Un santo meno noto visse in città prima di Domenico di Guzman e dopo Petronio, tra il 1153 e il 1154. Nato a Londra nel 1118, si chiamava Thomas e divenne noto col nome di San Tommaso di Canterbury. Si fermò all’Alma Mater per approfondire lo studio del diritto civile e canonico. La sua permanenza lasciò di sé un ricordo duraturo. Al ritorno in Inghilterra, nel 1154, Teobaldo gli conferì il titolo di arcidiacono di Canterbury. In quell’anno Enrico II il Plantageneto salì sul trono. Quando Tommaso, poco dopo, diventò arcivescovo, lo scontro fu senza quartiere
di Alberto Candi, già Avvocato generale presso la Corte d’Appello di Bologna
Domenico di Guzman è certamente il santo più famoso vissuto a Bologna. Dal 1220 al giorno della sua morte (6 agosto 1221), egli si stabilì nella nostra città, che – come tutte le sedi universitarie – aveva particolare bisogno d’esser preservata dalle eresie, contro le quali Domenico predicava. A Bologna, il frate spagnolo diede alla luce le regole fondamentali dell’ordine monastico che prende nome da lui. Papa Gregorio IX lo nominò santo il 13 (secondo alcuni il 3) luglio 1234.
Un santo meno noto visse a Bologna, prima di Domenico. Non parlo di Petronio, il patrono della città: un santo caro, ma “scontato”, per un bolognese! Parlo invece d’un santo di origine inglese, presente a Bologna tra il 1153 e il 1154. Era nato a Londra nel 1118 in seno a una famiglia di commercianti, i Becket. Si chiamava Thomas e divenne noto, da noi, col nome di San Tommaso di Canterbury. Le condizioni agiate dei genitori gli permisero di frequentare, da giovane, le migliori scuole: Oxford e Parigi. Con il declino economico della famiglia, però, ebbe bisogno di farsi assumere dall’arcivescovo di Canterbury, Teobaldo di Bec. Il prelato era il primate della Chiesa cattolica sull’isola britannica, una diretta emanazione del papa di cui era il rappresentante sul suolo anglosassone. In sostanza, era l’incarnazione del potere spirituale; l’unico autorizzato a incoronare il re inglese dopo la sua elezione. Come capo spirituale dei fedeli, Teobaldo era però anche il contraddittore del sovrano, che deteneva il potere temporale. Era un alleato, ma anche un controllore del re normanno.
Teobaldo, che stimava Becket, lo spedì più volte a Roma, in delegazione dal pontefice. In una di queste visite in Italia, richiesto dall’arcivescovo, Tommaso si fermò a Bologna per approfondire lo studio del diritto civile e di quello canonico. La sua permanenza nella nostra città – come meglio vedremo – lasciò di sé un ricordo duraturo. Al ritorno in Inghilterra, nel 1154, Teobaldo conferì a Thomas il titolo di arcidiacono di Canterbury.
Siamo nell’anno in cui Enrico II il Plantageneto sale sul trono d’Inghilterra. Anche Enrico stima Becket, con il quale ha condiviso battute di caccia e avvenimenti mondani. Decide perciò di affidargli l’incarico di cancelliere. È un incarico molto importante: il cancelliere è a capo della cappella reale, alla quale sono addetti gli scrivani che redigono gli atti amministrativi e di governo. Il nuovo ruolo ricoperto permette a Tommaso di disporre del sigillo reale, con il quale firma gli atti al posto del sovrano, che spesso si trattiene in Francia a curare i propri territori d’oltremanica. Il guadagno è buono, tanto che Becket può godere di una vita sfarzosa e mantenere un esercito di 6.000 uomini con i quali appoggia il re, come capita per le spedizioni di Enrico in suolo francese, dove ci sono terre da contendere a Luigi VII, re di Francia.
Succede però che nel 1161 Teobaldo muore, lasciando vacante la carica di arcivescovo di Canterbury. Enrico concepisce il piano della sua vita. Per non avere più lacciuoli che limitino il suo potere metterà sulla cattedra arcivescovile di Canterbury il suo cancelliere, il fidato Tommaso. Così, il controllore sarà lui stesso controllato, un dipendente del re. Anche l’autorità spirituale cadrà sotto il potere temporale. In fondo è una lotta che si perpetuerà per secoli: ghibellini contro guelfi. Non abbiamo – ancora oggi – un presidente che si crede un papa e vuol dettare a Leone XIV le regole di come comportarsi di fronte alle guerre? Quando è lui a scatenarle, non s’azzardi, il pontefice, a condannarle!
