Estate delle relazioni fragili: la solitudine che attraversa giovani, anziani, caregiver e persone ai margini
di Rossana Di Renzo, cittadina attiva
C’è una fotografia che racconta la solitudine meglio di molte definizioni. Un uomo anziano affacciato alla finestra. Le sbarre in primo piano, le braccia appoggiate al davanzale, il resto del corpo fuori campo. Non vediamo il volto, ma basta quell’immagine per intuire una soglia: tra dentro e fuori, tra casa e mondo, tra presenza e assenza.
È una scena che parla della vecchiaia, certo. Ma non solo. Parla di una condizione che oggi attraversa tutte le età, anche se in forme diverse: la difficoltà di restare in relazione in una società che moltiplica i contatti e assottiglia i legami. L’estate rende tutto questo più visibile. Le città si svuotano, i ritmi rallentano, alcuni servizi si alleggeriscono e le reti quotidiane si fanno più fragili proprio quando, per molte persone, avrebbero più bisogno di tenere. Anziani soli, caregiver, giovani e persone che vivono condizioni di marginalità sperimentano così una verità poco estiva e molto concreta: si può essere circondati da connessioni e sentirsi comunque fuori dal mondo.
Non è solo una percezione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel rapporto della Commission on Social Connection pubblicato nel 2025, considera solitudine e isolamento sociale un problema globale di salute pubblica. Una persona su sei nel mondo sperimenta la solitudine, con un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, ictus, diabete, declino cognitivo, depressione, ansia e morte prematura. Non stiamo parlando, quindi, di un semplice disagio personale, ma di una condizione che produce conseguenze sanitarie, sociali ed economiche rilevanti.
La solitudine non è solo “stare da soli”
Uno degli equivoci più frequenti è confondere la solitudine con il vivere soli. In realtà riguarda soprattutto la qualità delle relazioni disponibili e la percezione di non poter contare su legami significativi, affidabili e continuativi. Si può essere soli in una casa vuota, ma anche all’interno di una famiglia, di una coppia o di una rete di contatti digitali.
La letteratura distingue infatti tra isolamento sociale, cioè la riduzione oggettiva delle relazioni, e solitudine percepita, l’esperienza soggettiva di sentirsi privi di vicinanza, appartenenza e sostegno. L’Ocse sottolinea inoltre che le disuguaglianze nelle connessioni sociali si concentrano soprattutto tra persone a basso reddito, disoccupate, caregiver e chi dispone di reti più fragili.
La solitudine, inoltre, non si distribuisce in modo neutro. Colpisce con maggiore intensità quando alle difficoltà materiali si aggiungono stigma, discriminazione e invisibilità sociale. È il caso, per esempio, di una parte della popolazione Lgbtqia+, in particolare delle persone trans, per le quali isolamento, precarietà relazionale e sofferenza psicologica possono intrecciarsi in modo drammatico. In questi casi la solitudine non è solo mancanza di compagnia: è spesso l’esito di un progressivo restringimento delle reti, di un riconoscimento negato e di una quotidianità vissuta troppo spesso ai margini.
Giovani, anziani e caregiver: tre volti della stessa fragilità
Se si pensa alla solitudine come a un problema degli anziani, i dati europei raccontano una realtà più complessa. Tra i giovani cresce il numero di chi riferisce esperienze di solitudine, spesso intrecciate ad ansia, precarietà, pressione prestazionale e incertezza sul futuro.
Qui la solitudine assume una forma paradossale: non nasce dall’assenza di connessioni, ma dalla loro debolezza. I social moltiplicano i contatti, ma non sempre costruiscono relazioni. Si è sempre raggiungibili e spesso poco raggiunti davvero. Il digitale non produce automaticamente solitudine, ma può amplificare fragilità già presenti quando mancano luoghi di incontro, partecipazione e ascolto.
