Oltre le responsabilità individuali

Ragionare sul sistema è ciò che spero tutta la politica torni presto a fare. Per non macchiarci della colpa di aver reso una morte ingiusta anche vana e per essere all’altezza dell’abbraccio commosso di quella città, in carne e ossa, che è scesa pacificamente in piazza per Fakir

di Mery De Martino, consigliera comunale Pd


Ci sono immagini che non dovrebbero essere considerate inevitabili. Il video che mostra alcuni degli ultimi istanti di Abderrahim Fakir è tra quelle.

Non augurerei una cosa simile a nessun altro essere umano. E non accetterò mai di vedere vite spezzate da altre persone, se non davanti a un imminente, concreto e inevitabile pericolo di morte per qualcun’altro. Questo è il punto da cui parto e che mi fa dire che in nessun universo ciò che è accaduto potrà essere considerato una falla triste ma fisiologica del sistema. E se è evidente che le responsabilità individuali saranno accertate dalla magistratura, lo è altrettanto il dovere della politica di interrogarsi sulle responsabilità di sistema e sul clima che sta generando.

Perché mentre la polemica cittadina si divideva tra le ingiuste accuse al sindaco di avere attribuito rapidamente responsabilità alla polizia e la rivendicazione di una città che ha sempre saputo scendere in piazza nei momenti dolorosi, io continuavo a tornare a una stessa domanda: se anche emergesse che procedure e protocolli siano stati rispettati, se hanno portato alla morte di un uomo in stato di difficoltà, potremmo metterci tranquilli? Oppure, dato che una delle più alte missioni delle istituzioni dovrebbe essere quella di tutelare la vita umana, dovremmo lavorare da subito per modificarli? Domande che acquistano forza man mano che dalle indagini emergono elementi che interrogano il sistema, appunto, e man mano che il dibattito pubblico si mostra più scadente. 

Uno di questi riguarda il clima costruito intorno all’immigrazione di cui ha responsabilità soprattutto, ma non solo, la destra. Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni, ma era ancora angosciato dal timore di essere rimpatriato. Le nuove norme europee non avrebbero modificato la sua posizione ma, dentro una retorica pubblica dominata dalla “remigrazione”, avevano contribuito a spaventarlo e a mettere in crisi la sua salute mentale. Ecco, ciò che dovremmo ricordare: le parole della politica non sono prive di conseguenze, soprattutto quando rendono dicibili concetti prima ritenuti inaccettabili. Soprattutto quando sono sempre più le persone che vivono in un’ingiusta e crescente paura a causa di questo dibattito completamente impazzito sul tema delle migrazioni. 

A questo si collega il tema della cittadinanza. Fakir, come tante altre persone migranti, era arrivato in Italia da bambino. Eppure, a quarantadue anni, la sua presenza era ancora legata ai percorsi (a ostacoli) di rinnovo del permesso di soggiorno. Di casi così nel nostro Paese ce ne sono migliaia. Ditemi voi cosa significa davvero cittadinanza, se una persona cresciuta qui può sentirsi per tutta la vita precaria nel luogo che è diventato casa sua. 

C’è poi il tema, enorme, delle modalità di intervento quando la tutela dell’incolumità si intreccia con una crisi di salute mentale. Anche Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, ha ricordato come il contenimento sia tra le attività più rischiose affidate alle forze dell’ordine e come il disagio mentale sia un problema grave e sottovalutato. La domanda di verità non potrà, una volta di più, esaurirsi nella verifica dei protocolli e dirlo è una doverosa riappropriazione del compito insieme progressista e riformista cui tutte le istituzioni dovrebbero tendere: non difendere l’esistente, ma avere la capacità di metterlo in discussione quando, evidentemente, non tutela le persone.

Anche quanto accaduto nei giorni successivi alla morte di Fakir ci porta a un problema che sta alla base di tutti gli altri: il clima politico e sociale dentro cui tutto questo avviene e il modo in cui lo affrontiamo. 

È indubbio che ci sia un linguaggio d’odio sempre più sdoganato. Lo abbiamo visto nei commenti contro Fakir, nelle minacce al sindaco, nelle frasi razziste di un carabiniere sotto il post del collega consigliere comunale di Coalizione Civica, Detjon Begaj (qui). Tutto questo alimenta un clima reale, non solo virtuale, di paura, odio e tensione, cui hanno contribuito anche gli scontri seguiti alla piazza per Fakir.

Per questo credo che le violenze vadano condannate sempre, ma credo anche che se vogliamo davvero abbassare il livello dello scontro, senza limitarci a fotografarlo, la loro condanna non possa diventare un’arma di distrazione di massa e servire a sottrarsi alla riflessione su ciò che si deve fare perché non accada di nuovo. È ciò che rimprovero a buona parte della destra, l’avere concentrato ogni parola sugli scontri e pochissime o nessuna sulla morte da cui tutto è cominciato, sull’odio razzista che ne è seguito.

Dobbiamo capire cosa porta alcune persone nel baratro del razzismo e cosa ne porta altre a usare violenza indiscriminata, dichiarando di volerla contrastare. Uscendo da facili etichette e senza mettere tutto sullo stesso piano, sono convinta che in forma diversa possano esserci da entrambi i lati sofferenza, rabbia, mancanza di strumenti e un senso di impotenza alimentati da una società sempre più povera ed escludente. Comprenderlo non significa giustificare. Significa non rinunciare all’obiettivo politico di sottrarre le persone alla violenza, fisica o verbale, per qualunque ragione arrivi.

Perché la violenza genera caos e il caos indebolisce la democrazia e gli strumenti attraverso i quali possiamo davvero trasformare i problemi senza produrre nuove ingiustizie.

Ragionare sul sistema è ciò che spero tutta la politica torni presto a fare. Per non macchiarci della colpa di aver reso una morte ingiusta anche vana e per essere all’altezza dell’abbraccio commosso di quella città, in carne ed ossa, che è scesa pacificamente in piazza per Fakir.


2 pensieri riguardo “Oltre le responsabilità individuali”

  1. Dalla lettura di fattori tecnici, omissioni, e carenze sanitarie si può tranquillamente affermare che i ruoli erano invertiti nel “soccorso”
    di una persona che necessitava di interventi specifici.
    Tutti erano al posto giusto secondo la priorità di intervento???.. non è il primo e non sarà l’ ultimo della lista, l’ alterazione mentale che può essere fattore di rischio per tutti, può costare la Vita.

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