Tornando a Enrico II, il re fa male i calcoli. Non a caso la designazione di Becket a suo successore è stata suggerita da Teobaldo poco prima di morire. E Teobaldo non era certo un fan del sovrano. Nominato alla carica di arcivescovo di Canterbury, Tommaso subisce una trasformazione totale. L’uomo che era non è più. Abbandona ogni sfarzo e si dedica anima e corpo alla protezione dei fedeli, dei poveri e alla causa della Chiesa cattolica. Per prima cosa restituisce il sigillo reale, poi apre la sua casa alla misera gente per la quale fa preparare un pasto giornaliero. Ma ciò che infastidisce di più il sovrano è che si rifiuta di riconoscere la superiorità del potere temporale sulla Chiesa, non firmando le Costituzioni di Clarendon. Sono disposizioni con le quali Enrico afferma i seguenti principi: l’abolizione della giurisdizione autonoma della Chiesa sui chierici (così da poterli processare davanti ai tribunali civili); la riscossione delle rendite delle diocesi da parte del re in caso di sede vacante; l’equiparazione dei vescovi ai baroni e il divieto per tutti di uscire dall’isola britannica senza consenso del sovrano. Quest’ultima disposizione è evidentemente la più gravosa, impedendo – di fatto – agli ecclesiastici di recarsi dal papa per chiedere un’eventuale protezione. Ironicamente, Tommaso la schernisce come una regola che rende l’Inghilterra una “magnifica prigione”.
È la guerra: Tommaso viene citato in giudizio da Enrico; l’arcivescovo si rifiuta di comparire e difende ostinatamente le prerogative della Chiesa sul suolo inglese. Il re cerca l’appoggio di altri prelati, come gli arcivescovi di Londra e York, puntando sull’invidia di costoro verso il primate di Canterbury. Istiga tutto il clero contro Tommaso; vuole fargli il vuoto attorno, così da poterlo arrestare senza scalpore. Alessandro III, il papa, preso tra due fuochi, non sa che pesci prendere: vorrebbe favorire Tommaso, il suo alfiere, ma non vuole inimicarsi Enrico che, per ripicca, potrebbe allearsi con l’imperatore Barbarossa, suo acerrimo nemico. Nel frattempo, facendosi l’aria attorno a lui irrespirabile, Tommaso s’allontana clandestinamente dall’isola scegliendo l’esilio in terra francese.
All’ennesimo tentativo del pontefice di rappacificare i due contendenti, le cose sembrano mettersi per il verso giusto. Pace sia. Tommaso torna in Inghilterra per riprendere il suo posto a Canterbury anche se in fondo all’animo sospetta della fedeltà di Enrico alla parola data. Lo conosce troppo bene, da troppo tempo.
E si arriva alla tragedia finale. Secondo la versione che si tramanda, in un incontro con alcuni dei suoi cavalieri Enrico si lascia andare a una frase che non ha bisogno di molte interpretazioni: «Ci sarà mai qualcuno che mi libera da questo prete tracotante?». In quattro comprendono al volo queste parole e si mettono all’opera. Raggiungono Ranulf de Broc, nemico giurato di Tommaso, al castello di Salwood; poi tutti insieme si recano a Canterbury dall’arcivescovo. Qui, all’interno della cattedrale, luogo sacro per eccellenza, all’ennesimo rifiuto di Becket di sottomettersi al re e alle sue Costituzioni, i quattro sicari sfoderano le spade e le affondano nel corpo del prelato. De Broc, fuori della basilica, sorveglia in armi con alcuni suoi scherani. È il 29 dicembre 1170. Tommaso muore per la causa della Chiesa. Tre anni dopo, il 21 febbraio 1173, Alessandro III lo proclamerà santo.
Accusato di essere il mandante dell’omicidio, Enrico – per farsi perdonare dalla Chiesa e dai sudditi – dovrà prostrarsi nudo sulla tomba di Tommaso all’interno della cattedrale di Canterbury. Così, nudo e in ginocchio, sarà flagellato a turno da 70 monaci (alcuni storici aggiungono «con grande cautela»!…).
