Ricomporre i frammenti rotti di uno specchio

Il primo romanzo della giovane scrittrice bolognese Amira Dridi con al centro le emozioni, quelle più palesi che accompagnano il lettore in una complessa architettura, costruita tra passato (dagli anni ‘30, agli anni ‘50) e presente. Bologna è il fulcro della storia con le sue vie del centro, il bar Zanarini, le  ombrose botteghe dai tanti segreti, al limite dell’esoterico

di Roberto Battistini, manager e ricercatore universitario


Nell’ambito letterario vige un detto secondo il quale nel primo romanzo uno scrittore esordiente inserisce i tanti temi che porta dentro di sé, di cui sente il bisogno impellente di parlare, venendo così inevitabilmente a creare un poliedro ricco e frastagliato di emozioni.

Nel suo primo romanzo, “Le sue mani”, la scrittrice Amira Dridi, classe ‘90, ha fatto sicuramente tutto ciò, ma anche molto altro. In un’era dove la dinamica sociale prevalente è il recidere i legami sociali, dall’unità di base famigliare alle comunità, siano esse politiche, religiose, lavorative, sul probabile altare di un capitalismo ancora più sfrenato e dissoluto rispetto agli anni ottanta di The Wolf of Wall Street (2013) di Martin Scorsese, che ci vuole tutti più soli e più fragili per diventare mere pedine di un mercato in continua digi-devoluzione, Amira ha messo in parole, con la sapienza di un antico artigiano, un prisma letterario, generando un affascinante e pulsante effetto in totale contro tendenza.

La scrittrice ha creato esattamente un prisma immaginario, multidimensionale, il cui effetto è nulla di più che quello della copertina di The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, lo scomporre un singolo raggio di luce nella gamma dei colori dello scibile emozionale che alberga nell’animo di ogni famiglia. Ansie e angosce, gioie improvvise e imprevedibili, quanto inespresse paure e palpitanti desideri. Le vere muse del romanzo sono proprio le emozioni, quelle più palesi e quelle recondite dell’animo delle protagoniste Norah e Ginevra, e della scrittrice stessa, accompagnando il lettore in una complessa architettura, costruita tra passato (dagli anni ‘30, agli anni ‘50) e presente, per mostrare, in un meccanismo a orologeria – e di un’ossessione per orologio non a caso si parla nel libro – che invece di esplodere e distruggere, permette al lettore di ricomporre.

Viene da chiedersi, ricomporre che cosa?

Una risposta potrebbe essere ricomporre i tanti frammenti sparsi, indefiniti ma organizzati indizi, della vita di Norah, la cui estenuante e dolorosa elaborazione della scomparsa della sorella Ginevra non trova pace, ma anche ricomporre la sua stessa storia di vita e, sono certo, ricomporre il valore smarrito di famiglia, alla ricerca della soluzione definitiva che ne contrasti quasi l’ineluttabile dissoluzione.

Per chi ancora crede nel valore della famiglia, nella sua capacità di essere resiliente, al di là delle separazioni e delle fasi più o meno dolorose o gioiose che il fato a volte offre crudamente – tutti elementi abbondantemente presenti nella prima opera di Amira – questo romanzo è un segno di speranza, è la chiave di lettura di tante esperienze, sicuramente i tanti temi che dimorano nell’animo della scrittrice, che offrono un modello ancora salvifico delle relazioni famigliari, la salvezza attraverso gli anni, indagatrice e rivelatrice, in grado di guardare in profondità negli animi per farne emergere la redenzione finale.

Nelle pagine di “Le sue mani” si scorgono dialoghi ben costruiti, realistici, che rievocano i momenti dell’infanzia in famiglia, fatti di contraltari, contrasti, affetti, slanci e ritiri, in stile Natalia Ginzburg, ma anche momenti toccati da un senso di impercettibile magia, il senso dell’inspiegabile che a volte offre un alternativo punto di vista della realtà, guidando gli eventi verso imprevedibili destinazioni, tracciati con arte da inusuali personaggi della Bologna “bene”, mercanti d’arte, faccendieri, e figure al limite del misticismo.

Bologna è presente, con le sue vie del centro, il bar Zanarini, le ombrose botteghe dai tanti segreti, al limite dell’esoterico, ed è il fulcro della storia, insieme ad una conturbante Parigi che tra le Rue de La Roquette e Rue Saint-Sabin svela la tragedia che ha colpito le due sorelle Serini, separandole per anni, fino a un imprevedibile turning-point finale. Ma nel romanzo si annidano altri elementi, il primo dei quali è la musica, in particolare le note del classic Jazz di Duke Ellington, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, solo per citarne alcuni, dai cui solchi dei 78 giri si crea la perfetta colonna sonora del romanzo, una playlist che ci guida tra i tanti misteri, qua e là un tocco di noir ben ombreggiato dagli interni degli appartamenti parigini, e le rivelazioni che aspettano il lettore dietro un inatteso angolo di strada.

Il secondo elemento è il sogno, che penetra nel reale, a più riprese, aprendo sguardi sul tormentato animo di Norah, confondendo le carte, facendo smarrire, a chi ancora oggi ha il desiderio di leggere, il senso di ciò che si credeva di aver compreso fino a quel momento. Perché lo smarrimento, il disorientarsi è parte del romanzo, ne è una nota ripetuta nel complesso spartito di Amira Dridi.

Giunti nelle pagine finali, si può comprendere come il romanzo sia pervaso dal valore del tempo che, al di là del suo intricato alternarsi attraverso gli anni in cui si sviluppa la storia, diventa la sola ed efficace cura per ricomporre i tanti frammenti dello specchio rotto della famiglia. La cura, infatti, è da sempre legata al tempo, un medico che offre il proprio tempo al paziente lo sta curando, le ferite si rimarginano con il trascorrere del tempo, il tempo permette di rigenerare i tessuti, anche quelli dei sentimenti, delle nostre mappe emozionali. E questo, l’esordiente Amira Dridi, lo sa bene e lo ha saputo mostrare con efficace stile narrativo, semplice e complesso al contempo, in questo suo primo e affascinante romanzo.


Rispondi