Quest’anno è durata dal 27 agosto al 20 settembre. Ma per molti è cominciata settimane prima, quando ancora non c’era quasi niente e bisognava montare, sistemare, pulire, risolvere problemi e inventarsi soluzioni. All’Antica Ricetta Toscana c’è stata poi una cosa bellissima: la quantità incredibile di ragazze e ragazzi che hanno lavorato fianco a fianco con volontarie e volontari che lo fanno da trenta, quarant’anni. Non gli uni al posto degli altri. Gli uni insieme agli altri
di Ilaria Gamberini, consigliera di quartiere Porto-Saragozza, volontaria
Un anno fa, proprio da queste pagine (qui), scrivevo che la Festa dell’Unità è un altro modo di fare politica.
Lo pensavo allora, all’inizio della Festa. Lo penso ancora di più oggi, mentre le luci si spengono e comincia lo smontaggio.
Quest’anno la Festa dell’Unità è stata dal 27 agosto al 20 settembre. Ma chi l’ha vissuta da volontario sa che queste date raccontano solo una parte della storia.
Per molti è cominciata già nei primi giorni di agosto, quando ancora non c’era quasi niente e bisognava montare, sistemare, pulire, preparare gli stand, risolvere problemi e inventarsi soluzioni.
E non è finita oggi.
Ci sarà da smontare, mettere via, pulire ancora. Togliere, pezzo dopo pezzo, quello che per settimane abbiamo costruito.
Poi, a un certo punto, il parco tornerà più silenzioso.
Perché sono state settimane lunghe.
Faticose, Bellissime.
Settimane nelle quali volontarie e volontari finiscono inevitabilmente per diventare una specie di famiglia.
Una di quelle famiglie un po’ sgangherate, naturalmente.
Ci si incontra ogni sera, si lavora fianco a fianco, si discute, si ride, qualche volta ci si arrabbia. Ci si stanca, Poi qualcuno ha bisogno di una mano e sei già lì.
C’è chi arriva dopo una giornata di lavoro e si mette il grembiule per ricominciare.
C’è chi rinuncia ad ascoltare proprio quell’iniziativa o quel dibattito che gli interessava, perché ci sono persone da accogliere, tavoli da apparecchiare, piatti da preparare e un numero incredibile di persone da mettere a tavola, sera dopo sera.
E poi ti guardi intorno e, nonostante la stanchezza, vedi gente che sorride.
Forse è questa una delle cose che continua a sorprendermi di più.
All’Antica Ricetta Toscana, quest’anno, c’è stata poi una cosa bellissima: la quantità incredibile di ragazze e ragazzi che ogni sera hanno lavorato fianco a fianco con volontarie e volontari che questa Festa la fanno da trenta, quarant’anni.
Non gli uni al posto degli altri.
Gli uni insieme agli altri.
Mario è uno dei pilastri dell’Antica Ricetta e questa storia la vive da decenni.
Niccolò era alla sua prima Festa dell’Unità.
Vederli lavorare fianco a fianco raccontava forse più di tante parole quello che vorrei fosse una comunità.
Uno con decenni di Festa sulle spalle, l’altro alla sua prima volta.
Generazioni lontanissime per età, esperienze e storie personali che, per qualche settimana, hanno condiviso lo stesso spazio, la stessa fatica e lo stesso obiettivo.
Due storie che forse, altrove, non si sarebbero mai incontrate e che invece si sono ritrovate dalla stessa parte di un bancone.
A fare la stessa cosa. Insieme.
E poi ci sono state persone con abilità, tempi e possibilità diverse, che hanno trovato il loro posto accanto a tutti gli altri.
E questa, forse, è una delle cose che mi emoziona di più.
Perché non si è trattato semplicemente di “accogliere” qualcuno.
Si è trattato di esserci tutti.
Ognuno per quello che poteva dare. Con i propri tempi, le proprie capacità, i propri limiti.
Ognuno rendendosi utile.
Ognuno sentendosi parte di qualcosa.
Senza dover essere uguale agli altri per poter essere necessario agli altri.
E forse è proprio questa la parola più importante di queste settimane.
Sentirsi parte.
Essere aspettati la sera.
Accorgersi se qualcuno non c’è.
Chiedere una mano senza nemmeno dover spiegare troppo.
Imparare il nome di una persona che un mese prima non conoscevi.
Scoprire che puoi avere vent’anni o settanta, storie completamente diverse, vite diverse, eppure per una sera avete bisogno l’uno dell’altro perché quella cosa funzioni.
Essere parte di una comunità non significa essere tutti uguali.
Significa costruire un luogo nel quale ciascuno possa trovare il proprio spazio, nel quale le differenze non diventino distanze.
