Sempre più spesso la moderazione degli incontri pubblici non viene più affidata a giornalisti, ma a figure interne alle organizzazioni che promuovono gli eventi: collaboratori, consulenti, membri dello staff, dirigenti di associazioni, addetti alla comunicazione o persone direttamente legate al gruppo che organizza l’iniziativa. Il risultato è una progressiva riduzione degli spazi di confronto autentico. Gli incontri pubblici continuano ad avere l’aspetto del dibattito, ma talvolta perdono una delle loro funzioni essenziali: quella di mettere in dialogo idee diverse e di sottoporre le posizioni espresse al vaglio di uno sguardo esterno.
di Aldo Balzanelli, condirettore cB
Premessa: questo non è un articolo per difendere una corporazione, quella dei giornalisti. È una riflessione su un fenomeno che da qualche tempo sta caratterizzando lo spazio del dibattito pubblico. Per anni la figura del giornalista-moderatore ha rappresentato una garanzia, se non di assoluta neutralità, quantomeno di autonomia rispetto ai soggetti protagonisti del dibattito. Festival, convegni, presentazioni di libri, incontri politici e culturali si affidavano a professionisti dell’informazione chiamati a porre domande, sollecitare il confronto, talvolta anche a esercitare un ruolo critico nei confronti degli ospiti. Da qualche tempo, però, qualcosa è cambiato. È sicuramente un fenomeno bolognese e non so se sia diffuso ovunque, ma sempre più spesso la moderazione degli incontri pubblici non viene più affidata a giornalisti, ma a figure interne alle organizzazioni che promuovono gli eventi: collaboratori, consulenti, membri dello staff, dirigenti di associazioni, addetti alla comunicazione o persone direttamente legate al gruppo che organizza l’iniziativa.
La tendenza è trasversale e riguarda la politica, il mondo dell’associazionismo, le fondazioni culturali e persino alcune manifestazioni editoriali. La scelta viene spesso giustificata con ragioni pratiche: chi appartiene all’organizzazione conosce meglio i temi, gli obiettivi e gli ospiti, e può garantire un dibattito più fluido e coerente.
Eppure, il cambiamento solleva alcune domande.
Il moderatore non è soltanto una figura tecnica incaricata di distribuire la parola. È, o dovrebbe essere, il garante di un confronto aperto, capace di introdurre punti di vista diversi, di porre domande scomode, di chiedere chiarimenti e di evitare che un incontro pubblico si trasformi in una semplice operazione di comunicazione.
Quando la moderazione viene affidata a una persona interna al gruppo organizzatore, il rischio è che si perda proprio questa funzione di mediazione critica. Il dibattito può diventare più prevedibile, più controllato, meno disposto a confrontarsi con obiezioni e contraddizioni. L’evento pubblico rischia così di assumere le caratteristiche di una conversazione tra persone che condividono già le stesse idee e gli stessi obiettivi.
Non si tratta di mettere in discussione la buona fede di chi svolge questo ruolo. Molte figure interne sono preparate e competenti. Il punto, però, è un altro: la percezione di indipendenza è essa stessa un valore. In un’epoca segnata dalla crescente sfiducia verso le istituzioni e l’informazione, la presenza di un moderatore esterno rappresenta un elemento di credibilità e di apertura.
La sostituzione del giornalista con il moderatore “di casa” è anche il segnale di un cambiamento più profondo nel modo di concepire la comunicazione pubblica. Sempre più organizzazioni tendono a preferire contesti protetti, in cui il messaggio possa essere gestito e indirizzato senza il rischio di deviazioni o di domande impreviste. Il risultato è una progressiva riduzione degli spazi di confronto autentico. Gli incontri pubblici continuano ad avere l’aspetto del dibattito, ma talvolta perdono una delle loro funzioni essenziali: quella di mettere in dialogo idee diverse e di sottoporre le posizioni espresse al vaglio di uno sguardo esterno.
La qualità della discussione pubblica dipende anche da questi dettagli apparentemente marginali. Chi modera un incontro non è un semplice cerimoniere. È una figura che contribuisce a definire il grado di apertura, di pluralismo e di trasparenza del confronto. Rinunciare sempre più spesso a un moderatore indipendente significa, in definitiva, accettare il rischio di un dibattito pubblico sempre più autoreferenziale.


L’articolo di Aldo Balzanelli è totalmente condivisibile. Il fenomeno non è solo bolognese. Inoltre apre il fronte ad altre considerazioni.
1 – Il superamento dell’intermediazione giornalistica non è solo nei dibattiti con il pubblico, ma anche nei modelli di comunicazione (social e non solo) che avvalorano come fonti indipendenti soggetti istituzionali (pubblici e privati) che hanno punti di vista e interessi legittimi ma parziali. Questo ha tolto ai media e ai professionisti che ci lavorano un ruolo che è riconosciuto anche dalla Costituzione ma che viene sempre più disatteso.
2 – I giornalisti hanno visto scemare la loro autorevolezza non solo per questo, ma anche per condizioni lavorative sempre più precarie che hanno finito per abbassare il livello medio della categoria. A volte anche il rispetto dell’etica e della deontologia, che i giornalisti hanno come appartenenti ad un Ordine, viene messo da parte da chi dovrebbe praticare tale rispetto. Non è un fenomeno nuovo, ma le dimensioni hanno superato il limite fisiologico.
3 – La crisi della carta stampata e dei media tradizionali ha provocato un cambio radicale delle proprietà editoriali che si sono fatte sempre aggressive nei confronti delle redazioni, raschiando quel rispetto dei ruoli che era presente in passato anche in proprietà detenute da editori non puri.
4 – Questi fattori hanno reso il dibattito pubblico un caricatura di talk show televisivi dove i lustrini o i “colpi di scena” fanno audience ma non servono allo scopo originario del dibattito stesso, ovvero la costruizione di una opinione pubblica informata, condizione indispensabile per avere una democrazia.
Succede da tempo ed è la prevedibile conseguenza del periodo dei giornalisti militanti. Così militanti da essere indistinguibili dai militanti tout court
Le grandi firme giornalistiche rappresentano la polarizzazione delle Testate, sempre piu’ schierati nel posizionarsi in maniera chiara ed evidente, il cane da guardia e’ diventato il megafono di propagande Governative oppure , di Opposizione, domande scontate, assist di comodo, lasciano trasparire le difficolta’ di una categoria che non sa’ rinnovarsi in maniera indipendente.
Tutta la ciurma del giornalismo non televisivo, si accoda mogio mogio senza mordere la notizia….
dopo tutta questa lamentela, circa le tessere Rosse e Verdi che popolano il sottobosco Giornalistico, alla ricerca di scoop e contratti di lavoro gratificanti, mi auguro che i capi popolo non abbiano tessere di comodo , diventando veri e propri Killer della stilografica.
Concordo con Aldo Balzanelli, ma c’è qualcosa da aggiungere anche sui giornalisti-giornalisti. Basta guardare quache talk show televisivo: dove sono i moderatori? Chi conduce è schierato, schieratissimo, a destra su un determinato canale, a sinistra su un altro. Il moderatore è ormai finito in archivio. Parce sepulto.
Giuseppe Castagnoli