Dickens in “Tempi difficili” affida alla giovane circense il compito di spiegare perché le verità dei numeri delle statistiche non dicono nulla delle sofferenze delle persone. Per evitare queste tragedie basterebbe non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Avrebbe evitato che – dati Inail – 1.189 uomini e donne restassero uccisi nel 2025 mentre si guadagnavano da vivere. Avrebbe salvato le 16 vittime di incidenti avvenuti a Bologna nei primi sette mesi di quest’anno
di Raffaele Lungarella, giornalista
Quasi nelle stesse ore in cui l’Inail diffondeva il suo rapporto annuale sugli incidenti sul lavoro, a Roma Andrea Moretti, un giovane uomo di ventidue anni, moriva precipitando dall’altezza di dieci metri, mentre di notte stava lavorando sulle mura del Colosseo. È l’ultima vittima di una lunga lista. Nel 2025 la morte sul lavoro ha falciato 1.189 persone. Sono state 37 in meno rispetto ai morti sul lavoro dell’anno precedente.
Ogni giorno più di tre donne o uomini escono da casa per andare in un cantiere edile, in una fabbrica, a raccogliere pomodori o uva e non vi fanno più ritorno non per loro scelta. Ovviamente, è auspicabile che di anno in anno si riduca il numero di persone rimaste uccise in questo modo, ma finché ci sarà una statistica sugli incidenti mortali sul lavoro, la sua pubblicazione non porterà buone notizie.
Non sono buone notizie per chiunque pensa che l’obiettivo (di per sé del tutto legittimo) di un buon profitto, di un elevato guadagno non debba essere perseguito a tutti i costi, fino a mettere a repentaglio, deliberatamente o no, la vita dei lavoratori coinvolti. Ma, anche quando i numeri si abbassano, le statistiche degli incidenti e dei morti sul lavoro portano sempre brutte notizie soprattutto per ognuna delle persone che entrano in quella contabilità, per le loro famiglie e per tutti i loro altri affetti.
Le statistiche delle cose brutte cambiano faccia quando sono lette dalla parte delle vittime, finché non sparisce del tutto il dolore che provocano; e quelle delle cose buone non migliorano la vita delle persone che restano escluse, anche quando cresce la somma del benessere.
Lo aveva intuito Charles Dickens, in “Tempi difficili”, uno dei suoi romanzi in cui illustra le conseguenze della rivoluzione industriale sulle condizioni di vita dei lavoratori e dei poveri, che affida a Sissy Jupe il compito di spiegare perché le verità (perché di verità si tratta) dei grandi e piccoli numeri delle statistiche non dicono tutto. Sissy è una giovane circense orfana, spinta dall’abbandono del padre a farsi un’istruzione. Le lezioni le sono impartite da Thomas Gradgrind, un uomo per il quale contano solo i fatti e le cifre, senza nulla concedere all’immaginazione e ai sentimenti.
A Gradgrind che le chiedeva se anche lei non credesse che una nazione con «cinquanta milioni di danaro» non debba essere considerata ricca e se di questo non ci si debba tutti rallegrare, Sissy dà una risposta disarmante: lei non poteva dire se la «nazione era ricca o meno, se dovevo rallegrarmene o meno, se non sapevo prima chi aveva il danaro e se me ne veniva una parte. Ma questo non ci aveva nulla a che fare, non era affatto nelle cifre».
Perché quelle cifre, i grandi numeri della ricchezza e del reddito, non dicono niente delle disuguaglianze, delle distanze tra i pochi che hanno tanto e i tanti che hanno poco o niente; né raccontano che alle spalle delle ricchezze e dei redditi concentrati vi sono anche sofferenze e morti innaturali e premature causate dalle lunghe liste d’attesa per le cure negli ospedali pubblici, dai risparmi sulla sicurezza sul lavoro e da tante altre situazioni nelle quali alle vite delle persone si attribuisce meno valore del loro contributo alla crescita del benessere degli altri.
Per Sissy-Dickens i buoni numeri non possono ignorare le sofferenze che sono costati. Alla domanda del suo mentore se «in un dato momento centomila persone sono in mare per un lungo viaggio e gli annegati e i bruciati sono solo cinquecento. Qual è la percentuale?», la risposta di Sissy è secca: «Non c’era percentuale, non c’era, non significava nulla per i parenti e gli amici dei morti». Non c’è, infatti, percentuale che giustifichi la morte provocata dal persistere di comportamenti da “capitalismo di rapina” (come avrebbe detto Marx), che, a oltre un secolo e mezzo dalla pubblicazione di “Tempi difficili” e de “Il capitale”, sono ancora meno giustificati nelle economie avanzate e ricche.
Quando nei posti di lavoro si muore, quasi mai è per una fatalità. La morte sul lavoro è quasi sempre il risultato prevedibile, quando non di scelte consapevoli, dell’assunzione di rischi, per l’incolumità di manovali, di braccianti, di operai delle fabbriche addetti a lavorazioni pericolose, da parte di chi li impiega, che a volte non sono imprese marginali. Quella morte è figlia di un profitto malamente guadagnato sulla violazione delle leggi e dei contratti di lavoro, sul ricatto delle lavoratrici e dei lavoratori reclutati dai caporali, sull’assenza dei presidi di tutela e sicurezza, sul risparmio sulle spese di formazione del personale in fatto di sicurezza.
Quando cala, o addirittura manca, la preoccupazione e l’attenzione per la pelle degli altri, la morte si fa avanti, anche sul lavoro.
Dopo otto settimane di lezioni sull’economia politica Gradgrind voleva che Sissy Jupe gli spiegasse «qual è il principio primo di questa scienza?». La risposta della giovane, che dei fatti vuole conoscere non solo i numeri, ma anche chi con essi ci perde e chi ci guadagna, costituisce un duro colpo per il maestro del tornaconto Gradgrind: «Fare agli altri quello che vorresti gli altri facessero a te». Sissy non aveva imparato niente.
Ma per evitare che la sera non si torni a casa perché colti dalla morte sul lavoro, forse non sarebbe necessario l’attiva generosità reciproca che indica Sissy. Potrebbe bastare l’astenersi passivo del non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te.
Una regola che, se fosse stata applicata avrebbe evitato la morte per fatica di Paola Clemente, una bracciante che, per tre euro l’ora, raccoglieva l’uva in un vigneto pugliese in una giornata di calura irrespirabile. Neanche Satnam Singh, bracciante indiano, sarebbe morto a Latina perché abbandonato davanti a casa sua dopo essersi tranciato un braccio nell’azienda agricola in cui lavorava in nero. Preoccuparsi di quella degli altri come se fosse la propria, avrebbe risparmiato la vita a Bouzekri Rahimi, Luigi Coclite, Mohamed El Farhane, Mohamed Toukabri, Taoufik Haidar, i cinque operai travolti dal crollo del cantiere per la costruzione di un supermercato a Firenze; e anche ai 16 morti sul lavoro verificatisi nel Bolognese nei primi sette mesi di quest’anno e a tanti, tanti altri.
Anche solo applicare la morale del non fare ad altri quello che vorresti non fosse fatto a te sarebbe un gesto di umanità a generosità, oltre che di giustizia, che eviterebbe alla morte sul lavoro di entrare nelle statistiche dell’Inail.


la sopportazione, di essere considerati sacrificabili per un concetto di sviluppo che non guarda in faccia a nessuno è la frustrazione maggiore che si prova davanti al rendiconto dati Morti sul lavoro…. l’ Uomo è vittima di se stesso.