Intervista a Luigi Girati, primo Corno titolare dell’Orchestra Sinfonica del Teatro Comunale di Bologna dal 1962 al 1993
di Vincenzo De Girolamo, giornalista
Eccomi qui, seduto sul divano, in compagnia di una voce che mi compendia la sua vita musicale, in un isolato fuori porta Mazzini, a Bologna, nel salotto di casa del professor Luigi Girati. Qui, il tempo sfuggente è un viaggio carsico, che porta una dimensione profonda e dinamica dell’interiorità.
Nell’ambiente e sulle pareti, restano cenni della storia musicale del Maestro. Sono Faldoni pieni di partiture, rassegne stampa, contrappuntati dai tanti encomi ricevuti. Non mancano corni di conchiglia, posati su un tavolino da salotto, e decentrata una consolle su cui è appoggiata una riproduzione dello strumento che l’ha accompagnato, come un genitore, come una sorella o fratello, come un figlio, come una moglie, nel percorso di musica. «Per il futuro vedo molta negatività. Si sta distruggendo quello costruito in mille anni, ad esempio la solidarietà. Tempo addietro, qui dove abito, eravamo dodici famiglie e ci parlavamo tutti. Oggi se parlo con uno, è molto. Per la strada accenno a un “Buongiorno”. Nessuno risponde».
Luigi Girati è partito a sei anni con la musica, quando il maestro Serafino Giglioli di Mirandola gli suggerì di tralasciare l’idea di suonare la tromba e avvicinarsi al corno. Allora, su una delle sue mani erano ben visibili i segni lasciati dagli avanzi di un ordigno bellico figlio della guerra. Al bambino Luigi la deflagrazione porta via una falange in un dito della mano sinistra. Poi, un viaggio tra sognatori che vagano dentro paesaggi surreali, dona al giovane musicista passione ed entusiasmo. «Il Maestro Sergiu Celibidache, quando provavamo, ci ricordava che il suono non è la musica ma è un veicolo che parte dal compositore estensore di una data composizione. Il direttore d’orchestra la studia per mesi, dopodiché entrato nello spirito della composizione la trasmette ai musicisti e attraverso il suono, prodotto da noi, arriva al pubblico. Quello che c’è dentro il suono è musica».

Il suo cammino è fatto di grande ricchezza culturale, caratterizzata da studio e ricerca, tutto indirizzato ad arrivare all’esecuzione prossima alla perfezione. Affiorano i ricordi, come nella canzone di De André, “Le acciughe fanno il pallone”. Si evolvono improvvisamente, portano nel loro sé la gioia del vissuto. «Per me è stata una grande gioia. Non mi arrabbio mai. Al massimo faccio tre respiri yoga per non far soffrire il cuore, la mente, e il tutto». Ci tiene a segnalare che il suo tragitto è contraddistinto da grandi soddisfazioni, come quando il Maestro Riccardo Muti gli chiese come riuscisse a eseguire così bene l’assolo nella quinta di Tchaikovsky, senza paura: «Ho studiato. E per diventare padrone dello strumento mi sono anche messo lì, tutti i giorni, a fare mezz’ora di respiro. Tecnica insegnatami da Pavarotti».
Accavalla le gambe e intreccia le mani. Dal cappello sembra abbia qualcosa di molto importante da tirar fuori. Sul volto compare un sorriso, proprio mentre comincia a parlare del rapporto che i bambini dovrebbero avere con la musica. Ritiene importante farli entrare nei luoghi dove la musica è ricreata e proposta, ricorda l’esperienza avuta in una scuola primaria in Ungheria, dove, durante una sua visita, i bambini cantarono a memoria una corale di Philipp Nicolai: «Se lo fanno loro, non lo possiamo fare noi che abbiamo una tradizione lirica sinfonica straordinaria?». Al rientro da quell’esperienza, non resta fermo. Coinvolge delle insegnanti delle scuole Manzoni, invitandole con le scolaresche a visitare il teatro. Un’iniziativa vissuta con gran fervore dai bambini. Restano incantati dalla sontuosità dell’orchestra nel sentirla suonare. Stravolti negli ambienti del teatro. Perdono il fiato davanti alle scenografie e ai vestiti delle opere.
