Zì Nicola

La discussione di questi giorni sul destino dello stadio Dall’Ara ci ricorda che confronto collettivo e condivisione delle scelte sono l’unica strada percorribile per tentare di risolvere davvero i molti dilemmi della nostra città

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


A far politica con del senno, un po’ di studio e soprattutto stando in mezzo alle cose e ascoltando davvero la gente, può capitare anche al più somaro di intuire prima di tutti qualcosa che gli altri ancora non vedono, ma che avrà certamente un peso nel futuro collettivo.

Certo dare del ciuco a Nicola Longhi, per chi lo conosce anche solo di vista, non è soltanto umanamente sbagliato ma pure scorretto da un punto di vista tecnico. A maggior ragione quando si parla, come in questi giorni e anche su queste pagine (qui), del destino di impianti sportivi come lo stadio Dall’Ara e dei bisogni del cosiddetto “sport di base” che, quasi sempre, in questi luoghi trova casa.

Viene infatti assai semplice, e non soltanto per le affinità elettive tra i due, leggere la bella lettera aperta che il consigliere di Coalizione Civica Detjon Begaj ha inviato al sindaco sulla questione (qui), e ritornare a un articolo pubblicato su Cantiere nel novembre 2024, a firma proprio del buon Longhi (qui). Perché se il primo individua giustamente il metodo più corretto per dirimere la questione – a patto di evitare post-it e altri tentativi di circonvenzione d’incapace in uso nei percorsi partecipativi in città -, il secondo ci ricorda che i primi a dover essere coinvolti non sono soltanto i residenti o i comitati d’occasione, ma chi lo stadio lo vive e lo anima tutti i giorni con passione. Non foss’altro per oggettiva competenza in materia.

Passando poi dal piano amministrativo a quello politico, per chiudere come si è cominciato, si potrebbe attingere dall’esegesi biblica per rammentarci che l’asino è il cavallo dei profeti ed è la sua controparte femminile a salvare per tre volte Balaam dai pericoli che lui non vede, ricevendo in cambio botte, insulti e solo poi tardive scuse.

Ma poiché nessuno è profeta in patria e si sta comunque parlando di uno stadio, per capire l’importanza della filosofia dell’asino in politica meglio sarebbe rimanere con i piedi ben piantati sul terreno di gioco e rifarsi alla tradizione popolare dell’Appennino meridionale – o, come si chiamano oggi, le “aree interne”.

Una cultura che aveva ben presente non soltanto l’utilità di questo animale, ma anche la sua estrema saggezza. Al punto tale da dedicargli persino una canzone.

Non è infatti assolutamente detto che, per cantare alle amministrative del prossimo anno, il centrosinistra debba affidarsi per forza a un lontano parente di Zì Nicola, il «ciucciariello garbato e bello» che non si stancava mai di trottare. Ma non c’è dubbio che ascoltare di più i tanti “asini” che da anni ragliano nel disinteresse generale, anche quando danno fastidio a chi governa, sia l’unica strada percorribile per tentare di raggiungere la vetta della montagna e provare a risolvere, per davvero e una volta per tutte, i molti dilemmi della nostra città.

In fondo, a pensarci bene, l’asino è anche il simbolo democratico per definizione. Dunque perfettamente in linea con la tradizione locale.


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