Per gli anziani la solitudine assume invece una consistenza più materiale. L’invecchiamento della popolazione, la vedovanza, la perdita di autonomia, le difficoltà economiche, le barriere digitali e un accesso non sempre semplice ai servizi fanno sì che la solitudine diventi anche una questione di accesso: alle relazioni, certo, ma anche alle informazioni, ai trasporti, alle cure domiciliari e agli aiuti necessari nella vita quotidiana. Non conta soltanto vivere soli, ma come si vive soli e quali risorse si possono attivare quando emerge un bisogno.
Esiste poi una solitudine meno visibile, ma altrettanto diffusa: quella dei caregiver familiari. Non nasce dall’assenza di relazioni, bensì dal fatto che la relazione di cura finisce per occupare tempo, energie e identità, restringendo progressivamente la vita sociale. A questo si aggiunge spesso la difficoltà di orientarsi tra servizi frammentati e sostegni insufficienti. È una solitudine “piena”: affollata di compiti e responsabilità, ma povera di sollievo, riconoscimento e scambio.
L’estate rende tutto più evidente
L’estate non è un semplice sfondo. È il periodo in cui molte disuguaglianze relazionali diventano più evidenti. I servizi riducono attività e orari, i vicini partono, le reti di prossimità si assottigliano, alcune assistenti familiari rientrano nei Paesi d’origine. Per chi dispone di risorse economiche e reti solide questo significa vacanza. Per un anziano fragile, una persona sola o un caregiver può significare meno aiuti, più fatica organizzativa e maggiore esposizione emotiva.
La fotografia dell’uomo alla finestra diventa così il simbolo di una solitudine che non nasce soltanto dalla mancanza di compagnia, ma anche da barriere economiche, organizzative, fisiche e relazionali che rendono più difficile abitare il mondo.
Non bastano appelli alla compagnia
Se prendiamo sul serio questi dati, la conclusione è inevitabile: la solitudine non può essere affrontata come un problema individuale, affidato esclusivamente alla buona volontà delle famiglie o al volontariato. Riguarda le politiche pubbliche, l’organizzazione dei servizi, la qualità della vita urbana e la capacità di costruire reti di prossimità.
Negli ultimi anni si sono moltiplicate esperienze interessanti. Tra queste, i programmi di coabitazione intergenerazionale, che mettono in relazione studenti e persone anziane sole attraverso forme di convivenza basate sulla reciprocità e non sull’assistenza. Esperienze attivate in diverse città italiane mostrano che, quando sono ben progettate e accompagnate, possono contrastare la solitudine, favorire l’autonomia e creare nuovi legami tra generazioni.
Accanto a queste iniziative si apre un’altra possibilità: coinvolgere stabilmente le università attraverso tirocini, service learning e crediti formativi che valorizzino attività leggere ma continuative di prossimità. Accompagnare una persona a una visita, a un evento culturale, aiutarla nell’accesso ai servizi digitali, condividere momenti della quotidianità. Non per sostituire i servizi, ma per rafforzarli attraverso relazioni competenti, riconosciute e continuative.
Costruire infrastrutture di relazione
La solitudine si contrasta costruendo relazioni, ma soprattutto creando le condizioni perché quelle relazioni possano nascere e durare. Significa investire in programmi di coabitazione intergenerazionale, prescrizione sociale, portinerie di comunità, gruppi di sollievo, accompagnamento digitale e collaborazione stabile tra servizi, associazioni, università e comuni.
La fotografia dell’anziano alla finestra, allora, non racconta soltanto una scena di vecchiaia. Racconta il rischio di una società piena di connessioni e sempre più povera di legami affidabili. La vera sfida non è riempire il tempo di chi è solo, ma costruire contesti in cui, a tutte le età, sia ancora possibile contare su qualcuno. Perché la solitudine non si cura soltanto con la compagnia: si previene costruendo infrastrutture di relazione capaci di tenere insieme persone, servizi e comunità.


