Nel corso di 30 anni abbiamo condiviso tante esperienze e tanti film insieme. Ma quel giorno guardammo impietriti i camini e risuonavano nelle nostre teste le parole scritte da Francesco cinquant’anni prima: «son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento…». Silenzio, filo spinato e polvere
di Francesco Conversano e Nene Grignaffini, registi
Caro Francesco, proviamo a scrivere qualche parola, noi, che con le parole – a differenza di te che le usavi con grande disinvoltura, precisione, esattezza (quella di Calvino) attraversando tutti i territori (memoria, lingua, dialetti, storia e utopia), i registri possibili e inediti compresi quelli dell’ironia e dell’autoironia – non abbiamo mai avuto la tua destrezza e la tua immaginazione. Ricordiamo quel frammento dei tuoi numerosi racconti quando tua madre ti prendeva in giro per il completo che “il complesso” indossava. Giacche a righe di improbabili tessuti e accostamenti di colori oltre la psichedelia ortodossa e tua madre che diceva «Tanto siete artisti» quindi potete indossare quello che volete e tu Francesco che rispondevi: «Ma artisti di che… siamo un complesso da balera».
Stiamo parlando del periodo che precedeva il Francesco Guccini che tutti conosciamo e amiamo. I tanti racconti, barzellette e aneddoti che tu raccontavi sono memoria condivisa con tutti quelli che ti hanno conosciuto. Poi c’è la gratitudine che ti dobbiamo per averci aperto tante porte e, decenni fa, insegnato tante cose sulla vita e soprattutto a coltivare i dubbi. Ricordo che con “Noi non ci saremo” avevi già previsto tutto (con molto anticipo). Noi allora c’eravamo e stiamo vivendo oggi quello che avevi previsto. Tanti della nostra generazione (e non solo) ti ringraziano per quello che hai immaginato e che ci hai regalato. E tu qui faresti – immaginiamo già – una bella battuta pescando nella tua memoria infinita e facendoci pentire per le nostre parole.
Ma su questo lasciamo spazio ai tanti amici, fan e biografi che ricorderanno meglio di noi.
Vogliamo però ricordare le esperienze fatte insieme che ci portarono nel corso di quasi 30 anni a girare alcuni film a te dedicati. Il primo film, agli inizi del nuovo millennio, dal titolo “Nell’anno 2002 di nostra vita, io Francesco Guccini”, una specie di road movie in cui tu Francesco attraversavi i tuoi luoghi. Dalla “amata/odiata” Modena a Bologna e poi a Pavana. Fu un ripercorrere insieme – seguendo la modalità auto ironica di cui abbiamo scritto prima – le stagioni della tua vita, scomponendo e ricomponendo tanti frammenti di una storia e di un immaginario personale diventato poi collettivo. Le parole delle canzoni si intrecciavano con quelle dei tuoi libri e insieme si facevamo lunghe camminate tra le strade di Modena, sotto i portici di Bologna (con i tuoi immancabili commenti del tipo «Du maron!»), per finire poi dall’immancabile Vito (con altri aneddoti che tu scambiavi con Lucio sul backstage della cucina di Via Musolesi, a pochi passi da Paolo Fabbri).
Il film “La mia Thule” fu una esperienza totale. Tre settimane nel mulino di Chicon (sì, proprio nel mulino dove tu avevi passato molta parte della tua vita tra infanzia e adolescenza, e non solo). Qui, in tre settimane, hai registrato con i tuoi musici quello che sarebbe stato il tuo ultimo disco, “L’ultima Thule”. Pianoforte nella camera da letto, batteria davanti al caminetto, cucina trasformata in studio di registrazione. E giorno dopo giorno il disco prendeva forma in una atmosfera gioiosa, rilassata, sintesi assoluta di storie, vissuti e memoria. Il mulino di Chicon durante il giorno era una festa. Di notte si addormentava al suono dolce del Limentra.
Nel 2015, a 35 anni dalla strage del 2 agosto alla stazione di Bologna, girammo “La linea Gialla” da un’idea di Aldo Balzanelli. Fu un omaggio, intenso e straziante alla memoria delle vittime della strage. Parteciparono insieme a Valentina Lodovini tanti attori bolognesi. Francesco condivise il progetto interpretando il panettiere del panificio di Piazza Aldrovandi. Come in tutte le cose che faceva, anche allora donò intensità e profondità a quel ricordo condiviso della città.
Ma il film che ha suggellato la nostra amicizia è stato il nostro viaggio ad Auschwitz, “Son morto che ero bambino. Francesco Guccini va ad Auschwitz”. Era il 2016 e noi, che volevamo girare un film ad Auschwitz, te ne abbiamo parlato (tu che nel 1966 avevi scritto l’indimenticabile “Auschwitz” brano che come pochi altri ha formato e sensibilizzato centinaia di migliaia di adolescenti al dramma della Shoah) e ne fosti entusiasta. Non eri mai stato nei campi di sterminio. Raffaella che insegnava nelle scuole dell’Appennino stava lavorando da anni con le ragazze e i ragazzi della scuola media sulla memoria e sulla Shoah.
Avremmo preso il Treno della Memoria e saremmo andati insieme agli studenti di Raffaella ad Auschwitz. Mancava però qualcosa… Da poco era arrivato a Bologna Don Matteo Zuppi (con il quale avevamo condiviso altre avventure di viaggi cinematografici in una tappa romana). Proponemmo allora al neo vescovo di Bologna di condividere quella avventura. Anche Don Matteo aveva cantato Auschwitz nel 1966 e fu felice di conoscere Francesco e di partire con noi.
Partimmo la mattina presto con un pullman da Borgo Panigale per Milano. Qui salimmo sul treno con te, Don Matteo, Raffaella e i suoi studenti. Il mago della luce (Roberto Cimatti) trasformó in un’ora un vagone del treno polacco che ci avrebbe portati ad Auschwitz in un teatro di posa in movimento. Nel corso del viaggio verso il luogo della morte l’innocenza delle ragazze e dei ragazzi trovò solo alcune risposte nelle tue parole e in quelle di Matteo. Tu – come spesso facevi – minimizzasti l’aura che la tua canzone aveva creato, dicendo che il brano non era poi un granché… Tre semplici accordi e le parole scritte in un pomeriggio dopo aver letto, se non ricordiamo male “Il flagello della svastica” di Lord Russell.
Poi l’arrivo – con suspence – alla stazione di Oświęcim. La visita nella mattinata grigia e silenziosa di Birkenau (e poi di Auschwitz) tolse le parole a tutti. Anche a te. I tuoi sguardi nel nulla, che con la macchina da presa riuscimmo a cogliere, portavano a incrociare frammenti di immagini che avevamo visto con incredulità nel corso degli anni, quelle dei lager liberati. Il film diventò così “una questione di sguardi”. L’indicibile interruppe all’improvviso l’innocenza della scolaresca dell’Appennino. L’eco di un canto funebre ebraico risuonò da lontano. Guardavamo impietriti e in silenzio i camini e risuonavano nelle nostre teste le parole scritte da Francesco cinquant’anni prima: «Son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento…».
Ancora silenzio, filo spinato e polvere. Tutto sembrava immobile, silenzioso e senza colore. Il film diventò all’improvviso bianco e nero. ruvido, crudo e inanimato.
Francesco, tu ancora una volta avevi visto oltre quando quel pomeriggio sul tuo quadernetto avevi scritto: «Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà».
Caro Francesco, grazie.
Caro Francesco, ciao.

