I quartieri bolognesi, una storia di architettura

Un viaggio tra alcuni edifici della città tra servizi, scuole e spazi verdi

di Paolo Tomasi, giornalista


Se si guarda un’immagine satellitare di Bologna si riconoscono facilmente i diversi quartieri della città. La geometria regolare del tracciato delle mura aiuta a isolare il reticolo medievale di vie strette che si aprono fra i palazzi del centro. Appena oltre i viali di circonvallazione, le strade si fanno rettilinee e scandiscono lo spazio in un modo totalmente diverso. Fuori dal centro la maglia intorno a cui si organizza la città diventa più regolare, i volumi aumentano e lo spazio fra le costruzioni si dilata, con le case che si diradano seguendo le direttrici che, a partire dalla via Emilia, vanno verso la pianura.

Storicamente il centro ha sempre occupato la porzione principale della superficie di Bologna, e ne ha raccolto fra i portici la maggior parte degli edifici. Solo nel 1955 un quinto dell’impronta a terra era racchiuso fra la «Circla» del 1300 – circa 500 dei 2.500 ettari complessivi – mentre oggi gli stessi quartieri occupano appena il 5% dei 10.000 ettari di estensione della città moderna. Il grosso dell’espansione della Dotta si è verificato fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Settanta. In meno di vent’anni sono stati «costruiti» più di 5.000 ettari complessivi di città, un nuovo tessuto urbano che ha finito per circondare l’area della Bologna storica senza soluzione di continuità. Sono soprattutto i quartieri popolari nati per dare una casa ai quasi 200.000 nuovi bolognesi – i 330.000 residenti degli anni Cinquanta diventarono 491.000 nel 1971 – arrivati nel capoluogo emiliano, prima dalle campagne e dall’Appennino emiliano e poi dal resto del Paese, per inseguire lo stile di vita urbano dell’Italia del boom economico.

È in quegli anni che i condomini di cemento a vista e le strade regolari delle nuove periferie diventano, oltre che una necessità pratica, una grande occasione di sperimentazione urbanistica e architettonica. L’amministrazione metteva a disposizione lo spazio, il piano Fanfani i soldi e i progettisti usavano entrambi per esplorare una concezione di città moderna e innovativa. Come ha ricordato Edoardo Salzano, uno dei più importanti urbanisti italiani del Novecento, «Bologna è stata l’unica città del Paese in cui l’espansione in periferia non è stata sinonimo di sacco urbanistico, ma il tentativo, riuscito per decenni, di costruire una “città pubblica”, dove gli standard di servizi, scuole e verde venivano prima degli interessi della rendita fondiaria».

La collaborazione fra l’amministrazione comunale guidata dal Partito comunista italiano e le grandi firme dell’architettura di quegli anni ha prodotto, secondo i censimenti curati dall’Istituto per i beni artistici e culturali dell’Emilia-Romagna, oltre 230 edifici di valore architettonico. Dai progetti di fine anni Cinquanta e dai cantieri dei Sessanta è nata una delle stagioni più vitali dell’architettura bolognese che, secondo la visione di Pietro Raimondi, presidente dell’Istituto dal 1992 al 2011, è stata valorizzata meno di quanto avrebbe meritato: «Riconoscere il valore intrinseco e testimoniale dei fenomeni architettonici a noi più vicini è il segno di una sensibilità culturale finalmente in grado di archiviare contrapposizioni annose e sterili. Prima fra tutte quelle fra l’antico e il nuovo, fra il patrimonio di pietre e cultura conservato nei centri storici e gli edifici di qualità progettati negli ultimi cinquant’anni e spesso considerati con sospetto, come corpi estranei da sopportare o da relegare nella visibilità opaca e nel discredito delle periferie. Una città è sempre un dialogo, a tempi lunghi, di esperienze e di forme».

Nel giugno del 1949 il piano Ina Casa firmato da Amintore Fanfani, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali del quinto governo De Gasperi, stanziò 300 milioni per la costruzione a Bologna dei villaggi di via Cavedone, delle Due Madonne, di San Donato e di Borgo Panigale. Sono spazi urbani creati dal tecnigrafo di alcuni dei più importanti esponenti del modernismo, bolognese e nazionale, da Giuseppe Vaccaro ad Alberto Legnani, da Gianluigi Gordiani a Gildo Scagliarini, da Alfredo Leorati a Francesco Santini. «Penso che il villaggio di via Cavedone sia degno di nota per via dei grandi cortili interni inseriti nel progetto e per la sua spazialità estremamente rigorosa. In un certo senso non assomiglia all’edilizia popolare tradizionale, sono edifici che non sembrano di “edilizia povera”, nonostante in un certo senso lo fossero. Riescono comunque a darsi un certo tono che comunica qualità», riflette Piero Orlandi, urbanista, architetto e saggista bolognese che per l’Istituto dei Beni culturali si è occupato di architettura moderna. Il villaggio è una creazione di Leonardo Benevolo, progettista piemontese di fama internazionale che in via Cavedone scelse di proporre delle case a corte con uno spazio centrale aperto e un’area pedonale interna protetta dal traffico della città allestita con aree verdi e servizi comuni, pensata per essere il fulcro di tutta la struttura. «Gli edifici di Benevolo sono da manuale dell’architettura – commenta l’architetto bolognese Paolo Capponcelli. Sono edifici importanti perché, nonostante l’apparenza povera, hanno dettagli costruttivi e funzionali rigorosi, non c’è niente lasciato al caso. Magari guardandoli oggi possono non fare un grande effetto, ma hanno un valore e questo vale per via Cavedone ma anche per la Barca e per Borgo Panigale».

