L’incorporazione del Museo Ebraico bolognese nel Meis di Ferrara, complici difficoltà economiche e di gestione, può offrire qualche lezione utile per il prossimo futuro anche al resto della città
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
La “fusione per incorporazione” del Museo Ebraico bolognese con il Meis – l’omologo nazionale con sede a Ferrara (qui) – è una di quelle notizie apparentemente piccole che nascondono, tuttavia, alcuni insegnamenti validi per tutta la comunità cittadina.
Il primo e più immediato, di natura pratica e al contempo narrativa, ha a che fare con la più volte invocata integrazione regionale. Se a Ferrara c’è un ente museale più rilevante ed economicamente più florido di quello del capoluogo, infatti, è cosa buona e giusta che guidi il processo e mantenga il controllo anche dopo la fusione, in barba a ogni genere di campanilismi.
Il secondo, pur celato dietro ragioni di bilancio, ha implicazioni sociologiche che, per tutti gli operatori di settore, sarebbe molto utile tenere a mente nel prossimo futuro. Perché se il calo delle visite scolastiche – con relativi introiti – è legato anche «al perdurante conflitto in Medio Oriente» e alle «polemiche su tutto quanto concerne Israele e il mondo ebraico», giova ricordare che qualsiasi ente culturale, in qualunque epoca, non ha un valore sociale di per sé, ma soltanto quello attribuitogli da una parte più o meno cospicua della comunità che lo esprime. E se smette di dialogare costantemente con essa, rifiutandosi di abbracciarne la complessità in favore di posizioni tendenzialmente rigide e identitarie, lo fa consapevole del concreto rischio di scadere, prima o poi, nell’ostico pantano dell’irrilevanza.
L’ultima lezione, certo teologica ma anche decisamente politica, sta infine nelle possibili connotazioni semantiche che questo “esilio ferrarese” lascia intravedere.
Com’è infatti noto, nella formazione dell’identità ebraica gli esodi svolgono un ruolo fondamentale. In Egitto, nella contrapposizione col faraone, si forgia il concetto di nazione. A Babilonia, interrogandosi sul proprio rapporto con la divinità, germoglia invece il seme della religione. Con la diaspora successiva alla terza guerra giudaica, poi, questa entità etno-religiosa si scontra con la difficoltà di darsi una forma statale autonoma nella competizione con potenze imperiali indiscutibilmente più grandi di lei.
Secondo l’interpretazione ortodossa, questi allontanamenti dalla Terra Promessa sono il risultato di errori collettivi commessi prima che la separazione cominci. E di cui l’esilio rappresenta, in qualche maniera, il necessario periodo di distacco e riflessione critica attraverso il quale tentare di porvi rimedio. Una chiave di lettura senz’altro impegnativa, ma che potrebbe fare al caso persino della nostra politica, che proprio in questi giorni si interroga su cause e motivazioni del malcontento diffuso che si respira in città.
Per adesso, con l’individuazione dei disagi creati dai cantieri del tram, siamo ancora alla presa di coscienza di un dato arcinoto di cui si dibatte da tempo (qui). La speranza, complice l’esodo di agosto, è che con un supplemento d’indagine si possa arrivare, entro l’autunno, ad avere un quadro psicologico più completo e, di conseguenza, un piano d’azione più efficace per correggere il tiro prima che sopraggiungano le urne.
Scongiurando così definitivamente il pericolo di un esilio ben peggiore di cui, come sanno bene al Casato d’Este, potrebbe non essere affatto semplice individuare la fine.
