Minghetti e l’impopolare arte dell’equilibrio

Il restauro della statua dedicata al politico risorgimentale offre l’occasione per riscoprire una figura che, nonostante i grandi sconvolgimenti della sua epoca, ha sempre cercato di unire anziché dividere, a cominciare dallo scontro tra il papato e l’allora nascente stato italiano

di Angelo Rambaldi, “Bologna al Centro-L’Officina delle Idee”


Da tempo Antonio Patuelli è una autorità non soltanto nel mondo finanziario ma anche civile, grazie al mecenatismo culturale più volte dimostrato. Il restauro del malmesso monumento a Marco Minghetti, nell’omonima piazza della nostra città, ne è soltanto l’ultimo esempio.

Vorrei portare un contributo “storico” a questa sua iniziativa. Marco Minghetti, bolognese (occorre ricordare che non mancano gli storici soprattutto della storia del Risorgimento e del nazionalismo italiano che narrano le vicende di quel periodo come fossero il libro “Cuore”), al termine della sua vita politica dovette presentarsi in un collegio elettorale del Piemonte perché a Bologna c’era il rischio di non essere rieletto. Minghetti infatti non era proprio amatissimo da queste parti, per la ragione che lui era un cattolico seppur laicissimo.

La piccola – non troppo – storia che voglio velocemente narrare si svolge nel 1857, quando Marco Minghetti era da tempo in Piemonte ed era molto legato al primo ministro del Re Savoia Vittorio Emanuele II, il Conte di Cavour, di cui Minghetti era un fedelissimo.

In tempi assai burrascosi nelle relazioni fra lo Stato Sabaudo e lo Stato Pontificio, fra la fine di luglio e la metà di agosto di quell’anno Papa Pio IX arrivò a Bologna per una visita al nord del suo Stato della Chiesa, e si trattenne come detto poco più di due mesi facendo base nell’ex edificio conventuale dei Monaci Olivetani a San Michele in Bosco. Insomma, San Michele in Bosco divenne per qualche settimana una sorta di Vaticano (mi correggo, allora era il Quirinale la sede dei Papi), e vi si svolse pure un Concistoro.

Minghetti, nonostante le ostilità latenti, riuscì a ottenere il permesso di avere un colloquio con il Pontefice. Il colloquio fu civile, ma il Papa non si mosse di un millimetro dalla sua posizione intransigente a difesa del potere temporale della Chiesa. Questo incontro è snobbato dalla critica storica ufficiale, ma ha una sua singolarità che meriterebbe altri approfonditi studi.

Occorre ricordare che i due si conoscevano bene, perché nella famosa stagione 1846-1848, fase iniziale del Pontificato in cui Pio IX divenne il beniamino anche dei liberali, compreso Mazzini, emanando delle amnistie generali che liberarono tutti i detenuti politici, Minghetti ricoprì il ruolo di ministro dei Lavori pubblici dello Stato pontificio, inaugurando una stagione che vide, tra le altre, la creazione di una grande ferrovia che da Milano, attraverso Parma, Modena, Bologna e Firenze, doveva giungere a Roma.

All’epoca infatti il Papa ovviamente non intendeva ancora mollare il potere totale sul suo Regno, però si aprì alla prova di un’assemblea parlamentare guidata da un laico, Pellegrino Rossi: un intellettuale svizzero esperto di riforme istituzionali. Pio IX chiese a Minghetti di partecipare al Governo e Minghetti assentì. Accadde però che la mattina dell’inaugurazione del Parlamento Pontificio, Pellegrino Rossi fu pugnalato a morte, segnale di un rivolgimento che porterà alla Repubblica Romana (quella di Mazzini, Armellini, Saffi e Garibaldi). Il Papa fuggì travestito da prete e si rifugiò a Gaeta, allora parte dello Stato Borbonico. I rivoltosi offrirono a Minghetti un posto nel neonato governo della Repubblica Romana, ma lui pose la condizione che il nuovo governo arrestasse e processasse l’assassino di Pellegrino Rossi, che secondo Minghetti colpe non aveva. Il governo della Repubblica Romana rifiutò. Allora Minghetti passò da Bologna ed emigrò in Piemonte per diventare un collaboratore stretto di Cavour.

Un altro aspetto veramente notevole ma trascurato del Minghetti è una proposta che fece a Cavour subito dopo il 1860, che prevedeva nel nuovo Governo dell’Italia unita la formazione di Regioni. Ora, sia chiaro, non si trattava di Regioni come quelle che noi abbiamo adesso. La divisione territoriale era simile a quella attuale ma sia i vari presidenti di Regione sia i gangli più importanti dell’amministrazione regionale sarebbero stati di nomina statale.

Questa proposta, tuttavia, teneva un po’ occultata un’altra ragione, che però per la quasi totalità della borghesia risorgimentale era sconosciuta ma ostile al tempo stesso. Era infatti un errore far calare sul nuovo Stato italiano l’armamentario centralistico “alla francese”, in un Paese che per quasi 15 secoli era stato diviso in Stati diversi che in parte finirono in mano straniera ma che furono anche rappresentanti del miglior Rinascimento. Tutto questo però era estraneo alla mentalità della borghesia italiana risorgimentale. E infatti non se ne fece nulla.


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