bologna, già sin da allora avida nei confronti dei suoi universitari, e accademici in lotta l’un l’altro.
Un mondo, allora come oggi, chiassoso e rutilante, in cui Alberto non perde il “suo” filo filosofico, il bisticcio linguistico è voluto: ancora ci sorregge l’etimo, filosofia come amore per la sapienza, e quindi il filo dell’amore per la sapienza.
Alberto spiega molto citando in incipit Pietro Abelardo, il “moroso” di Elisa: «Dal dubbio siamo spinti alla ricerca: con la ricerca raggiungiamo la verità», verità che per Cecco va raggiunta attraverso la scienza, della quale il dubbio è il prius, e non tramite la fede, Ma allora, pur in un rapporto difficile, ci sta anche l’esortazione a «seguir virtute e conoscenza» del grande suo contemporaneo.
E, da ultimo, parafrasando Calamandrei, ci sta anche questo modesto elogio, scritto da un avvocato, di un “nuovo” romanziere storico: in tempi grami, una lettura di arricchimento è già tanto!


Un pensiero riguardo ““Cecco l’eretico”, il sorprendente romanzo di un ex magistrato sull’intellettuale coevo di Dante e morto sul rogo”