Quando una parola non basta

Davanti a tragedie come quella di via Shakespeare si ricorre a un vocabolario sempre più variegato: femminicidio, disabilicidio, disperazione, salute mentale. Forse la prima responsabilità, tuttavia, è non scegliere una sola spiegazione

di Rossana Di Renzo, cittadina attiva


Ero indecisa se intervenire sulla vicenda di via Shakespeare, che ha visto coinvolti due anziani coniugi in un omicidio-suicidio sul cui movente gli inquirenti stanno ancora indagando (qui). Non perché manchino le parole, ma forse proprio perché ce ne sono molte e ognuna porta con sé un pezzo di verità, ma anche il rischio di lasciare fuori qualcosa.

Eppure credo sia importante discutere di questi temi. Non per aggiungere un altro giudizio ai tanti che hanno attraversato il dibattito pubblico in questi giorni, ma perché alcune tragedie ci interrogano sul modo in cui guardiamo alle persone, alla cura, alla fragilità e alle responsabilità di una società.

Ogni volta che accade una tragedia come questa cerchiamo subito una parola che la spieghi: femminicidio, disabilicidio, disperazione, follia, solitudine. Le parole sono importanti, ci aiutano a riconoscere un fenomeno, a nominarlo, a renderlo visibile. Ma possono anche diventare una scorciatoia, perché ogni parola illumina una parte della realtà e ne lascia un’altra in ombra.

In questi giorni due vicende profondamente diverse hanno attraversato il dibattito pubblico.

A Bologna un uomo ha ucciso la moglie gravemente malata e poi si è tolto la vita. Le indagini sono ancora in corso. Eppure il confronto si è acceso immediatamente. C’è chi ha richiamato il tema del femminicidio, ricordando che nessuna malattia può cancellare il diritto di una donna alla propria autodeterminazione. C’è chi ha parlato della disperazione di un caregiver e della solitudine nella quale tante famiglie affrontano percorsi di cura lunghi e complessi.

Ad Arezzo, invece, una sentenza ha assolto una donna che aveva ucciso la madre affetta da Alzheimer, riconoscendo una totale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Una vicenda nella quale la giustizia ha accertato un gravissimo disturbo psichico, ma che non ha cancellato il dolore di chi ha pronunciato parole difficili da dimenticare: «Non riesco a perdonarmi».

Sono due storie diverse e sarebbe sbagliato sovrapporle, ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzarle per confermare ciascuno la propria lettura, senza ascoltare ciò che entrambe ci chiedono.

Negli ultimi giorni abbiamo letto commenti che sembrano appartenere a mondi lontanissimi. Da una parte c’è chi invita a non lasciarsi travolgere dall’empatia verso chi uccide, ricordando che troppo spesso la persona con disabilità, la donna anziana o la moglie malata scompaiono dal racconto pubblico. Restano la fatica del caregiver, la disperazione, il contesto. La vittima rischia di diventare quasi una comparsa della propria storia.

È una critica che merita di essere ascoltata, perché il modo in cui raccontiamo questi fatti contribuisce a costruire il valore che attribuiamo alle vite delle persone più fragili.

Dall’altra parte c’è chi teme una narrazione opposta: quella che riduce tutto a un gesto individuale, senza interrogarsi su ciò che lo ha preceduto. Anni di cura, isolamento, assenza di sostegni, servizi insufficienti, una salute mentale che può consumarsi lentamente.

Anche questa domanda merita di essere presa sul serio.

Il punto è che queste due prospettive non dovrebbero combattersi, dovrebbero correggersi a vicenda. Difendere il diritto alla vita, alla dignità e all’autodeterminazione della persona uccisa non impedisce di interrogarsi sul logoramento di chi assiste. Riflettere sulla salute mentale di un caregiver non significa trasformare una tragedia in un gesto comprensibile o inevitabile.

La disperazione può aiutare a comprendere un contesto, ma non può diventare una categoria morale che attenua il valore della vita perduta. Forse il nostro limite sta proprio qui. Abbiamo costruito un dibattito pubblico che spesso ci chiede di scegliere: o la vittima, o il caregiver, o i diritti, o i servizi, come se fossero questioni alternative. E invece sono intrecciate.

C’è però un’altra domanda che queste vicende pongono e che riguarda il nostro sistema di welfare: siamo molto capaci di prendere in carico una persona, molto meno di prenderci cura di una relazione.

