Bologna, la città amica

Il nuovo libro di due amici architetti, Piero Dall’Occa e Piero Orlandi, un dialogo a due sull’amicizia per una città. Una non-guida che porta il lettore alla scoperta dei sentimenti propri dello spazio urbano

di Aldo Balzanelli, condirettore cB


È una “non-guida” di Bologna, ma è ricca di suggestioni per chi la città l’ha vissuta e per chi la vuole conoscere meglio. L’hanno scritta due architetti, Piero Dall’Occa e Piero Orlandi, collaboratori tra l’altro di Cantiere Bologna ed è illustrata dai disegni di Davide Catania. (Bologna la città amica, Carta Bianca Editore).

La città per i due autori, che sono anche amici, è «sì un agglomerato di persone ed edifici, ma anche lo spazio che contiene ricordi e suggestioni immaginifiche, dove le geografie esistenziali s’intrecciano con quelle urbane». Dall’Occa e Orlandi prendono per mano il lettore e lo accompagnano a passeggio «secondo un principio opposto rispetto a quello di chi vuol servirsi di una guida». Raccontano i rispettivi luoghi del cuore, le bellezze e le bruttezze della città, “una collezione privata” di luoghi e sensazioni che mettono a disposizione del lettore. Perché l’importante è «perlustrare la città non con l’obiettivo di avere risposte, ma di farsi domande».

Non si tratta della loro prima opera letteraria perchè qualche anno fa scrissero insieme Altrove in città, dove con i testi e le fotografie raccontavano una Bologna priva di immaginazione urbanistica, troppo prigioniera delle teorie conservative. Oggi si affidano invece alla memoria e scorrendo le pagine ripercorrono i luoghi della giovinezza e raccontano quanto sono cambiati: via dell’Ossevanza, il Pratello, il Portico dei Servi, le torri di Tange, il Ponte della Bionda… non c’è nostalgia, piuttosto disincanto e chi non è più giovanissimo in quelle righe si ritrova.

I testi sono una sorta di dialogo tra due amici, ma non sono “firmati”. Il lettore attento può riconoscere qua e là la mano di uno o dell’altro, ma in fondo chi ha scritto quel certo capitolo ha poca importanza.

Nel libro c’è un po’ di rimpianto per i tempi andati «venticinque anni fa cercavo  l’intero mondo nella città». La pensavo «come un personale interlocutore con cui fantasticare». «Era uno spazio delle infinite potenzialità». «Dopo venticinque anni questa sensibilità l’ho perduta o annullata, niente dialogo, solo un lungo monologo interiore». Ma l’amore per le due torri resta intatto. Perché «a settembre, quando il cielo anche a Bologna si tinge di un intenso azzurro, questo amore, come il cielo, si riempie d’intensità».

Ps. Mentre scrivevo queste righe mi sono chiesto cosa avrebbe pensato l’intelligenza artificiale di questo libro. Ecco il risultato. «È un libro che sembra voler raccontare Bologna non tanto come insieme di monumenti, quanto come esperienza urbana. Bologna viene considerata come un organismo urbano fatto di relazioni, spazi, memoria e vita quotidiana. Un merito particolare è un’impostazione non celebrativa in senso turistico. Il libro va oltre la cartolina e s’interroga su ciò che rende effettivamente una città abitabile e riconoscibile. Non lo definirei un libro su Bologna, ma su come si può guardare una città».

Non male senza averlo letto…


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