È il dramma che ricordiamo bene, immortalato sullo schermo, nel 1964, da Peter Glenville nello splendido “Becket e il suo re”. Un film magistralmente interpretato da Richard Burton nei panni di un Tommaso chiuso e ostinato nella difesa dei propri princìpi, e Peter O’Toole, nei panni di un Enrico febbrile nella sua ossessione verso l’amico fattosi nemico. Per la cronaca, la sfida cinematografica la vinse O’Toole che, l’anno dopo, fu premiato come miglior attore protagonista con un Golden Globe. Niente per Burton, nonostante le numerose candidature.
E Bologna? Come s’è detto, Bologna ha visto a lezione, sui banchi universitari, quello che allora era il prediletto dell’arcivescovo Teobaldo. Insieme a Becket, altri inglesi erano seduti sugli stessi banchi. E dopo di lui, molti altri ancora continuarono ad arrivare. Del resto, il diritto canonico è stato fondato proprio qui a Bologna, intorno al 1140, da Graziano, con la redazione del “Decretum”, testo fondamentale per il diritto della Chiesa.
Gli studenti britannici che, dopo la canonizzazione di Tommaso, frequentano il nostro “Studium” eleggono il santo a loro protettore, costituiscono una confraternita e fanno costruire una cappella di fianco alla Chiesa di San Salvatore (retta dai Canonici Renani) dedicandola al santo di Canterbury. Nel 1353, i Canonici Renani commissionano a Vitale da Bologna (o Vitale degli Equi) un magnifico polittico con l’incoronazione della Vergine. Lì, nel riparto a destra della Madonna, è effigiato San Tommaso di Canterbury. Il quadro è oggi in San Salvatore, dove i Canonici Renani trasferirono l’altare dedicato a Becket dopo la demolizione della cappella degli inglesi. Ora, nella chiesa, non c’è più nemmeno questo altare, ma rimane il quadro del magnifico pittore emiliano, con il ritratto di Tommaso.
Nella stessa chiesa, di fronte a quello di Vitale e sopra l’entrata della sagrestia, si osserva un altro quadro con la figura di San Tommaso. È opera di Girolamo da Treviso, talentuoso pittore cinquecentesco, oltre che rinomato ingegnere militare. Il quadro raffigura la presentazione al Tempio di Maria. Ironia della sorte, Girolamo che, con quest’opera, aveva onorato Tommaso collocandolo a fianco della Vergine, si trasferì poco dopo averla eseguita presso la corte inglese. Qui lavorò per Enrico VIII, il sovrano che, ribellandosi al papa, aveva da poco fondato la Chiesa anglicana facendo distruggere la tomba di San Tommaso. E aveva concluso il lavoro ordinando la dispersione delle ossa contenute nella sepoltura, in quanto sacre alla fede cattolica.
Per il nuovo committente, Girolamo mise mano a un quadretto, a lui attribuito dal Pouncey, che raffigura la lapidazione del papa da parte degli evangelisti. Versatilità della fede dell’autore, o ennesima prova della potenza del denaro? È certo che, pochi anni dopo, Girolamo raggiunse una condizione economica invidiabile: 200 ducati di pensione, un palazzo dove abitare e la nomina a gentiluomo.
In Italia, Becket non ha lasciato ricordi solo a Bologna. Al contrario, il ricordo più prezioso e tangibile lo ha lasciato a Fermo, nelle Marche. Si tratta della sua casula, un ricchissimo paramento sacro, di forma semicircolare, alto un metro e 60 centimetri e con una circonferenza di cinque metri e 41 centimetri. È realizzato in seta celeste e completamente ricamato in oro. La singolarità è che, al centro, compare una scritta in arabo: «Nel nome di Allah il misericordioso, il compassionevole, il regno è …di Allah….la più grande benedizione, perfetta salute e felicità al suo possessore… nell’anno 510 in Mariyya».
