Estate di pausa, autunno di resa dei conti: i nodi che l’Emilia-Romagna e Bologna non hanno ancora sciolto

Il monitor di luglio non segnala scostamenti materiali. Ma la flat line della produzione industriale, le ore di cassa integrazione ai massimi decennali nella meccanica e il crollo dell’export in alcune province prefigurano un autunno molto più difficile dell’estate. I dati disponibili, letti insieme, restituiscono un quadro che richiede decisioni e non ulteriori rinvii

di Maurizio Morini, imprenditore della conoscenza


Nessun allarme, nessuna svolta. Gli indicatori del barometro regionale confermano, a metà luglio 2026, la sostanziale invarianza già registrata nelle settimane precedenti. Il tasso di occupazione nella fascia 20-64 anni si attesta al 77,0% in Emilia-Romagna, uno dei valori più alti d’Europa, e il tasso di disoccupazione rimane al 4,1%, in prossimità dei minimi storici. La produzione industriale italiana destagionalizzata (indice 2021=100, manifatturiero Nace B-D) si collocava ad aprile 2026 a quota 94,9, con un lieve cedimento a 94,5 a maggio: ancora all’interno del corridoio oscillante tra 92 e 95 che dura ormai da sedici mesi consecutivi. Il Pil regionale cresce dello 0,5% su base annua secondo il tracciamento Iter di Banca d’Italia, dato invariato rispetto alle rilevazioni precedenti.

Nessun allarme, dunque. Ma l’assenza di allarme non è buona notizia quando il contesto attorno si deteriora. La stabilità degli aggregati macroeconomici regionali convive con una serie di segnali – tutti verificabili, tutti documentati – che puntano verso un autunno di maggiore pressione.

La meccanica in cassa: i numeri che i tassi di occupazione non raccontano

Il primo segnale riguarda la cassa integrazione nella metalmeccanica. Nei primi nove mesi del 2025 – ultima rilevazione disponibile con dettaglio provinciale – l’Inps ha autorizzato 25,9 milioni di ore di Cig nelle imprese metalmeccaniche dell’Emilia-Romagna: il 57,5% del totale delle ore di cassa integrazione autorizzate nell’intera regione. Il dato rimane superiore del 50% rispetto all’intero anno 2023. Bologna ha registrato nei primi nove mesi del 2025 una crescita del 25,3% delle ore autorizzate, dopo il +152,4% del 2024 sul 2023. Reggio Emilia e Modena mostrano dinamiche analoghe o peggiori. E a livello provinciale globale – totale attività – solo a marzo 2026 c’è stata una riduzione rispetto al 2025 – nel primo bimestre l’aumento era stato rilevante -, ma da verificare nel secondo trimestre.

Tornando alla manifattura, gli occupati in Emilia-Romagna hanno registrato nel 2025 un calo del 6,9%, uno dei più severi tra le grandi regioni manifatturiere italiane, a fronte di una sostanziale tenuta a livello nazionale (+0,1%). Questo dato – prodotto da Confartigianato Er su elaborazione Istat – non emerge dagli aggregati di tasso di occupazione complessivo perché viene compensato dalla crescita nei servizi. La fotografia è quella di un sistema che perde addetti nella fabbrica e li assorbe, non sempre con continuità di reddito né di prospettiva, in altri comparti.

Il tasso di occupazione al 77% è reale. Ma nasconde una redistribuzione: la manifattura perde, i servizi assorbono. Non è la stessa cosa, né in termini di produttività né di tenuta a lungo termine. Anche perché, ricordiamolo, i servizi sono stati pompati dal Pnrr, che nel 2026 vede esaurire la sua spinta propulsiva.

A Bologna, la produzione della meccanica ha registrato nei primi nove mesi del 2025 un calo del -1,3%, in linea con il -1,2% del 2024. Marelli – ex Weber, via del Timavo – ha proseguito il ricorso agli ammortizzatori sociali per la divisione Propulsion solutions. Menarini autobus ha rinnovato la cassa integrazione straordinaria. Maserati continua a utilizzare ammortizzatori in attesa di soluzioni produttive concrete. Gaggio Tech è arrivata alla cassa integrazione per cessazione, con novanta posti di lavoro formalmente a rischio.

L’estate copre, l’autunno scopre: le scadenze che si avvicinano

L’estate esercita storicamente una funzione di mascheramento congiunturale: le ferie allungano i tempi di risposta delle imprese, le chiusure rallentano il flusso delle comunicazioni sindacali, i dati di luglio e agosto incorporano effetti stagionali che ne rendono più difficile la lettura. Molte situazioni di cassa integrazione – comprese quelle aperte nel 2025 e rinnovate nella prima metà del 2026 – scadono tra settembre e novembre. Il rientro dalle ferie corrisponde, in molti casi, con la scadenza degli ammortizzatori e con la necessità di decidere: ristrutturare, cedere, o chiudere.

Il quadro si complica guardando all’export. La provincia di Ravenna – sentinella utile per l’intera rete manifatturiera regionale – ha registrato nel primo trimestre 2026 un calo dell’export del -7,9% tendenziale, con un crollo verso gli Stati Uniti del -32,2% legato in parte alle politiche tariffarie americane. L’export manifatturiero regionale verso i mercati extra-europei risente, nel 2026, della doppia pressione di dazi e instabilità geopolitica. Prometeia ha rivisto al ribasso le stime di crescita per diverse province: Ravenna è scesa dallo 0,9% di previsione a inizio anno allo 0,2% attuale. La stessa traiettoria interessa le economie più legate all’indotto automotive tedesco e alla componentistica.

