SvEllya!

Mentre gli alleati di Avs e M5S presentano i loro programmi e gli amministratori locali si barcamenano con i tagli al bilancio nazionale, il Partito democratico è paralizzato ancora una volta da personalismi e visioni politiche inconciliabili. Uno stallo che non interessa per niente alla cittadinanza, sempre più spesso rassegnata alla possibilità di risolvere i propri problemi affidandosi al “fai da te”

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


Un regolamento condominiale “anti B&B” in via Fondazza (qui), le bollette astronomiche di un condominio Acer in via Beroaldo (qui), le vessazioni di un marito alla moglie in Valsamoggia (qui) e lo striscione contro il ddl scuola bruciato davanti all’istituto Don Milani di Casalecchio (qui). Quattro notizie locali, tra le principali di questi ultimi giorni, che apparentemente c’entrano poco o nulla con la relazione esposta da Elly Schlein nel corso dell’ultima riunione della direzione nazionale Pd.

Questione di apparenza e non di sostanza, appunto, ma procediamo con ordine.

Tra il 2018 e il 2019, la casa editrice Feltrinelli si prestò a un’operazione editoriale senz’altro sfortunata, ma comunque utile a capire lo stato confusionale in cui, già allora, versava il variegato mondo del progressismo italiano. Oltre alle incoerenze personali dei due autori, infatti, “Umanità in rivolta” di Aboubakar Soumahoro e “Orizzonti selvaggi” di Carlo Calenda riproducevano, in formato decisamente approssimativo e provincialotto, quella inconciliabile contrapposizione di interessi e di classi sociali che i lettori più attenti e allergici alla letteratura d’autogrill, alcuni anni prima, avevano già conosciuto con l’Homo Sacer di Giorgio Agamben e l’Homo Deus di Yuval Harari.

Per farla breve, la sintesi arcinota potrebbe suonare come segue. Ossia che nell’avvicendamento ormai quarantennale tra thatcherismo, globalizzazione e digitalizzazione, il ceto medio è stato spinto all’estinzione in favore della progressiva emersione di due macroclassi sociali molto eterogenee, che sempre per brevità si potrebbero definire “sfruttati” e “sfruttatori”.

Cosa abbiano scelto di fare le socialdemocrazie, davanti a tanta barbarie, è altrettanto risaputo. Così come è noto il fatto che, a causa di queste scelte, si siano generate una decisa riduzione del consenso popolare e l’emersione di una sinistra di vera rottura, dispregiativamente catalogata come “populista” o “radicale” da quei segmenti sempre più esigui di elettorato progressista poco avvezzi a condannare i privilegi, essendovi comodamente seduti sopra. E tutto questo mentre le destre e il capitale, la cui alleanza storica non è mai stata in discussione, con non poca arguzia spostavano l’attenzione dell’opinione pubblica verso il pressoché inesistente pericolo dell’immigrazione e della guerra di civiltà contro russi, fondamentalisti islamici, woke e ambientalisti. Un guazzabuglio senza criterio che ha però garantito la perpetrazione del business as usual, con la complicità abboccante dei loro presunti avversari.

Nonostante tutto, di fronte alla débâcle culturale delle sue classi dirigenti, il popolo orfano della sinistra ha riscoperto le indiscutibili meraviglie dello spontaneismo disarmato. Una mobilitazione di massa, concentrata principalmente nelle aree urbane ma non solo, che ha per simboli principali la tenda, la kefiah e la bandiera della pace. A testimonianza del fatto che una sintesi tra disuguaglianze sociali, civili ed economiche non è soltanto la legittima e futuribile aspirazione kantiana di una ristretta cupola di intellettuali, ma già adesso la pratica quotidiana e resistente di decine di milioni di persone.

La tenda era anche il simbolo della speranza nata intorno a Elly Schlein e a Occupy Pd, quando divenne chiaro a molti che la caligine in cui era avviluppato quel partito sarebbe stata spazzata via soltanto da un cambio drastico di governance e indirizzo politico. Un vento che, circa dieci anni dopo, portò fortunatamente il partito alla sconfessione dei suoi iscritti per mano dei suoi elettori, e Schlein al comando insieme a una pletora di trenta-quarantenni che, come lei, promettevano abbastanza bene.

Promettevano, appunto. Perché dal giorno successivo a quello in cui «non ci hanno visto arrivare», il cambiamento auspicato si è via via ridotto alla mera gestione auto conservativa dell’esistente, tra cacicchi e conflitti d’interesse blanditi anziché eliminati, titubanze sulle principali questioni internazionali “risolte” adattandosi di volta in volta all’aria del momento, e la quasi totale assenza di proposte concrete e realizzabili sulle fragilità socio-economiche strutturali del Paese. E se certo non si possono negare le resistenze feroci opposte dalla vecchia classe dirigente dem in ogni dove, è altrettanto difficile nascondere il fatto che l’inclinazione alla resa, tra gli schleininiani, ha avuto una rapidità di diffusione con ben pochi precedenti nella storia politica italiana.