Le immagini sulla seta sono prevalentemente di animali, molti di fantasia; alcuni di essi simboleggiano il potere (aquile e grifoni). Poiché il paramento presenta in più punti delle cuciture, gli studiosi ritengono che esso sia composto di pezzi originariamente nati per delle funzioni diverse da quella di un abito per cerimonie sacre. E poiché la scritta al centro è in arabo, si ritiene che il manufatto sia stato concepito in un laboratorio della Spagna islamica. In sostanza, è un manufatto islamico cristianizzato, vista la funzione alla quale fu infine destinato. Per giunta, appartenne a un martire della Chiesa cattolica.
Come finì a Fermo, la casula? L’ipotesi più probabile, avvalorata da alcuni documenti conservati nell’archivio storico arcivescovile della città marchigiana, è che sia stato un dono dello stesso Tommaso a Presbitero, il sacerdote che divenne arcivescovo di Fermo dopo essersi recato a studiare diritto a Bologna. Qui incontrò il futuro Santo di Canterbury con il quale strinse amicizia. I due studiavano e imparavano nelle stesse aule. Nulla di più probabile, dunque, di un regalo per suggellare un’amicizia. Un magnifico regalo, degno di tanto magnanimo donatore.
Si è detto di come una delle ragioni dello scontro tra Becket ed Enrico fu il rifiuto del primo di riconoscere il diritto dello Stato di giudicare i chierici. Per la Chiesa cattolica, solo il papa e i suoi vescovi erano competenti a giudicare gli appartenenti al clero. Quella che allora era una pretesa al passo coi tempi, si riprodusse però anche nei secoli successivi. Da ultimo non tanto tempo fa, proprio in Italia, a Prato.
Siamo nel 1956, otto anni dopo l’entrata in vigore della costituzione della Repubblica uscita dalla resistenza; una costituzione così moderna e avanzata che tutti ci invidiano. A Prato, due giovani convolano a nozze. Lei è Loriana Nunziati, lui Mauro Bellandi. Lei viene da una famiglia cattolica, lui è un ateo comunista. Nella scelta del rito prevale lui: niente chiesa; si sposano solo davanti al sindaco. L’ira della Chiesa si abbatte su di loro. Il vescovo di Prato, monsignor Pietro Fiordelli, in una lettera pastorale letta in chiesa davanti ai fedeli, li addita come pubblici concubini. Peccatori che copulano fuori dall’unico matrimonio valido. I due non ci stanno e querelano il prelato, che viene trascinato in tribunale. Processo penale. Imputazione: diffamazione. Il vescovo non si presenta: «La mia coscienza mi impone di non presentarmi poiché il motivo per il quale sono citato in giudizio non è altro che un atto della mia potestà spirituale e della mia giurisdizione vescovile», dichiara.
Il primo marzo 1958 il tribunale di Prato si dimostra di diverso avviso e condanna il vescovo a quarantamila lire di multa. Scalpore e riprovazione percorrono l’opinione pubblica. Il cardinal Lercaro, primate della Chiesa bolognese, ordina che tutta la diocesi prenda il lutto fino alla Domenica delle Palme, fa listare di nero l’entrata di tutte le chiese e ordina che le campane suonino a morto tutte le sere alle 18 per cinque minuti. Dalle pagine de “Il Resto del Carlino”, Giovanni Spadolini ammonisce: «Il problema di oggi è uno solo: evitare l’irreparabile», chiaramente auspicando il ricorso in appello. Qui, spiega il futuro presidente del consiglio, è una questione di rapporti tra Stato e Chiesa: non ci può essere uno scontro tra la Chiesa e i giudici! In realtà, ai giudici ci ha già pensato papa Pio XII che, applicando alla lettera il diritto canonico, ha fatto scattare l’immediata scomunica non solo dei querelanti, ma anche dei magistrati facenti parte del collegio che ha pronunciato la condanna.
Qualche mese dopo ci pensa la corte d’appello a rimettere le cose a posto, e l’orgoglioso vescovo viene assolto con la formula “il fatto non costituisce reato”. I commenti che si leggono riferiscono che i giudici di secondo grado hanno ritenuto che il vescovo abbia agito nel legittimo esercizio del ministero pastorale. Si è trattato di un “atto insindacabile”. Viva Becket!
Quello che le cronache dell’epoca non riportano è se i giudici di Prato, per scrollarsi di dosso la scomunica, dovettero fare pubblica ammenda all’interno della cattedrale, nudi, in ginocchio, la schiena offerta alle frustate.