Li vogliamo tutti, pollice verso , like, cuoricini…etc, non possiamo mancare dal partecipare all’ Arena virtuale, segno di democrazia diffusa …ma poi si ritorna ad una assenza fisica, cercata oppure indotta da rapporti spesso complicati,
portati a peso , volenti oppure no, questo ci tocca e ci attrae come una spirale, un poco come l’ adrenalina da gioco d’azzardo.
I 16 miliardi di prestito che il Governo si accinge a contrarre per l’acquisto di armi, va proprio nella direzione opposta che Rossana ha così lucidamente tracciato!
Rossana Di Renzo ha ragione a dire che la solitudine non si cura con la compagnia, ma prevenendola con infrastrutture stabili. Vale la pena però chiedersi perché, in Italia, quelle infrastrutture restino così spesso allo stadio sperimentale, mentre altrove sono già sistema. Nel Regno Unito il “social prescribing” ha risolto questo passaggio con una scelta organizzativa precisa: una figura professionale, il “link worker”, inserita stabilmente negli studi medici, il cui compito è ascoltare i bisogni non clinici del paziente — solitudine, difficoltà economiche, isolamento — e collegarlo alle risorse della comunità. Oggi in Inghilterra ne sono impiegati oltre tremilaseicento. In Italia il tema è sul tavolo dell’Istituto Superiore di Sanità, ma resta ancora un mosaico di progetti pilota, per lo più in ambito culturale, senza una figura di riferimento diffusa capillarmente sul territorio. Eppure quella figura, in un certo senso, già esiste: è l’infermiere di famiglia e comunità, previsto dalla riforma dell’assistenza territoriale e destinato a operare dentro le Case della Comunità. È lui, più di chiunque altro, ad avere accesso quotidiano a ciò che un medico intercetta solo di sfuggita in un appuntamento di dieci minuti: sa chi vive solo, chi non esce più di casa, chi fatica con i servizi digitali, chi fa il “caregiver” senza sollievo. Trasformarlo in un vero e proprio nodo di prescrizione sociale — con mandato e tempo dedicato, non come compito aggiuntivo scaricato su un organico già insufficiente — significherebbe agganciare la lotta alla solitudine a un servizio che il Paese ha già iniziato a costruire, invece di inventarne uno nuovo da zero. Se il ragionamento regge, però, bisogna guardare in faccia anche i due ostacoli che lo bloccano. Il primo è culturale. In Italia la cura della solitudine resta pensata come un fatto privato, da risolvere in famiglia o, in subordine, con il volontariato. È un’idea di welfare che scarica sui legami di sangue un compito che altrove è riconosciuto come responsabilità pubblica: il Regno Unito ha potuto costruire il “social prescribing” perché ha smesso di considerarlo caso singolo e lo ha trattato come infrastruttura sanitaria a tutti gli effetti. Finché da noi la domanda implicita resta “non c’è un figlio, un nipote, un vicino che se ne occupi?”, ogni Casa della Comunità rischierà di restare un edificio ben progettato ma vuoto di funzione reale. Il secondo ostacolo è il modello con cui viviamo il digitale. Non è vero che manchi la tecnologia per favorire incontri reali: mancano gli incentivi a costruirla. Le piattaforme che oggi occupano il tempo delle persone — dai social alla messaggistica — non sono progettate per creare legami solidi, ma per massimizzare l’attenzione e il tempo di utilizzo: è un modello di business, non una scelta culturale che ci è stata imposta dall’esterno. Un’infrastruttura digitale pensata per la relazione — che aiuti un anziano a orientarsi tra i servizi, che metta in contatto un “caregiver” con altri nella sua condizione — richiederebbe una logica opposta: meno tempo passato sullo schermo, più incontri reali generati. È un prodotto che nessun mercato pubblicitario ha interesse a finanziare da solo, e che quindi, se vogliamo che esista, deve tornare a essere un investimento pubblico. Le Case della Comunità ci sono già. L’infermiere di comunità, in nucleo, anche. Manca la decisione — culturale prima ancora che economica — di trattare la solitudine come questione di sistema, e non come una faccenda di famiglia.