Crisi aziendali, Bologna non può aspettare l’effetto domino

Le vertenze e i licenziamenti annunciati raccontati dalla stampa locale nei giorni scorsi confermano i segnali del nostro Osservatorio: servono interventi immediati per difendere lavoro e filiere, ma anche una strategia condivisa per riconversione, energia e competitività. Meno protagonismi, più responsabilità comune

di Maurizio Morini, imprenditore e innovation manager


L’evidenza data dalla stampa locale sui tavoli di crisi aziendale e occupazionale in regione e provincia rende visibile, attraverso le vertenze aperte e i licenziamenti annunciati, una fragilità che il nostro Osservatorio per l’economia bolognese e regionale aveva già segnalato a più riprese.

Non siamo davanti a episodi isolati: se mancano decisioni coordinate, le crisi aziendali possono attivare un effetto domino su occupazione, filiere, redditi, consumi e capacità competitiva del territorio.

Le cronache sulle crisi aziendali, sui tavoli aperti e sul rischio di migliaia di licenziamenti non rappresentano quindi un fulmine a ciel sereno.
Sono, piuttosto, la parte più evidente di una dinamica più profonda che su queste pagine virtuali abbiamo evidenziato negli ultimi mesi, già dalla primavera 2025.

In questo senso rispondiamo indirettamente al presidente della Cna regionale, il quale sul “Corriere Bologna” del 30 agosto sostiene: «Dobbiamo imparare a leggere in anticipo queste situazioni». Facciamo presente che non solo lo abbiamo scritto qui ma lo abbiamo fatto direttamente anche con i funzionari della Cna di Bologna… non manca la capacità di lettura anticipata, forse dobbiamo tutti ascoltarci di più!

Nel nostro ultimo intervento su Cantiere Bologna (qui), rilevavamo come la tenuta degli indicatori generali rischiasse di mascherare un indebolimento strutturale: produzione industriale piatta, ricorso rilevante agli ammortizzatori sociali nella meccanica, fragilità dell’export e una progressiva erosione dei margini per imprese e famiglie. Il quadro che oggi emerge dalle vertenze locali non smentisce quella lettura: la rende più concreta e urgente.

Il rischio non riguarda soltanto le singole imprese coinvolte. Quando una crisi investe un’azienda manifatturiera, soprattutto in un territorio caratterizzato da filiere integrate e competenze specialistiche, le conseguenze possono propagarsi: fornitori, subfornitori, servizi collegati, commercio di prossimità, consumi delle famiglie e capitale umano. È questo l’effetto domino che va evitato prima che diventi irreversibile. Non dimentichiamo inoltre che studi della Camera di Commercio locale, citati dal prof. Piero Formica, indicano che solo il 15% delle imprese arriva alla terza generazione: di tutte le imprese del nostro territorio con governance over 75 anni (ben oltre il 10% delle imprese manifatturiere), evidenza citata all’assemblea Confindustria del settembre 2025, che cosa sarà?

Le priorità già indicate

Le possibili azioni avanzate nel nostro più recente articolo restano dunque pienamente attuali e vanno trasformate in un’agenda operativa, non in un ulteriore elenco di buone intenzioni.

• Riconversione delle competenze. Non è accettabile che lavoratrici e lavoratori provenienti dalla meccanica, dall’automotive e dalla componentistica vengano semplicemente espulsi dalle filiere o indirizzati verso occupazioni meno qualificate. Occorre un raccordo stabile e immediatamente operativo tra imprese, enti di formazione, Its, Bi-Rex, università, sindacati e servizi per il lavoro, finalizzato a costruire percorsi reali di riqualificazione e ricollocazione.

• Politica energetica industriale. Per molte Pmi manifatturiere, il costo dell’energia continua a essere un vincolo competitivo decisivo. Autoconsumo, fotovoltaico industriale, comunità energetiche e contratti di fornitura a medio-lungo termine devono diventare strumenti accessibili e concretamente attivabili, non temi confinati ai convegni.