Il sole è quasi a metà del suo percorso. La luce che filtra nella stanza, rafforza l’intensità emotiva che sto vivendo, è come un abbraccio di un amico. Mi racconta che tra i direttori d’orchestra con i quali ha avuto rapporti di collaborazione, quello con Sergiu Celibidache resta intoccabile. La riprova si ha quando vi fu la rottura tra l’orchestra, il Teatro Comunale e il maestro rumeno, causa una prova della “Messa da Requiem” di Giuseppe Verdi. Quell’opera l’avevano fatta già quattro volte in regione a Modena, a Parma a Reggio e a Bologna. A Rimini l’orchestra scese anche a provare l’acustica della sala. Durante una pausa Guido Della Costanza, primo violino, fece una richiesta al direttore: «Maestro dobbiamo andare a cena, prima del concerto». Celibidache rispose: «Ho capito siete solo dei tortellinari».
Pausa. Il Maestro Girati cerca un’altra posizione sulla poltrona. È come se in quell’istante stesse frugando tra i ricordi alla ricerca di qualcosa d’importante. «Un primo memorabile incontro e concerto sul palco del Teatro Comunale di Bologna si tenne il 21 ottobre 1966. Un’esibizione che non dimenticherò mai, quella in cui Arturo Benedetti Michelangeli, diretto da Celibidache, eseguì musiche di Mozart e Ravel. Lì mi sono meravigliato di come un uomo abituato a essere un leone (Celididache) diventi un agnello di fronte alla colonna (Michelangeli). Non so spiegarti. Forse perché Michelangeli era un artista che non sbraitava, fermo. Dopo il concerto volavamo. Fuori ad acclamarci ci attendeva il pubblico in ammirazione». Ma la vita nelle orchestre non scorre sempre facilmente. «Con i direttori ho bisticciato. Capitolo Gianluigi Gelmetti, ad esempio. Facciamo un’opera, mi pare fosse “Bohème”. Nel finale c’è un accordo con quattro corni, tre trombe e tre tromboni. Lui fa un attacco limaccioso. Poco efficace, né potente né preciso. Difficile entrare all’unisono in queste condizioni. Celibidache affermava a tal proposito che la nota deve cadere quando il gesto del direttore è al massimo della potenza, vale a dire in battere. Gelmetti nelle sue direzioni non seguiva questa strada, tanto che durante una prova non suonammo. Ci chiese spiegazioni e gli riportai l’inefficacia della sua direzione. “Cosa? Mi vuoi insegnare a dirigere?” Mi portò in direzione. Aggiungo ora come allora che il musicista è in grado di giudicare il direttore, il sovrintendente no».
Ora il pendolo del racconto oscilla all’indietro. Si ferma a Istanbul nella seconda metà degli anni cinquanta a inizio carriera. «La prima esperienza in Turchia è stata a inizio carriera. Ho un ottimo ricordo. Allacciai amicizia con un flautista ebreo turco, che all’inizio mentre suonavo scuoteva la mano destra avanti e indietro. Risentito, mi rivolsi a uno che parlava italiano a chiedere spiegazioni. Conclusione: il movimento della mano del musicista era un segno d’apprezzamento, ammirava molto come suonavo. Io gli ho spiegato che quel gesto in Italia vuol dire “che vuole questo?”. È stato l’inizio di una grande amicizia con il flautista durata nel tempo».
Un’ultima cosa tiene a ricordarmi. Guarda nel vuoto, sembra che cerchi il filo di un pensiero impigliato: la Borsa di Studio Giorgio Girati. Premio istituito dalla famiglia Girati, dal Comune di Mirandola e dalla Fondazione Scuola di Musica “C&G Andreoli” in memoria del loro figlio Giorgio, rivolta ai giovani talenti degli strumenti a fiato residenti o studenti in Emilia-Romagna.
È l’ultima pennellata che dà a questa storia. Ha finito e si alza. Mi porta in giro per casa a mostrarmi altri faldoni, foto, premi, encomi e tanto altro. Sembra vedere un’immagine di un signore che protende un cappello pieno di ricordi. Un modo per portarmi a conoscenza di quanto resta del suono nella musica. Ho provato a scriverne riassumendo, sperando di aver individuato, quel che resta della storia nel redigerla.