E se questa è politica, allora sì: è questa la politica che voglio fare.
Perché si può pensare che una Festa dell’Unità sia soltanto un posto dove si serve un piatto di pasta.
E, in fondo, per quasi un mese abbiamo servito davvero tantissimi piatti di pasta…
Ma dentro quei piatti c’era molto altro.
C’era il tempo che qualcuno ha deciso di regalare agli altri.
C’era chi arrivava stanco dal lavoro e si metteva comunque il grembiule.
C’era chi fa questa cosa da quarant’anni e ha ancora voglia di insegnarla a chi è lì per la prima volta.
C’erano ragazzi giovanissimi che, invece di essere semplicemente “il futuro”, erano già lì, nel presente, a lavorare insieme agli altri.
C’erano persone che probabilmente, fuori da quel posto, non si sarebbero mai incontrate.
C’erano discussioni politiche fatte mentre si apparecchiava un tavolo.
Confidenze scambiate mentre si sparecchiava.
Risate in cucina.
Amicizie nate davanti a una friggitrice.
Mani che arrivavano esattamente quando ne servivano altre due.
C’era la fatica di chi, dopo una giornata intera, decideva comunque di esserci.
C’era il tempo regalato senza chiedere nulla in cambio.
C’era tanta, tantissima stanchezza.
Ma soprattutto c’era quella cosa che nominiamo continuamente e che è molto più difficile costruire davvero: comunità.
Ed è forse per questo che, alla fine, si prova sempre una sensazione strana.
Per settimane pensi: non vedo l’ora che finisca.
Non vedi l’ora di dormire.
Di tornare a casa a un’ora normale.
Di avere una sera in cui non devi correre da nessuna parte.
Poi arriva l’ultima sera.
Le ultime persone si alzano dai tavoli.
La cucina chiude.
Si sistema per l’ultima volta.
Ci si guarda intorno.
E improvvisamente ti rendi conto che ti mancherà.
Ti mancherà persino quel caos che per settimane hai sognato finisse.
Adesso smonteremo tutto.
Impileremo i tavoli, svuoteremo le cucine, chiuderemo gli stand.
Il parco cambierà di nuovo volto.
E, una dopo l’altra, si spegneranno le luci.
Ma per fortuna non si spegne tutto.
Restano le persone.
Restano i rapporti umani.
Restano i confronti.
Restano le amicizie nate quasi senza accorgersene e quelle che c’erano già e che in queste settimane sono diventate ancora più forti.
Restano le discussioni, le risate, la fatica condivisa.
Restano gli incontri improbabili tra persone che forse non avrebbero avuto nessun altro motivo per conoscersi.
Resta Mario accanto a Niccolò.
Restano generazioni diverse che hanno scoperto di poter fare qualcosa insieme.
Resta la gioia di aver costruito qualcosa insieme.
Resta quella sensazione bellissima di essere parte di qualcosa.
Scrivevo dunque un anno fa che la Festa dell’Unità era un altro modo di fare politica.
Oggi, alla fine di queste settimane, ne sono ancora più convinta.
Perché la politica non vive soltanto nelle parole che pronunciamo da un palco o dentro una sala.
Vive anche in quello che succede quando dal palco scendiamo.
Vive nei legami che siamo capaci di costruire.
Nel riconoscersi.
Nel prendersi cura.
Nel fare spazio.
Nel sentirsi parte.
Nel fare insieme.
E forse è proprio questo quello che resta quando una Festa finisce.
Si spengono le luci.
Ma la luce dei rapporti che abbiamo costruito rimane accesa.
E, forse proprio adesso che tutto intorno torna buio, ci accorgiamo di quanto brilla forte.
Tante e tanti di noi si ritroveranno nelle vecchie sezioni, i circoli. E qui permettete un piccolo e campanilistico grazie e arrivederci al circolo del Pratello, crocevia di tante vite che si sono unite e che hanno deciso di fare politica e di provare a cambiarla, con l’incoscienza dei 20 anni, ma anche dei 30, 40, 50, 60, 70, 80 (e anche più). Nonostante tanto, nonostante tutto.
Quelli che non abbandonano la nave se li chiami all’ultimo secondo perché manca uno ai crostini, nonostante siano già venuti tante sere.
Quelli che se non possono venire a lavorare al ristorante, aprono il circolo e fanno le telefonate per completare il tesseramento.
Quelli dell’assemblea settimanale, dell’aula studio, degli aperitivi, degli eventi culturali, delle mille cose che ci passano per la testa, fuori dagli schemi classici, e che ci permettono di stare insieme, anche quando tutto intorno sembra perdere di senso e di speranza.
Photo credits: Partito democratico di Bologna

