Sindaco sotto scorta, anche la città ne avrebbe bisogno

Chiedere “verità e giustizia” a chi è deputato a cercarle (la magistratura) è atto che merita lo stesso rispetto che spetta alle forze dell’ordine quando fanno correttamente il loro lavoro: che è, appunto, cercare verità e giustizia. Lepore sta ricevendo caterve di insulti. Qualcuno lo vuole morto. E ora deve avere tutela. Ne ha bisogno pure la nostra idea di convivenza. Difendere il diritto di manifestare, di avere un proprio modello di coabitazione non merita l’oltraggio che stiamo vedendo

di Giampiero Moscato, direttore cB


Un sindaco che – di fronte a un video che documenta in maniera non univoca la morte di un uomo durante un intervento di polizia – chiama la cittadinanza a un presidio per chiedere “verità e giustizia” a chi, in base alla divisione dei poteri, è deputato a cercarle (la magistratura, lo dice la Costituzione) merita lo stesso rispetto che spetta alle forze dell’ordine quando fanno correttamente il loro lavoro. Non lo sta ricevendo da gran parte della scena politica. Qualcuno lo vuole pure morto.

D’ora in poi – speriamo finisca presto questo clima osceno (qui) – vivrà sotto scorta. Una scorta di cui – oramai è evidente – avrebbe bisogno pure la città. Una città attaccata in maniera sempre più minacciosa persino da esponenti del governo e della maggioranza e da frange sempre più aggressive che si collocano alla sua sinistra. Difficile starci nel ruolo di sindaco, complicato da sempre in questa città. Difficile pure essere Bologna senza essere bersaglio di manovre oscure, quando non eversive. Vogliamo parlare di stragi e di altre carneficine?

Nessuno vuole crocifiggere senza istruttoria e diritti di difesa quei due poliziotti nelle cui mani (sotto gli occhi di personale della Croce Rossa) si è consumata la mattina del 19 luglio la fine tragica di Abderrahim Fakir, che non stava assaltando un Pride, che non era armato. Era solo molto disorientato, confuso. Certo, complicato da gestire. Di certo non li crocifiggo io, che sono figlio di un poliziotto, nipote di un poliziotto, nipotino di un carabiniere, in una città in cui da sempre è difficile spiegare che un proprio congiunto indossi una divisa.

Non mi sembra che ci fosse una sentenza anticipata in una richiesta fatta da una persona, Matteo Lepore, che per ruolo istituzionale rappresenta tutta la città. Dunque anche la famiglia di Fakir. E certo anche chi lavora in Polizia. Quando qualche sventurato paziente muore durante un intervento in sala operatoria, senza che per questo sia messa in dubbio la buona fede del chirurgo, è normale chiedere che le procure indaghino, che i medici legali dicano il loro parere, che difese e parti civili discutano, e che un giudice (nel corso dei vari gradi di giudizio) alla fine deliberi se si sia trattato di colpa oppure di fatalità. Chiedere un accertamento non significa attaccare tutti i chirurghi. Perché non lo si può fare per la morte di Fakir in un intervento di chi avrebbe dovuto metterlo in condizioni di non nuocere e di non farsi del male? È davvero così assurdo chiedere “verità e giustizia”? Non sono parole per cui si battono ogni giorno anche poliziotti e carabinieri?

È giusto che ci sia una grandissima parte della società che intenda difendere il lavoro di chi, con mezzi spesso insufficienti e con forti rischi, lavora alla tutela della sicurezza e alla lotta alle varie forme di criminalità. Fare quel servizio è per certi versi addirittura più difficile che operare a cuore aperto. Per le divise non c’è un paziente sedato e uno staff che lavora come al fianco del bisturi. Il contesto è pernicioso e la violenza contro le divise è continua e spesso spaventosa.

L’obiezione che forse ha più senso tra le corbellerie che si sono lette contro Lepore è quella secondo la quale chiamare la piazza in qualche modo ha innescato gli scontri tra gli antagonisti e le forze dell’ordine. Ma quelli che contestano il sindaco per avere qualche responsabilità nei disordini, nonostante i danni li abbia subiti anche lui da quelle violenze, non sono quelli che davano ragione al ministro dell’Interno, l’ex prefetto di Bologna, Matteo Piantedosi quando rifiutò la proposta di Lepore di spostare la partita di basket con la squadra israeliana Maccabi per il rischio di disordini che puntualmente si avverarono? Piantedosi obiettò al sindaco, non senza ragioni logiche: spostare una partita significa cedere ai violenti. Che poi sono praticamente gli stessi che misero in difficoltà all’epoca il ministro e lunedì scorso il sindaco. E, soprattutto, misero in difficoltà tutta la comunità.

Non solo il sindaco, ripeto, ha bisogno della scorta. Ne ha bisogno la nostra stessa idea di convivenza civile. Difendere il diritto di manifestare, di avere come città un proprio modello di coabitazione non merita l’oltraggio che stiamo vedendo.


Un pensiero riguardo “Sindaco sotto scorta, anche la città ne avrebbe bisogno

  1. Cantiere Bologna, e nello specifico chi ha scritto questo pezzo, ha ancora quel barlume di coraggio dell’informazione libera e indipendente così indispensabile alla strutturazione di un’opinione e di un’idea depurata dai pregiudizi e dai preconcetti che quelle stesse idee spesso le uccidono e le rendono asettiche, asfittiche e non degne di chiamarsi tali. Coraggio altrettanto indispensabile per risvegliare un’opinione pubblica sempre più prigioniera dei discorsetti da bar, del “Lo so io come è andata”, tra mostruosità giuridiche e sentenze sparate in un fuoco incrociato di parole che sono solo un insieme di lettere una di seguito all’altra.
    Come ho scritto altrove, il coraggio è una lunghissima strada tortuosa, difficilmente percorribile, un saliscendi continuo tra dubbi, rimorsi, rimpianti, proiezioni del futuro e ricordi sfumati del passato. È un qualcosa che richiede l’immanenza del presente, sola e soltanto la presa di coscienza del momento attuale, del qui e ora, dell’adesso. Non si può procrastinare il coraggio, a meno che non si voglia accettare il disinteresse, l’indifferenza, l’apatia, la perdita di senso complessivo della vita umana e dello scopo, qualsiasi esso sia, che abbiamo o che vorremmo avere nel nostro veloce passaggio sulla terra.
    Eppure nei giorni successivi alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna, di mancanza di coraggio ci ha vissuto e sguazzato una parte dell’informazione, della magistratura, della politica, delle forze dell’ordine, dei manifestanti “pro” qualcosa e “contro” qualcos’altro, dell’opinione pubblica generalista e generalizzata, in un senso melmoso e definitivo di irresponsabilità, incoscienza e repellente leggerezza.

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