Vent’anni di Fondazione Iret: la ricerca scientifica come radice del futuro e responsabilità verso le persone

Il valore della ricerca non si misura soltanto da ciò che comprende, ma da ciò che rende possibile. Per tradurre la conoscenza in soluzioni concrete per la salute, Iret ha scelto da tempo di abitare e far crescere un ecosistema d’eccellenza: la Rete dei Tecnopoli della Regione Emilia-Romagna, sviluppata insieme ad Art-Er

di Fondazione Iret


Cosa spinge una comunità di scienziati a superare ogni giorno i confini del conosciuto? Vent’anni fa, la risposta a questa domanda ha dato vita a Fondazione Iret. Nata da una visione lucida e indipendente, la convinzione che fare buona ricerca richieda apertura, rigore e la capacità di tessere nuove connessioni, la Fondazione compie oggi due decenni di attività. Un traguardo importante, che non celebra soltanto il passato, ma rinnova l’impegno verso le sfide più complesse della medicina contemporanea.

Ogni percorso scientifico affonda le proprie radici negli incontri che lo rendono possibile. Nel cammino di Iret, l’eredità ideale di maestri straordinari come Tomas Hökfelt, Rita Levi-Montalcini e Luigi Aloe continua a indicare la rotta. «Da loro abbiamo ereditato la forza del rigore e la precisione del metodo; il potere dell’intuizione e il coraggio di formulare domande inedite; la consapevolezza profonda che la scienza ha senso solo se migliora la vita delle persone, mantenendo sempre al centro una dimensione umana» raccontano le fondatrici Laura Calzà e Luciana Giardino.

Il valore della ricerca non si misura soltanto da ciò che comprende, ma da ciò che rende possibile. Per tradurre la conoscenza in soluzioni concrete per la salute, Iret ha scelto da tempo di abitare e far crescere un ecosistema d’eccellenza: la Rete dei Tecnopoli della Regione Emilia-Romagna, sviluppata insieme ad Art-Er. Il Tecnopolo di Ozzano dell’Emilia non è semplicemente un edificio, ma un luogo vivo e abitato, un’infrastruttura distribuita dove la ricerca incontra l’impresa, le istituzioni e il territorio. È qui che le idee si trasformano in opportunità di sviluppo, attirando talenti e favorendo una collaborazione virtuosa tra laboratori e tessuto produttivo.

«Ma la ragione più profonda del nostro lavoro risiede là dove le risposte ancora mancano: nelle malattie senza cura e nelle patologie rare, che colpiscono duramente i pazienti e le loro famiglie». Per affrontare queste sfide, i nuovi laboratori inaugurati recentemente a Ozzano rappresentano un salto di qualità decisivo. Spazi progettati per studiare le malattie neurodegenerative, le lesioni del sistema nervoso, la neuroinfiammazione e per sviluppare strategie terapeutiche innovative, dalle terapie geniche e di rilascio dei farmaci all’impiego delle cellule staminali e pluripotenti indotte verso una medicina sempre più personalizzata.

La ricerca del futuro, tuttavia, non vive chiusa tra i banchi di un laboratorio. Richiede un impegno etico e responsabile, capace di mettere in relazione la salute umana con quella dell’ambiente e della società. E richiede, soprattutto, di scommettere sulle nuove generazioni di ricercatori. Formare i giovani non significa soltanto trasmettere competenze, ma creare le condizioni affinché le loro idee possano emergere e guidare l’innovazione.

Quarant’anni fa una visione ha generato un’intuizione; vent’anni fa quella visione è diventata la Fondazione Iret. «Oggi, grazie alla forza del rigore e al potere dell’intuizione, continuiamo a guardare avanti, con la consapevolezza che il risultato più importante della ricerca non è ciò che scopriamo oggi, ma ciò che rendiamo possibile domani».


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