Il quartiere della Barca sorge in un’ansa del fiume Reno, alla periferia ovest, ed è tagliato dal cosiddetto “Treno”, un edificio leggermente curvo lungo quasi 600 metri progettato a fine anni Cinquanta da Giuseppe Vaccaro, che regola il passaggio fra le due metà di un’area della città in cui vivono più di ventimila persone. Vaccaro inserisce al piano terra del “Treno” un portico che corre per tutta la sua lunghezza, pensato per ospitare negozi, servizi e spazi di aggregazione e, sfruttando le dimensioni del progetto e la sua centralità nella pianificazione del tessuto urbano della Barca, richiama in maniera esplicita la funzione dei portici del centro e il loro ruolo nella vita quotidiana dei bolognesi. Per Marco Mulazzani, storico dell’architettura, professore ordinario e direttore del dipartimento di architettura dell’Università di Ferrara, «forse quella strana, interminabile casa, conformata su una leggerissima curva e caratterizzata da una sapiente facciata che oggi definiremmo dinamica, rappresenta l’oggetto urbano più poetico immaginato nella stagione dei progetti Ina-Casa». Poco oltre la Barca, dove la Via Emilia esce dalla città in direzione di Modena, si trova il villaggio Ina di Borgo Panigale, sempre a firma di Giuseppe Vaccaro che, anche in questo caso, parte da un’altra citazione alla storia dell’architettura bolognese. Stavolta, la squadra di progettisti scelse di portare nella modernità il concetto urbanistico dell’autosufficienza di un borgo medievale. Per evitare di creare una periferia-dormitorio Vaccaro decise, fin dalla carta millimetrata, di inserire nel nuovo quartiere tutti gli elementi funzionali di un piccolo agglomerato urbano, disponendoli nello spazio a partire dalla chiesa parrocchiale del Cuore immacolato di Maria, centro della simmetria di tutto il progetto.

«La chiesa di Borgo Panigale è importante soprattutto per la copertura progettata da Luigi Nervi, uno dei più grandi ingegneri italiani di sempre. La composizione architettonica dell’edificio in sé può anche non essere particolarmente degna di nota, ma la soluzione ideata da Nervi per il soffitto ha una grande rilevanza», commenta Capponcelli. Quella che era stata inizialmente concepita come una struttura in acciaio, grazie a Nervi venne ripensata come un’enorme piastra circolare di cemento armato appoggiata su quattro pilastri cruciformi interni, che permettono così di separarla fisicamente dal resto dell’edificio e creare uno spazio libero da elementi strutturali, occupato da una finestratura continua che lascia filtrare la luce ambientale verso l’aula sacra.

La scelta di pianificare lo sviluppo dei circa 160.000 metri quadri di Borgo Panigale a partire dalla chiesa del Cuore immacolato fu dettata, oltre che dalla visione urbanistica di Vaccaro, dall’importanza, culturale ed economica, che ebbe a Bologna negli anni Cinquanta il “Piano Nuove Chiese”. Nel dopoguerra, oltre agli amministratori e ai gruppi di progettisti, anche la curia, guidata dall’arcivescovo Giacomo Lercaro, ebbe un ruolo di primo piano nella progettazione delle nuove periferie. In questo senso, il discorso con cui il 23 settembre 1955 il cardinale inaugurò nelle aule dell’Alma Mater il “Primo congresso Nazionale di architettura sacra” è una dichiarazione programmatica della coesistenza fra sperimentazione architettonica e missione teologica che, nel giro di circa quindici anni, portò alla costruzione di oltre venti nuove “chiese di Lercaro”: «Nasce col sorgere e diffondersi del Vangelo un’architettura cristiana. Nuova indubbiamente e con evidenti caratteri propri e inconfondibili. Ma tuttavia non estranea all’ambiente, non ignara, né fuori fase rispetto alla tradizione artistica e alla sensibilità del momento».

