Il commercio di vicinato può creare nuovo lavoro giovanile

Bologna ha perso centinaia di negozi, ma può scegliere di trasformare questa crisi in un progetto comune tra giovani, commercianti esperti, produttori, cooperative e istituzioni: un progetto che riporti lavoro qualificato e servizi nei quartieri

di Maurizio Morini, innovation manager


A Bologna, tra il 2019 e il 2025, le imprese del commercio al dettaglio sono passate da 4.797 a 4.114: 683 attività in meno e, secondo Confesercenti, una perdita stimata di 102 milioni di euro per il territorio. Ogni serranda abbassata sottrae un servizio ai residenti, indebolisce le relazioni di quartiere e riduce le occasioni di lavoro (qui⁠).

La firma del sindaco Matteo Lepore e dell’assessora Luisa Guidone alla proposta di legge di iniziativa popolare di Confesercenti è un segnale importante. Le Zone Economiche Speciali di Prossimità, gli incentivi e la semplificazione possono aiutare le attività esistenti e favorire nuove aperture. Perché il commercio torni a crescere, però, occorre anche costruire imprese capaci di stare sul mercato (qui⁠ e qui⁠).

Il commercio di vicinato può diventare uno sbocco per il lavoro qualificato giovanile. Un negozio alimentare contemporaneo richiede competenze nella scelta dei prodotti, nella gestione economica, nella comunicazione digitale, nella logistica e nella relazione con il cliente. Può unire vendita, gastronomia, consegne, ordini online ed educazione alimentare. Recuperare la bottega significa rinnovarne il mestiere e il piano d’impresa.

Prezzemolo&Vitale (qui⁠), nata a Palermo dall’incontro tra la cultura della bottega e quella del supermercato, mostra una possibilità: ha sviluppato un assortimento riconoscibile, servizi e formule di ristorazione, arrivando a undici punti vendita in città e sei a Londra. Anche l’esperienza di Gigante Alimentari a Noci (qui⁠) indica quanto una nuova generazione possa ampliare il mercato di un’attività radicata nel territorio attraverso nuovi strumenti commerciali e digitali. Sono esempi da studiare per ciò che insegnano, non format da copiare e imitare.

Il punto decisivo è che un giovane commerciante, da solo, difficilmente può sostenere i costi e acquisire tutte le capacità necessarie. Qui torna attuale l’idea delle cooperative tra dettaglianti, nate per organizzare insieme acquisti e rifornimenti. Anche Conad, fondata a Bologna nel 1962, nacque come cooperativa di commercianti indipendenti (qui⁠). Riprenderne l’intuizione oggi – attualizzandola a oltre 60 anni dopo con le tecnologie e le conoscenze più recenti – significa creare strutture governate dai soci o associati, capaci di condividere magazzini, consegne, tecnologie, formazione e servizi amministrativi, lasciando a ciascun negozio la propria identità.

In quelle esperienze esisteva inoltre una figura preziosa: il delegato di gruppo, punto di collegamento continuo tra struttura centrale e dettaglianti. Una versione aggiornata di tale figura potrebbe preventivamente affiancare i futuri titolari dei negozi nelle scelte commerciali, nell’organizzazione del lavoro, nell’uso dei dati e nella costruzione di rapporti con produttori e quartiere. Anche soluzioni di informatica applicata ai punti vendita come Syeew.it possono essere bene impiegate per il coordinamento delle informazioni gestionali e lo scambio di benchmark immediato.

La cultura della vera cooperazione, al di là della formula societaria, funzionerebbe così anche come assistenza quotidiana e non soltanto come servizio, per esempio, di centrale d’acquisto.

Alla formazione dei giovani dovrebbero contribuire i dettaglianti esperti, compresi quelli che hanno concluso o stanno concludendo la propria attività, sotto l’egida delle associazioni come Confesercenti o Cna. Conoscono clienti, prodotti, stagionalità e problemi concreti di gestione. Bologna potrebbe valorizzare questa esperienza attraverso una valorizzazione dei percorsi formativi permanenti del mestiere di dettagliante praticati dalle strutture formative delle associazioni, con affiancamento nei punti vendita e aggiornamento continuo sulle nuove competenze. Sarebbe anche un modo per rendere possibile il ricambio generazionale di attività che rischiano di chiudere perché non trovano successori.

L’alimentare offre un terreno concreto su cui partire. Una rete di negozi potrebbe collegare stabilmente la città alle aziende agroecologiche del territorio (in tal senso San Lazzaro di Savena ha tracciato la strada, qui): programmare gli acquisti, proporre prodotti locali e di stagione, spiegare come utilizzarli e costruire prezzi equi sia per chi produce sia per chi compra. Incontri con agricoltori, cuochi e professionisti dell’alimentazione trasformerebbero il punto vendita in un luogo di educazione dei cittadini, usufruendo anche delle attività di sensibilizzazione educativa sul tema (come ad esempio GiustoPasto.it a Bologna o La Bottega Alimentari, nata come spin off di Gigante citato).

Serve infine una politica urbana più attenta. Comune e quartieri dovrebbero conoscere dove mancano negozi alimentari e servizi essenziali, dove si concentrano locali sfitti e quali bisogni esprimono i residenti. Su questa base si possono orientare incentivi, uso degli spazi e nuove iniziative, accompagnando le aperture con formazione e piani economici credibili, spingendo in avanti anche l’esperienza di Campi Aperti (qui) per i mercati zonali. È una pianificazione della qualità e dell’accessibilità dei servizi, da costruire nel rispetto delle regole sulla libertà d’impresa.

Non vogliamo demonizzare la grande distribuzione organizzata. Vogliamo spingere a recuperare un equilibrio tra formule distributive diverse, adatte ai differenti contesti geografici e sociali. La Gdo più evoluta può contribuire a questo percorso offrendo soprattutto servizi logistici e competenze alle reti di prossimità.

Bologna ha perso centinaia di negozi. Può scegliere di trasformare questa crisi in un progetto comune tra giovani, commercianti esperti, produttori, cooperative e istituzioni: un progetto che riporti lavoro qualificato e servizi nei quartieri.


Un pensiero riguardo “Il commercio di vicinato può creare nuovo lavoro giovanile”

  1. Buongiorno sarebbe un ottima idea peccato che tutte le Giunte che hanno amministrato la città negli ultimi anni si siano sciacquate la bocca dicendo quanto sia importante il commercio di vicinato ma hanno fatto esattamente il contrario facendo aprire centri commerciali e supermercati a tutto spiano. Solo per fare un esempio nel quartiere San Donato nel raggio di 2 km ci sono 5 supermercati traete voi le conclusioni.

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