Apogeo di questa sconfitta, culturale ancor prima che politica, è per l’appunto la relazione della segretaria di venerdì scorso. Un profluvio indiscutibilmente alto nella forma ma tremendamente povero nella sostanza, che volutamente aggira molti punti chiave e cede agli strattoni contrapposti delle correnti mai dome del partito, preferendo proiettare il disagio interno sugli alleati di Avs e Movimento 5 Stelle. La cui unica colpa – avendo loro già pronti i rispettivi programmi, al contrario del Pd – sarebbe quella di non accettare che Schlein, d’imperio e senza passare da quelle Primarie cui pure deve il suo ruolo, sia nominata alla guida dell’alleanza che, di qui a pochi mesi, dovrebbe sfidare con non poca quanto inspiegabile difficoltà la compagine di governo uscente.

Ecco allora che tornano, prepotenti, le notizie con cui si è iniziato il ragionamento. Perché la colpa più grave di quel discorso vago non sta tanto nella vocazione vittimistica e autoassolutoria che lo anima, quanto nell’incapacità di offrire una prospettiva visibile e concreta a problemi e drammi che già oggi avviliscono il quotidiano di milioni di persone, costrette ad arrangiarsi e a trovare da sole il coraggio di opporsi alla deriva.

Nessuno ancora sa, infatti, quali siano le proposte reali del Partito democratico contro la turistificazione del Paese, il caro energia, l’emergenza abitativa e climatica, il declino tragico del sistema sanitario e scolastico pubblico e le discriminazioni sociali, razziali e di genere sempre più diffuse. Nessuno o soltanto Schlein e il suo gruppo dirigente ristretto, che forse volutamente non si espone per non dover ammettere, come fanno invece candidamente i suoi alleati, che l’aumento delle spese militari previsto da Ue, Nato e governi nazionali europei è incompatibile con la politiche redistributive che il cosiddetto “Campo largo” ha promesso di mettere in atto a più riprese, se sarà mai chiamato a governare.

Un’incompatibilità ben chiara non solo agli elettori del centrosinistra ma anche ai suoi tanti amministratori locali, da anni alle prese con risorse economiche sempre più esigue a causa dei tagli di bilancio nazionali, come denunciato in più occasioni pure dalla maggioranza di Palazzo d’Accursio. E che dopo cinque anni di opposizione e quattro di guerre si auspicherebbe altrettanto evidente anche agli occhi dei dirigenti democratici, qualunque sia la loro corrente o il capobastone di appartenenza.

Dal momento che così evidentemente non è, non resta che aspettare con pazienza che il Pd risolva le sue crisi familiari a più livelli, trovando la solita mediazione al ribasso interna e accontentando, ove possibile, quei dirigenti pro o contro Schlein più interessati al proprio particolare che non alle sorti del Paese.

In alternativa, il consiglio alla concittadina segretaria è quello di controllare sacco a pelo e picchetti e prepararsi alla transumanza.

Per difendere la propria credibilità di fronte a certi teatrini, infatti, è sempre meglio levare le tende che ostinarsi a partecipare alla farsa.


3 pensieri riguardo “SvEllya!”

  1. Caro Pier Francesco, condivido al 100% quello che scrivi. Se solo riuscissimo a far sentire la nostra voce…

  2. Caro Di Biase a me pare abbastanza evidente. Populisti e sinistra-sinistra – cui il Pd oramai appartiene – non hanno soluzioni praticabili – ripeto praticabili- alle questioni che Lei giustamente pone. Difficile allora anche abbozzare un programma. Che non sia l’accozzaglia di proposte impraticabili emerse da Nova.

  3. Non ho sentito il discorso della Schlein ma ho sentito il solito battibecco con Conte e non se ne può veramente più!
    Ma possibile che ancora non ci sia un programma completo? Ho visto girare cose, ma appunto le ho viste girare e non hanno avuto alcuna risonanza.
    A tutti e tutte il tema “chi guida la coalizione” ha sfinito, ma facesse il PD un programma, poi si chiudono i due, con qualche rispettivo dirigente, in una stanza insonorizzata (a noi non interessa la loro rissa) e ne uscissero con un capo e un programma: CONDIVISI.
    E’ chiedere molto? Per me no, ma stiamo aspettando da mesi, magari capitalizzare i voti degli italiani (tanti giovani) andati a votare il referendum poteva essere un bel compitino.
    Ma siamo ancora qua ad aspettare!

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