Daniele Sala, che vita è la vita

Tristezza. Le persone se ne vanno e portano via con sé un pezzo di noi. Lui è una di queste persone, protagonista di un mondo dello spettacolo che non c’è più: quello degli anni Novanta, quando tutti speravamo di fare un salto verso qualcosa che non sapevamo neanche noi cosa fosse. In quel mondo era già un punto di riferimento. Bello, elegante, aveva stile, grandi intuizioni e una straordinaria ironia. In quel caos alcuni punti di riferimento erano però chiarissimi. Nicola Sinisi, dotato di un fiuto e di un’intelligenza molto avanti. Paolo Scotti, che tesseva le fila con una capacità di management e organizzazione dello spettacolo che, averne. E poi lui e Francesco Freyrie. Il “Puccini Horror Comic Show” all’Arena Puccini, faceva il pienone ogni sera. In scena Malandrino & Veronica, Stefano Sarcinelli, Vito, i Gemelli Ruggeri, Emanuela Grimalda, Tita Ruggeri, Olga Durano, anche Enzo Iacchetti e tanti altri personaggi della nostra storia

di Fulvio De Nigris, giornalista


Che tristezza. Perché non siamo più giovani, perché le persone se ne vanno e portano via con sé un pezzo di noi, della nostra vita. Daniele Sala è una di queste persone.

Un protagonista di un mondo dello spettacolo che non c’è più e del quale resta, inevitabilmente, qualche nostalgia. Qualcuno dirà che appartiene soprattutto a chi giovane non è più. Può essere. Epperò (bello, ogni tanto, poter scrivere epperò) che stagione fu quella degli anni Novanta, quando tutti speravamo di fare un salto verso qualcosa che non sapevamo neanche noi cosa fosse.

Daniele, in quel mondo, era già un punto di riferimento. Bello, elegante, aveva stile, grandi intuizioni e una straordinaria ironia. Con Francesco Freyrie formava un sodalizio perfetto tra scrittura e regia. Confezionavano un successo dietro l’altro e tanti altri ne avrebbero costruiti negli anni successivi. La sua scomparsa  (morte non riesco a dirlo, scusate) mi riporta ricordi alla rinfusa, ravanando nei cassetti della memoria.

Qualche decennio prima ero nei corridoi del Dams e, oltre a Umberto Eco, Gianni Celati, Squarzina, incrociavo Alan Sorrenti e Piero Chiambretti senza sapere chi fossero. Studiavo con Freak Antoni, ridendo già a crepapelle delle sue battute. Allora faceva il tecnico delle luci. Ma non sapevamo neanche noi cosa avremmo fatto.

Frequentavo i laboratori teatrali di Arnaldo Picchi e lavoravo come operatore culturale all’Assessorato alla Cultura della Provincia di Bologna quando Nicola Sinisi, allora assessore alla Cultura del Comune, mi chiamò nello staff dell’Ufficio Stampa di Bologna Sogna. Lì incrociai Fabio Bonifacci, destinato anche lui a diventare quello che poi è diventato. Cominciai a realizzare per Rete 7 (oggi èTV) servizi (qui) su quelle programmazioni culturali, dal Dlf (il Dopo lavoro ferroviario) all’Arena Puccini.

Ed è proprio lì che ricordo una delle idee di Daniele che ancora oggi mi fa sorridere. Andammo insieme una mattina presto a svegliare Malandrino&Veronica portando loro cappuccino e caffè. Trovammo soltanto Veronica. Era un modo di fare televisione e spettacolo leggero, giocoso, imprevedibile. Molto Daniele. Ricordo anche una macchina scassata, io seduto dietro, stretti come sardine insieme ad Antonio Albanese, già coccolato da tutti. In quel caos alcuni punti di riferimento erano però chiarissimi. Nicola Sinisi, dotato di un fiuto e di un’intelligenza molto avanti. Paolo Scotti, che tesseva le fila con una capacità di management e organizzazione dello spettacolo che, averne. E poi Daniele e Francesco.

Prima di conoscere Daniele avevo conosciuto sua sorella Rita Sala, critica teatrale al “Messaggero”, figura quasi irraggiungibile per noi giovani attori di compagnie che speravamo in improbabili recensioni. A memoria, credo che per me non avvenne mai. Poi il “Puccini Horror Comic Show” all’Arena Puccini, che faceva il pienone ogni sera. In scena Malandrino&Veronica, Stefano Sarcinelli, Vito, i Gemelli Ruggeri, Emanuela Grimalda, Tita Ruggeri, Olga Durano, anche Enzo Iacchetti (qualcuno l’avrò dimenticato, e me ne scuso). Una delle cose più belle fu la diretta che Beppe Picca, allora direttore del Tg di Rete 7, costruì intorno allo spettacolo: io nei camerini con le interviste agli artisti, a festeggiare con gli attori, con Francesco e Daniele.

Non sapevo della sua malattia. Prima dell’estate avevo accompagnato Patrizio Roversi e la sua compagna a una festa di una comune amica e da Patrizio avevo saputo che Daniele non stava bene. Qualche giorno dopo, incontrando casualmente Francesco Freyrie, avevo avuto conferma che combatteva contro una malattia, anche con cure sperimentali. In luglio, ospitando Malandrino&Veronica in uno spettacolo alla “Casa dei risvegli Luca De Nigris”, avevo saputo che lo avevano visto da poco e che stava proprio male. Tre indizi, questa volta, non avrei voluto che facessero una prova.

Quando scompare una persona alla quale siamo stati legati, scompare anche una parte di noi. E forse ciò che facciamo più fatica ad accettare è scoprirci sopravvissuti.

I ricordi allora cambiano. Restano gli stessi, ma con un velo di malinconia. Ad esempio, quando guardo le fotografie del matrimonio mio e di Clara, celebrato da Maurizio Cevenini, vedo una giornata di gioia. Eppure oggi dentro quella gioia riesco a vedere anche una tristezza infinita, che allora non c’era. Forse è questo che fanno le persone quando se ne vanno: cambiano anche i ricordi nei quali sono entrati.

Per dirla con Paolo Scotti: «Che vita è la vita».


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