Gli oppositori di sé stessi

Nella Bologna turistificata ed escludente ormai sotto gli occhi di tutti, è innegabile che qualche spazio di resistenza allo stato delle cose negli anni si sia ricreato. A mancare, tuttavia, è la solidarietà verso chi non ha altrettanto coraggio o verso chi quel coraggio lo ha usato per entrare nella stanza dei bottoni e provare a cambiare un po’ le cose, fosse anche solo di un’unghia

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


Pur consapevoli di non rivelare alcunché di nuovo, si potrebbe dire che il fine intimo di ogni scritto e ogni scrittore, poco importa la sottocategoria di riferimento, sia quello di capirsi ancor prima di farsi capire, in una perenne rincorsa all’invito che il Dottor S, ne “La Coscienza di Zeno”, rivolgeva al suo irrisolto paziente tabagista: «Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero».

Un destino cui non si sottraggono nemmeno il collega Salvatore Papa e il suo “Bologna non è un’isola felice” (qui), recentemente pubblicato da DeriveApprodi e del quale tanto s’è scritto e discusso in questi ultimi giorni.

Il saggio si rivela infatti estremamente utile per mettere in fila, guardandosi indietro, le scelte amministrative e gli indirizzi politici che, negli ultimi decenni, hanno condotto alla mutazione genetica di Bologna da città culturalmente eccentrica e inclusiva a parco giochi turistificato ed escludente, decisamente in linea con le peggiori tendenze globali. Ma ha il limite, certamente non voluto, di non indicare con nettezza i veri mandanti della disgrazia, che sono ben più dello sparuto gruppo di persone avvicendatesi nei palazzi del potere cittadino in tempi recenti.

Al di là delle responsabilità personali – che, nel saggio di Papa, sono ricondotte quasi esclusivamente a Virginio Merola, Matteo Lepore e a una manciata di presidenti di enti pubblici o privati – resiste in effetti ancor oggi, purtroppo, una corrente di pensiero molto diffusa che tende a scindere costantemente le collettività dalle loro classi dirigenti. Una dicotomia logicamente impossibile, a maggior ragione in democrazia ma non solo, che ottiene come primo risultato il perpetrarsi dell’irresponsabilità del cittadino-elettore, soprattutto rispetto alle scelte compiute da chi amministra anche con il suo voto. Un equilibrismo che senz’altro aiuta politicamente chi a quelle scelte si oppone, ma che tarpa le ali a qualunque possibilità di crescita di una pur minima autoconsapevolezza diffusa, oggi quantomai necessaria proprio per le motivazioni individuate con precisione da Papa.

Tanto per capirsi e fare un esempio, restando su uno dei temi meglio indagati nel testo: se un operatore culturale, pur consapevole del “sistema” individuato dall’autore, sceglie di recarsi in cabina elettorale e barattare la sua infinita libertà di coscienza con la mera speranza di avere due spicci e una citazione sul cartellone di qualche rassegna estiva cittadina, la responsabilità di quanto accade in seguito è sua o di chi quel “sistema” lo ha pensato e prodotto? I più ingiusti opterebbero per la prima risposta, i più sensibili per la seconda. Ma a voler essere equi e sinceri, non si potrebbe che convergere su percentuali non molto diverse dal 50 e 50…

Ciò detto, è innegabile che qualche spazio di resistenza allo stato delle cose, tra comitati e associazioni, negli anni si sia ricreato. Alternative molto spesso ancora residuali nei numeri e con obiettivi non sempre condivisibili, ma non per questo meno utili e interessanti. A mancare, tuttavia, è la solidarietà di queste realtà verso chi pur pensandola come loro non ha altrettanto coraggio. O verso chi quel coraggio lo ha avuto, ma per entrare nella stanza dei bottoni e provare a variare la rotta, fosse anche solo di un’unghia. Una vasta platea di persone, associazioni e contenitori politici che, consci delle difficoltà e delle contraddizioni che comporta la relazione forzata col principale partito del potere in città, da anni si battono con gli strumenti a disposizione contro il suo inarrestabile cedimento all’incultura socio economica dominante.

A questi volenterosi sacrificati, nonostante la comprensibile stanchezza, dopo aver vivamente suggerito la lettura va quindi forse ricordata, a mo’ di pacca sulla spalla, la lezione di quel giovane assessore che molti anni fa, davanti alle resistenze della conservazione e alle frustrazioni dell’avanguardia, andava ripetendo in privato che qualunque risultato tangibile, in politica, si ottiene perché c’è qualcuno “da fuori” che spinge per il cambiamento mentre qualcun altro, “da dentro”, si fa carico dell’istanza e la porta all’attenzione di chi comanda, insistendo ostinatamente finché questo non sarà convinto.

Una regola che dovrebbe esser d’oro per chi non si accontenta di testimoniare il proprio sdegno, ma vuole provare a incidere anche solo un po’ sulla nostra vita pubblica. E che si accompagna alla consapevolezza altrettanto metallica che, per poterci riuscire, è necessario non ripetere l’errore più grave commesso dal medesimo assessore, rinunciando dunque per principio all’eventualità di arrendersi alle circostanze avverse. Anche a costo di ritrovarsi, di tanto in tanto, all’inevitabile quanto straniante opposizione di sé stessi. 

Se ciò non accadesse, dati l’astensionismo galoppante e lo sbilanciamento tra le forze in campo, il pericolo dell’affermazione del pensiero unico si farebbe molto rapidamente piena certezza. Dio non voglia che un giorno, a denunciare e a tentar di correggere le storture di quest’isola che non c’è, rimanessero soltanto i giornalisti.


2 pensieri riguardo “Gli oppositori di sé stessi”

  1. ..Forse che Capitalismo e Comunismo in fondo siano due facce della stessa medaglia!?!?!? la costante in essi è la presenza dello Stato in investimenti economici e sociali,…. idee del singolo, anteposte alla collettività ,ma pur sempre sovvenzioni dello Stato.
    Questo Paese, paga le incongruenze e le contraddizioni che rendono con il termine Complessita’.

  2. Bologna non offre risposte concrete a chi ha bisogni essenziali: povertà, malattia, emergenza abitativa. La città è consegnata a benestanti autosufficienti, collettivi e centri sociali, immigrati scarsamente integrati. E’ un mix che non regge e che soprattutto non sa cosa sia la solidarietà.

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