Il direttore Rai Emilia-Romagna per molti anni corrispondente da Londra sulla crisi inglese dopo le dimissioni di Starmer
di Christian Caporaso, giornalista
Dopo le dimissioni del primo ministro Keir Starmer, il Regno Unito sta affrontando quella che probabilmente è una delle fasi più complesse della sua storia politica recente. Stefano Tura, il direttore di Rai Emilia-Romagna per sedici anni corrispondente da Londra, analizza le cause della crisi laburista e in generale del modello bipartitico inglese, tra Andy Burnham come successore di Starmer e l’ascesa di Nigel Farage.
Che situazione sta vivendo oggi la Gran Bretagna da un punto di vista politico alla luce della sua esperienza?
«Sono arrivato a Londra che c’era ancora il governo Blair, dunque ho assistito al passaggio di moltissimi esecutivi, ma uno scenario del genere non l’avevo mai visto. In dieci anni sono cambiati sette governi, un’instabilità atipica per il panorama inglese. È un Paese che sta vivendo una fase di transizione che non sa ancora come gestire, e che ogni governo si ritrova ad affrontare senza la necessaria consapevolezza».
Quali sono le cause?
«C’è un malcontento diffuso, economico ma anche sociale: il Regno Unito, da sempre modello di tolleranza e accoglienza, è cambiato profondamente, e lo dimostra l’ascesa di forze politiche che basano la propria spinta sulla battaglia all’immigrazione. Non si tratta solo di Farage, ma di un’intera galassia di destra radicata al nord del Paese».
Che eredita si è trovato Starmer?
«Veniva da tre governi conservatori falliti: quello di Johnson, colpito dalla gestione della pandemia, il breve passaggio di Truss, e un primo ministro dimenticabile come Sunak. Anche all’interno dei laburisti la situazione non era semplice: ha dovuto ricostruire un partito che con Corbyn era tornato a posizioni pre-blairiane, dunque euroscettiche, marcatamente di sinistra, e lontane dalla sinistra progressista e liberale di Spagna, Francia o Germania».
Col senno di poi non ce l’ha fatta.
«Il Regno Unito vive un problema di economia reale, non di numeri: persone che non arrivano a fine mese, che non possono permettersi una casa e che sono costrette a pagare mezzi di trasporto costosissimi. Poi c’è la questione sanitaria: il sistema pubblico spinge sempre di più verso il privato, in un meccanismo che assomiglia molto a quello americano. Starmer, oltre non aver avuto il coraggio di intervenire sul debito pubblico, ha subito gli effetti di una Brexit che continua a pesare sull’agroalimentare, sul turismo e sull’occupazione. A tutto ciò si sommano una serie di scelte impopolari come le tasse su pensioni ed eredità che hanno fatto perdere consensi al laburisti. Nel mentre, il partito di Farage arriva a diventare secondo alcuni sondaggi la prima forza politica».
Sul fronte internazionale lo scenario è altrettanto complesso?
«Anche lì le difficoltà non sono mancate. Gli inglesi si sono sempre schierati contro la Russia e a favore dell’Ucraina, posizione che ha creato attriti con Trump. Sul conflitto in Medio Oriente, invece, il governo si è avvicinato troppo a Netanyahu, generando un forte dissenso interno tra manifestazioni pro-pal ed episodi antisemiti a Londra che hanno messo in imbarazzo l’esecutivo».
A succedere a Starmer nel suo partito pare sarà Andy Burnham.
«Appartiene alla corrente più di sinistra dei laburisti, anche se non ai livelli di Corbyn: assomiglia per certi versi a Ed Miliband, quello che chiamavano “Ed il rosso”. Vuole decentralizzare il potere politico, spostando una parte delle decisioni da Londra a Manchester, nazionalizzare alcune aziende e aiutare il ceto medio e i giovani nell’accesso alla casa. Se non verrà affossato dai franchi tiratori interni e riuscirà a crearsi un seguito nel partito, potrebbe diventare un’alternativa credibile ai Farage».
Come si può interpretare la figura di Farage facendo un parallelismo con il panorama politico italiano?
«Per la sua linea anti-immigrazione sarebbe più vicino a Vannacci, ma per il tipo di consenso che sta raccogliendo assomiglia ai primi Cinque Stelle, o alla Lega di Bossi. Sta togliendo più voti a sinistra che a destra perché parla alla pancia della gente delle piccole città e dei piccoli paesi. È un mix tra un “Maga” britannico e un programma di abbattimento delle tasse pensato per aiutare le classi più deboli, oggi rappresentato dalla middle class».
L’intervista è stata realizzata per InCronaca, giornale del Master in Giornalismo dell’Università di Bologna


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