Il tentativo di mediare il rapporto della Chiesa con la modernità attraverso l’architettura, per Lercaro doveva concretizzarsi in una decisa cesura con i canoni degli edifici sacro-rinascimentali, barocchi e neogotici della città. L’altare doveva diventare l’elemento focale di uno spazio da cui spariscono le navate per lasciare il posto a un’unica aula centrale, costruita con materiali poveri lasciati in vista, dove i volumi interni sono pensati per interagire con la luce ambientale e mettere in risalto le proprietà materiche di cemento, mattoni grezzi e strutture di metallo. La visione di Lercaro portò nel bolognese alcuni fra i migliori architetti del secondo Novecento – da Alvar Aalto a Giovanni Michelucci – e si può riassumere nella testimonianza diretta di Glauco Gresleri, progettista bolognese che in quegli anni partecipò alle attività del centro studi per l’architettura sacra e della rivista di settore Chiesa e quartiere: «La periferia cresceva senza ordine, era un tessuto anonimo, un dormitorio. La parrocchia lercariana non doveva essere solo un tempio, ma l’unico elemento di centralità urbana e sociale in grado di dare identità e un senso di comunità a popolazioni sradicate».

La chiesa della Beata Vergine dell’Immacolata, in via Adolfo de Carolis, alla Barca, è uno dei progetti più interessanti fra le chiese volute da Lercaro ed è stata progettata proprio da Gresleri. Come sottolinea Capponcelli (che di Gresleri è stato allievo), «è un progetto che sviluppa i temi cari all’architettura di Le Corbusier, con un linguaggio che si distacca in maniera netta da quello della chiesa tradizionale. Ci sono progetti dello stesso periodo in cui si punta a rivisitare in chiave moderna gli elementi progettuali tipici delle chiese antiche, in questo caso l’approccio è diverso e riflette la sensibilità delle avanguardie storiche, da Wright a Le Corbusier». Il grande volume in cemento a vista è segnato in superficie dalle nervature del legno delle casseforme utilizzate per la posa e definisce i lati di 26 metri di un’aula perfettamente quadrata, chiusa da una monumentale copertura cassettonata, sempre in cemento armato. La luce filtra da una fessura continua, che percorre orizzontalmente tutta la struttura restando invisibile dall’esterno, e da alcuni camini cilindrici progettati per dare un’illuminazione dal forte impatto drammatico agli elementi sacri più importanti.

A poca distanza, in via della Pietra, sorge la chiesa di San Pio X di Giorgio Trebbi, altro architetto bolognese molto attivo nel primo dopoguerra. In questo caso l’aspetto austero e quasi respingente della facciata esterna di cemento dialoga con una grande ricchezza di dettagli costruttivi all’interno. «È un progetto a cui sono molto affezionato – racconta Piero Orlandi – penso che sia molto valido, soprattutto per via del soffitto ligneo progettato con delle capriate che trovo particolarmente originali. È uno spazio molto ricco, con tanti elementi che si sovrappongono mantenendo comunque un aspetto ordinato».

All’inizio della valle del Ravone si trova uno degli esempi più originali dell’architettura sacra bolognese. La chiesa di Sant’Eugenio di Luciano Lullini, stretta fra via del Ravone e via Felice Battaglia, si stacca nettamente dal paesaggio collinare, prima per l’intonaco rosso acceso che ne copre le facciate e poi per le forme geometriche nette e tormentate. A differenza della maggior parte delle chiese progettate a Bologna nel dopoguerra testimonia un approccio estremamente personale di Lullini, che risolve in modo inedito e formalmente meno rigoroso i temi progettuali tipici delle chiese moderne della città. «È una chiesa che si può definire di stile eclettico, sempre all’interno del moderno. Non c’è un riferimento preciso a un autore, Lullini riesce a essere uno dei più originali fra gli architetti bolognesi, uno di quelli che riescono a esprimere meglio una propria identità rispetto a tanti progetti che a volte sembrano delle scopiazzature», riflette Capponcelli.

L’ingresso è racchiuso fra due elementi tagliati a semicerchio a incorniciare la porta d’ingresso, mentre una serie di elementi verticali scanditi da profondi tagli nella facciata illuminano l’interno, completamente spoglio, dove domina il bianco dei muri dell’aula sacra. Da via del Ravone si stacca una passerella che porta all’atrio vetrato che, nel progetto iniziale, avrebbe dovuto svolgere la funzione di ingresso principale, lungo il lato nord. I volumi di questa parte dell’edificio ricordano l’approccio originale di Lullini, secondo cui le forme della chiesa avrebbero dovuto dialogare con il torrente Ravone che, prima della tombatura, scorreva a pochi metri dalle grandi finestre verticali del prospetto est. 

L’articolo è stato realizzato per “Quindici”, rivista del Master in Giornalismo dell’Università di Bologna. In copertina: copertura in cemento progettata da Pier Luigi Nervi all’interno della chiesa del Cuore Immacolato di Maria


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