L’Italia campione del mondo per la terza volta. Ero possessore di una Ford Escort bianca. Due amici ne avevano altre due, verde e rossa. E così partimmo dall’Arcoveggio in corteo tricolore. Parcheggiammo sotto il Nettuno (oh, all’epoca si poteva). Una festa tanto bella che alla gioia si unì una coppia tedesca che non esitò a festeggiare con noi e a offrirci birra a volontà. Sarebbe una festa irripetibile, oggi, ma mi piacerebbe che una gioia simile la potessero vivere i più giovani
di Giampiero Moscato, direttore cB
Permettete un cedimento alla nostalgia? Lo sapete, per molti di noi – per me lo è – la nostalgia è una brutta faccenda. Può rendere viva e intensa, qui e adesso, la gioia di un ricordo antico e allo stesso tempo appesantire il presente ancor più di quanto non sia già greve e preoccupante.
Perdonatemi, lo so che ci sono temi più importanti per una testata che si chiama Cantiere Bologna. Ma un mondiale di calcio senza l’Italia (il terzo di fila, per giunta) per chi come me, per ragioni anagrafiche, ne ha visti giocare tanti e vincerne addirittura due è come fare la doccia con l’impermeabile. Che campionato mondiale è se gli Azzurri non ci sono? Non riesco a guardarlo.
La cosa mi ha fatto pensare che a troppe generazioni di ragazzi e ragazze di questo nostro Paese il destino (e la “broccaggine” degli eredi di Paolo Rossi e Luca Toni) viene negata la possibilità di vivere la gioia profonda di una vittoria dell’Italia a un mondiale e di viverla nella piazza del cuore. Sì, perché tra le fortunatamente tante meravigliose giornate della mia vita ci sono anche l’11 luglio 1982 in Spagna e il 9 luglio 2006 in Germania, quando gli azzurri vinsero il terzo e il quarto titolo planetario. Ho una nostalgia nettamente superiore per la vittoria di 44 anni fa, quel 3-1 rifilato alla Germania al Santiago Bernabéu di Madrid, rispetto a quella ottenuta ai rigori contro la Francia 24 anni dopo allo Stadio Olimpico di Berlino.
Non è solo per la più giovane età, all’epoca stavo per compiere 24 anni. Ad aumentare la nostalgia è il fatto che quel trionfo lo vissi a Bologna, insieme agli amici più cari, in un bar della Bolognina, anzi dell’Arcoveggio. La vittoria del 2006 invece la vidi a casa di una coppia italo-tedesca a Procchio, isola d’Elba, assieme a moglie e figli e a un gruppetto di altri amici. La partita la vedemmo sul satellite, trasmessa da un’emittente teutonica. Il telecronista avrà detto una parola al minuto, per giunta in tedesco. Quasi tutte le parole, per fortuna, erano cognomi. Insomma, anche in questo una bella differenza: sentire Nando Martellini, papà della mia amica Simonetta, concludere la telecronaca con il celeberrimo «Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo» procurò in me una gioia e un urlo simili a quelli di Tardelli al 68mo, quando sganciò da fuori area il tiro che valse il temporaneo 2-0. Ecco, vorrei che i più giovani potessero sentire quel tipo di frenetica euforia che mi prese quella volta. Mi dispiace davvero molto che da tre campionati non si dia la possibilità di provarci.
L’attacco di nostalgia forte, però, mi ha preso quando il ricordo mi ha riportato alla visione di una Bologna Mundial che così com’era non potremo comunque rivederla più, né io né i miei posteri. Che festeggiamenti! Il palo in cemento su cui alloggiava il lampione dell’incrocio tra le vie Barbieri e Arcoveggio/Fioravanti fu immediatamente ed elegantemente dipinto di verdebiancorosso da un gruppo di tifosi arcoveggiani e suggerì alla mia compagnia l’idea irresistibile e geniale che mi ha spinto a scrivere questo pezzo. Un’idea possibile all’epoca e che oggi non si potrebbe fare (aggiungo: giustamente. Votai favorevolissimamente sì alla chiusura del centro storico al traffico privato al referendum di qualche anno dopo).
Ero possessore di una Ford Escort di colore bianco. Spiritosamente la chiamavo “Bluesmobile”, la Cady, insomma, dei fratelli Jack e Elwood, e sul cruscotto per fare il “cool”, come direbbero Femia e Di Biase, avevo alloggiato un telefono a rotella e a filo. La gente ai semafori o rideva o mi ci mandava…. Però quell’idea l’avevo avuta io.
Il caso volle che due amici fantastici come il compianto Amanzio Bonfieni (un abbraccio ovunque tu sia) e Sandro Ricchi, che ora si divide tra la nostra città e la Sardegna, ne avessero altre due, casualmente di colore verde e rosso. E così, riempendole con altri amici, partimmo dal Bar Iglù (si chiamava così, non è un refuso) alla volta di Piazza Maggiore in corteo tricolore. Nemmeno a Napoli con Maradona ci fu un successo di pubblico così.
Parcheggiammo in piazza del Nettuno (oh, all’epoca si poteva), a qualche passo dal Gigante, felici come bambini dopo la torta della Prima Comunione. Un tripudio di bandiere, non solo italiane ma pure del Bologna (alè!). Una festa come non ne ho più viste. Tanto bella che alla nostra gioia si unì anche una coppia tedesca, un ragazzo e una ragazza talmente emozionati dalla nostra performance che non esitarono a festeggiare con noi e a offrirci birra a volontà. Come se fossero tifosi del Rugby al terzo tempo. Adorabili.
Chiedo. Non avreste nostalgia anche voi? Non provereste un moto di dispiacere per i nostri più giovani connazionali? Una Bologna Mundial così purtroppo non ci sarà mai più. Ma nel ricordo ci sarà per sempre. Nostalgia canaglia. Ma per fortuna esiste.