Una diagnosi di Alzheimer, una grave disabilità, una malattia neurodegenerativa non trasformano soltanto la vita di chi ne è colpito, ma trasformano anche quella di chi gli vive accanto. La cura modifica il lavoro, il sonno, le relazioni, il tempo, il reddito, la salute mentale.

Eppure, continuiamo a valutare quasi esclusivamente il bisogno della persona assistita: misuriamo la non autosufficienza, definiamo i livelli di gravità, programmiamo prestazioni. Molto più raramente ci chiediamo come sta chi sostiene quella relazione di cura. Non per sostituire la responsabilità individuale con quella collettiva e nemmeno per attribuire ai servizi il potere di impedire ogni tragedia.

Nessuno può affermare che un servizio in più avrebbe cambiato il destino di queste due storie, ma possiamo affermare un’altra cosa: una società che arriva soltanto dopo la tragedia è una società che ha rinunciato a vedere ciò che accade prima. Prima del gesto, prima del processo, prima del titolo di giornale, prima che una persona venga ricordata soltanto come vittima e un’altra soltanto come autore.

Forse dovremmo imparare a tenere insieme queste domande, invece di sceglierne una sola. Perché ogni volta che una tragedia ci costringe a scegliere tra diritti e contesto, tra responsabilità e fragilità, tra autodeterminazione e cura, probabilmente è il linguaggio stesso a essere diventato troppo povero per raccontare la complessità della vita.

E forse il compito del giornalismo, della politica e dei servizi non è offrirci una spiegazione rassicurante. È aiutarci ad abitare questa complessità, senza rinunciare né alla tutela delle persone più fragili né al dovere di costruire una società capace di sostenere, prima che sia troppo tardi, le relazioni di cura.


4 pensieri riguardo “Quando una parola non basta

  1. Ottimo articolo, ci si volta troppo spesso dall’altra parte per paura che aiutare qualcuno ci porti via tempo prezioso…..ma se ad averne bisogno fossimo noi? Bisogna ricostruire il senso civico, riattivare le relazioni di vero vicinato, il compito spetta ad ognuno di noi cercando poi di stimolarne il supporto con leggi giuste.

  2. il termine azzeccato è ci rassicura,
    la spiegazione razionale è rassicurante, ci allontana la possibilità che capiti a Noi…
    Ma Noi erano anche Loro e così casca l’ Asino.

  3. Buon pomeriggio..Ieri è deceduta a Gallarate ( VA) una mia cognata affetta da demenza dei corpi di Lewy dopo un anno di sofferenze gravi psico-fisiche che l’hanno portata al coma terminale. Mio cognato di forte tempra morale ed il figlio l’hanno tenuta a casa fino a 4 gg dalla morte per poi entrare in una RSA reparto terminali..A casa era accudita bene dall’ADI e dal MMG, ma mio cognato si è dovuto dotare di due badanti giorno e notte x sopravvivere. Conosciamo altre 3 persone in queste condizioni. Sono patologie che stravolgono la vita di una famiglia. Mio cognato a volte sbatteva la testa contro gli stipiti di casa.

    Ecco se per tante altre malattie il SSN o il privato sociale cerca di lenire la sofferenza soprattutto dei caregiver, per le demenze le famiglie sono SOLE. Si devono arrangiare a suon di quattrini a trovarsi un aiuto, a ricostruire una vita di relazioni umane. Con queste poche righe vorrei attirare l’attenzione delle forze politiche e sociali cittadine e regionali ( perché no anche nazionali) a por mano a fondi economici, a supporti operativi e quant’altro necessario utili a chi assiste tali persone con demenza o patologie similari che si stanno diffondendo a macchia d’olio. Utili anche fondi per la ricerca. Come mai tali malattie stanno diventando così frequenti ? Grazie per l’attenzione. Carlo Lesi

    1. Grazie per aver condiviso questa testimonianza. Mi ha colpito molto una frase: “mio cognato a volte sbatteva la testa contro gli stipiti di casa”. In poche parole racconta il punto a cui può arrivare la sofferenza di chi cura quando una malattia come la demenza, così come altre patologie complesse, entra in una famiglia e occupa ogni spazio della vita.

      Dietro ogni persona con demenza c’è una persona malata, ma anche una rete di affetti che ha bisogno di essere sostenuta. Non basta chiedere alle famiglie di resistere: servono servizi, sollievo, orientamento e una presa in carico che accompagni anche chi si prende cura.

      Questa storia ci ricorda che la cura non può essere lasciata alla sola forza delle persone.

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