• Ricambio del pensiero strategico. Bologna e l’Emilia-Romagna non possono affrontare una fase nuova replicando automaticamente linguaggi, tavoli e protagonisti del ciclo precedente. Serve una governance più aperta, con tempi, mandato e obiettivi misurabili, capace di includere imprese innovative, startup, manifattura avanzata, economia circolare, tecnologie applicate e nuovi servizi alla persona e alle filiere.

Due tempi, un’unica regia

Servono azioni su due orizzonti, che non devono essere contrapposti.
Nel breve periodo, occorre presidiare le crisi, evitare licenziamenti non necessari, usare gli ammortizzatori in modo selettivo, accompagnare le transizioni aziendali e proteggere redditi e competenze. Questo significa agire presto, azienda per azienda e filiera per filiera, prima che le scadenze degli strumenti di sostegno trasformino situazioni gestibili in chiusure o esuberi definitivi.

Nel medio-lungo periodo, è indispensabile affrontare le cause che rendono il sistema più vulnerabile: dipendenza da mercati esterni instabili, pressione sui costi, ritardo nella trasformazione energetica e digitale, transizione dell’automotive, perdita di attrattività di alcune professioni industriali e impoverimento progressivo delle competenze produttive. Gli ammortizzatori sociali possono comprare tempo, ma non creano da soli nuova competitività.

Meno protagonismo, più responsabilità

Questo non è il tempo della ricerca di visibilità individuale, delle rendite di posizione o della sovrapposizione di annunci. I protagonisti istituzionali, economici e sociali devono mettere da parte la propria voglia di protagonismo e riconoscere che nessun soggetto, da solo, possiede la soluzione.

Servono un metodo comune, dati condivisi, responsabilità chiare e capacità di decidere. Imprese, istituzioni, rappresentanze del lavoro, sistema bancario, formazione, università e corpi intermedi devono concorrere a una risposta collettiva: non una somma di iniziative scollegate, ma una strategia territoriale capace di intervenire sia sull’emergenza sia sulle condizioni di sviluppo.

La crisi descritta dai giornali locali è quindi un segnale da prendere con la massima serietà. Non per alimentare allarmismi, ma per abbandonare definitivamente l’attesa.

Perché, se si agisce subito, il sistema può ancora reggere; ma i margini si stanno assottigliando e l’autunno mette molte imprese e famiglie davanti a scelte non più rinviabili, anche per la tenuta del nostro sistema sociale.

#solounavisionesistemicacisalverà


2 pensieri riguardo “Crisi aziendali, Bologna non può aspettare l’effetto domino

  1. Questione di costi del Lavoro, l’ attrattiva per rimanere in una Regione virtuosa, passa da questo punto, inutile girarci attorno…ma le cose per Sopravvivere costicchiano e le Persone non campano di aria fritta oppure di proclami Politici.
    E’ necessario parlarsi chiaro per evitare fraintendimenti, le aspettative sono poter vivere in maniera decente e non cenare in una Mensa caritatevole perche’ il frigo e’ vuoto, il ceto medio e’ stato scaricato da un pezzo da chi doveva rappresentarli….at salut

  2. Ci sono alcune cose per le quali non sarei affatto tranquillo né riesco a immaginare cambiamenti radicali: confinamento, come scritto, dei temi trattati pressoché solo come argomenti per convegni cui sarebbe interessante sapere quanto si riflettano sulla vita concreta; incapacità cronica aziendale di formare una successione dirigenziale fuori dalle logiche nepotistiche o politiche; formazione più spesso destinata a dare compensi ai formatori che reali competenze a chi la frequenta; sistema bancario sempre più vicino a forme di strozzinaggio che reale supporto al territorio (dove sono finite le vecchie banche cooperative, case di risparmio….?); incapacità della politica di essere veramente al servizio del territorio, ma più che altro intesa come occasione di lavoro/realizzazione personale

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