Tarocchi per disillusi

Senza alcuna presunzione di certezza, si potrebbe pensare che il cambio di prospettiva auspicato da Dall’Occa sia in realtà quello che a molti di noi, l’anno prossimo, sarà chiesto di fare in cabina elettorale: la rinuncia al noto per l’ignoto, al vecchio per il nuovo, nel tentativo di migliorare davvero le cose

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


Leggendo e rileggendo Piero Dall’Occa (qui) non si riesce a fare a meno di concludere, analizzando il contenuto dei suoi pensieri, che quanto chiesto dall’architetto non sia in realtà niente più e niente meno che una sana dose di coraggio.

Un coraggio chiesto alla politica, in primis, e in particolare al centrosinistra. Ma che osservando anche solo le reazioni sparse alle colluttazioni di Piazza Verdi (qui), sembra ancora assolutamente mancare, purtroppo, a quel partito di governo cittadino che, sotto le torri, ha dal secondo dopoguerra una vocazione oggettivamente iper maggioritaria.

E così, mentre il Pd felsineo rispolvera per l’ennesima volta il refrain della non violenza e della città democratica, il bel risultato di questa indecisione cronica, per l’elettore, è quello di ritrovarsi totalmente spaesato – ma grazie a Coalizione Civica, non completamente solo – davanti a immagini tutto sommato abbastanza eloquenti: un ex consigliere di quartiere per il centrodestra che molla una pizza in faccia a un’attivista del Cua, e che riceve in cambio un bel cazzottone in volto da un compagno di lei.

La Legge della Strada, su questo punto, reciterebbe «chi la fa l’aspetti». La Legge del Tribunale, invece, farà il suo libero corso com’è giusto che sia. Quel che rimane a noialtri e immaginiamo anche a Dall’Occa, passato il momento di smarrimento, è questa sensazione di vuoto pneumatico e insoddisfazione cronica che, ormai da anni, ci rende più o meno tutti copie non conformi di quel Nanni Moretti ingastrito davanti al D’Alema silente di “Porta a Porta” (qui): vogliamo di più, vogliamo di meglio. Vogliamo, appunto, più coraggio.

A tal proposito, si potrebbe rispondere a Dall’Occa che alla nettezza e all’apertura mentale da lui richieste, su temi come la guerra a Gaza e l’immigrazione, i rappresentanti del governo cittadino e regionale hanno già indirettamente dato risposte negative, come il cacciaemetti delle bandiere a Palazzo d’Accursio (qui) o i possibilismi circa l’apertura di un Cpr in città (qui). Tentennamenti e cedimenti strutturali all’egemonia culturale di destra che non devono e non possono stupire se si parte dal presupposto che, come si domandava nel suo articolo l’autore, allo stato attuale i dem non abbiano ancora un quadro preciso di ciò che vogliono fare, «al di là del solo voler governare».

Forse è per questo che proliferano i questionari, riducendo involontariamente quel servizio pubblico che dovrebbe essere l’amministrazione a un mero tentativo di soddisfazione del cittadino-cliente. E forse è sempre per questo che, fatte salve generiche indicazioni e iniziative estemporanee, al contrario di quanto avviene con i loro alleati o la giunta non abbiamo ancora, dal Partito democratico, proposte precise e concrete per risolvere le emergenze sociali, ambientali e abitative della nostra città.

Facile sarebbe, a questo punto, appaltare tutto il nostro disagio alle lampanti mancanze della politica. Più difficile, non c’è dubbio, assumersi in quanto cittadini la responsabilità di confessarci, come fece con chi scrive un giovane cubano su una panchina dell’Avana, che decenni di “rivoluzione permanente” cominciano a essere tanti, anche per chi ci ha sempre creduto.

Un’ammissione sincera che, in condizioni normali, darebbe adito alle più svariate valutazioni in vista del 2027. Ma che diventa un gigantesco macigno sulla coscienza di quanti, e sono molti, pur essendo delusi dal nostro presente non vorrebbero mai vedere, in futuro, la destra governare su questo piccolo fazzoletto di terra. E che per mediare tra il desiderio di novità e la tranquillità del già noto si ostinano a cercare, a ogni elezione, buoni motivi e personalità valide a confermare il proprio voto lì dov’è sempre andato. Col solo risultato di illudersi – e di illudere tanta brava gente candidata – che nella gestione del potere sia possibile un cambio di struttura senza che vi si accompagni, di pari passo, quel drastico cambio di paradigma invocato da Dall’Occa.

Prendendo a prestito dalla cartomanzia, ci si potrebbe allora ricordare che il cambio di prospettiva, nei Tarocchi, corrisponde all’immagine dell’Appeso. Un uomo legato per i piedi a testa in giù, ma con un’espressione serena sul viso: quella di chi si è liberato dai propri condizionamenti e ha finalmente colto la vera essenza delle cose. L’arcano seguente, nella numerazione tradizionale, è poi rappresentato dalla Morte. Una carta che, nonostante il nome, non va intesa come termine definitivo e dunque angosciante, ma come simbolo positivo di necessario cambiamento e passaggio da una condizione a un’altra, decisamente più illuminata.

Senza alcuna presunzione di certezza, è quindi forse proprio questo quello che a molti di noi, alle amministrative dell’anno prossimo, sarà chiesto di fare in cabina elettorale: la rinuncia al noto per l’ignoto, al vecchio per il nuovo, previo cambio di visuale. Scostandosi al centro o a sinistra anche di pochissimo, e senza dover per forza abbracciare quel cambiamento radicale cui, comprensibilmente, potremmo non essere ancora preparati.

La nostra coscienza, in tal modo, non sarebbe costretta a scendere a compromessi. E i democratici, pur parte di una coalizione che si auspica vincente, potrebbero persino trarne qualche benefico insegnamento. A cominciare dal fatto che, alla fin fine, vale per il Pd quanto valeva decenni fa per il Pci: nel segreto dell’urna, Dio ci vede. Loro no.


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