Sul versante dei prezzi, il dato Hicp rimane a 124,3 punti (base 2015=100), con una progressione di +1,4 punti in dodici mesi. Le famiglie con redditi medi continuano a subire un’erosione reale del potere d’acquisto che non si legge nei grandi aggregati ma si misura nei comportamenti di consumo: riduzione degli acquisti non alimentari, contrazione della spesa discrezionale, crescita della Gdo a scapito del commercio di prossimità. E di nuovo ricordiamo la scadenza dell’effetto Pnrr: terminate le rendicontazioni, per migliaia di attuali lavoratori si pone il tema del “dopo”.

La Banca d’Italia fotografa il 2025: crescita c’è, struttura no

Il 15 giugno 2026 Banca d’Italia ha presentato a Bologna il rapporto annuale sull’Economia dell’Emilia-Romagna (n. 8/2026). Il documento – che costituisce la fonte più autorevole per la lettura strutturale dell’economia regionale – conferma le linee del nostro monitoraggio: il sistema regge, la crescita è modesta (+0,5-0,6% il Pil reale nel 2025 secondo le stime Prometeia), ma la composizione della crescita rivela fragilità. A trainare nel 2025 sono state le costruzioni (+2,4% il valore aggiunto reale), in buona parte legate al completamento di cantieri Pnrr. L’industria in senso stretto ha recuperato solo marginalmente (+0,8%), i servizi hanno tenuto (+0,4%). Nel 2026, le costruzioni potrebbero invertire la tendenza con un lieve arretramento, venendo meno la spinta dei fondi straordinari.

Questo passaggio è cruciale. La narrativa della tenuta emiliano-romagnola si è in parte appoggiata negli ultimi due anni a un’iniezione di domanda pubblica straordinaria – i cantieri del Pnrr, le infrastrutture digitali, il superbonus edilizio nelle sue fasi finali – che non è strutturale e che nel corso del 2026 si esaurisce. Quello che rimane è l’economia ordinaria: manifattura sotto pressione, export vulnerabile, commercio in lenta ristrutturazione, servizi in espansione ma a produttività media decrescente.

Cosa serve all’autunno: politica industriale, non solo ammortizzatori

Abbiamo scritto su queste pagine, a partire da inizio 2025, che il rischio per l’Emilia-Romagna non era un collasso improvviso ma una lenta perdita di competitività strutturale, mascherata dalla tenuta degli aggregati. I dati di metà 2026 confermano quella lettura. Il sistema regge ancora. Ma i margini si assottigliano e le scadenze di autunno porranno molte imprese – e molte famiglie – davanti a scelte più nette.

Le misure chieste dalle istituzioni regionali nei mesi scorsi – moratorie sui prestiti, cassa integrazione in deroga, piano di reshoring – sono necessarie ma non sufficienti. Gli ammortizzatori sociali comprano tempo: non producono trasformazione. L’autunno richiederà risposte su almeno tre fronti che finora sono rimasti ai margini del dibattito pubblico locale.

Primo: la riconversione delle competenze. I lavoratori della componentistica automotive – a Bologna come a Modena e Reggio – non possono essere semplicemente dirottati verso i servizi senza un investimento specifico e continuativo in formazione avanzata. Il competence center Bi-Rex e la rete Its della regione hanno le infrastrutture per farlo: va realizzato un raccordo sistematico e operativo con le imprese che assumono.

Secondo: la politica energetica industriale. Il costo dell’energia rimane il principale fattore di freno per le Pmi manifatturiere della regione, come indica l’indagine congiunturale della Camera di commercio di Ferrara-Ravenna. L’autoconsumo energetico – fotovoltaico industriale, comunità energetiche, accordi di power purchase – è ancora sottoutilizzato rispetto alle potenzialità del tessuto produttivo regionale. Abbiamo scritto in Policy Brief al riguardo, nel mese di maggio scorso. Vogliamo affrontare organicamente il tema?

Terzo: il ricambio del pensiero strategico. Lo ripetiamo: un Piano Strategico Metropolitano costruito con i medesimi soggetti che hanno gestito il ciclo precedente non produce discontinuità. L’autunno sarebbe il momento giusto per allargare il tavolo – formalmente, con mandato e tempi, e con un’architettura organizzativa evoluta come da noi proposto a più riprese – a chi abita le traiettorie nuove dell’economia: imprese “science-base”, startup, manifattura intelligente di seconda generazione, economy of care, economia circolare applicata alle filiere esistenti.

La domanda che Cantiere Bologna, mio tramite, si pone dall’inizio di questo percorso di monitoraggio e pone ai policy maker rimane aperta: c’è la volontà, da parte di chi ha responsabilità di governo del territorio, di ascoltare quello che i dati dicono? E soprattutto di agire mettendo in campo le opportune “forze collettive” in maniera integrata.

Riprendiamo un hashtag fatto proprio dal 2025: #solounavisionesistemicacisalverà. Quindi agiamo congiuntamente. Non quando la crisi è già conclamata, beninteso, ma adesso, per provare a intervenire anticipatamente.


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