La spesa che crea relazioni

Scegliere un Gas, una cooperativa di consumo, un produttore locale o un’altra forma di acquisto collettivo e solidale non è soltanto decidere dove fare la spesa, ma scegliere quale sistema vogliamo sostenere. Una scelta politica nel significato più semplice e, forse, più concreto della parola: scegliere che tipo di società, di economia, di rapporto con la terra e di relazioni tra le persone vogliamo contribuire a costruire

di Ilaria Gamberini, consigliera di Quartiere Porto-Saragozza


Ho conosciuto il mondo degli acquisti solidali grazie a Cristina, una donna meravigliosa. Insieme abbiamo iniziato a studiare un po’, a porci domande, a capire come funzionassero i Gruppi di Acquisto Solidale. Poi, a un certo punto, abbiamo deciso di aprire un Gas nella scuola dell’infanzia che allora frequentavano i nostri figli.

Raccontata così può sembrare una cosa piccola: alcune persone che decidono di fare la spesa insieme. Per me è stata anche la scoperta di un altro modo di stare in relazione con le persone, ma soprattutto con chi coltiva, produce e lavora per portare il cibo sulle nostre tavole.

Gas significa Gruppo di Acquisto Solidale. Le persone che ne fanno parte scelgono insieme da chi acquistare, raccolgono gli ordini e si organizzano per ricevere e distribuire i prodotti. Ogni gruppo ha le proprie modalità. Quello che li accomuna è il desiderio di guardare oltre il prezzo: chiedersi come è stato fatto un prodotto, da chi, in quali condizioni e con quale impatto sull’ambiente.

Il primo Gas italiano nasce nel 1994 a Fidenza, in provincia di Parma. Nel 1997 nasce una rete nazionale per mettere in contatto i gruppi, far circolare informazioni sui produttori e condividere esperienze. Nello stesso anno prende vita anche il primo gruppo di acquisto solidale di Bologna.

Da allora sono nate realtà diverse, accomunate da un’idea semplice: le scelte che facciamo ogni giorno possono diventare scelte collettive. A Bologna e nel territorio metropolitano esistono diversi Gruppi di Acquisto Solidale, ma manca un censimento pubblico aggiornato che dica quanti siano e quante persone acquistino attraverso di loro.

Accanto ai Gas è nata anche Camilla, un emporio cooperativo autogestito (qui) che ha preso forma dall’esperienza del Gas Alchemilla: nel settembre 2025 contava quasi 600 persone socie. Sono modelli diversi, accomunati dall’idea che fare la spesa possa diventare una scelta condivisa.

La parola più importante, però, non è acquisto. È solidale.

Non si tratta di unirsi per strappare a un produttore il prezzo più basso. Si tratta di cercare un prezzo giusto, che riconosca il suo lavoro e sia sostenibile per chi compra. E, quando è possibile, di costruire un rapporto diretto: potersi parlare, fare domande, conoscere le difficoltà di una stagione e capire le scelte che stanno dietro a ciò che mangiamo.

Sostenere chi coltiva significa anche questo: permettere a un’azienda agricola di programmare il proprio lavoro, riconoscere il tempo e la cura necessari per produrre cibo, non chiedere che assorba da sola ogni costo pur di restare sul mercato. La filiera corta può offrire ai produttori maggiori opportunità e una quota più equa del valore di ciò che vendono.

Ma significa anche cominciare a domandarci quale agricoltura stiamo sostenendo.

Perché non tutta l’agricoltura è uguale.

Esiste un’agricoltura sempre più esposta al potere delle grandi multinazionali, alle pressioni dei mercati e a logiche industriali e commerciali che finiscono per trattare il cibo come una commodity, alla stregua di un metallo o di una fonte di energia. Un sistema nel quale il valore di ciò che viene prodotto rischia di essere misurato soprattutto attraverso quantità, prezzi e capacità di competere sul mercato.

Anche le politiche pubbliche, a partire dalla Politica Agricola Comune europea, devono essere interrogate su quale modello produttivo finiscano concretamente per sostenere. Perché se il risultato è un’agricoltura che produce sempre di più, impoverendo però la fertilità dei terreni e la biodiversità, allora dobbiamo avere il coraggio di dire che non è questa l’agricoltura di cui abbiamo bisogno.

È una contraddizione che possiamo vedere anche vicino a noi, in Pianura Padana, una delle aree agricole più produttive d’Europa. Una parte importante delle coltivazioni è destinata non direttamente all’alimentazione delle persone, ma alle filiere zootecniche ed energetiche: granella per gli allevamenti intensivi e biomasse destinate alla produzione di energia.

E allora la domanda torna: che cosa stiamo producendo, per chi e a quale costo?

Costo economico, certo. Ma anche ambientale, sociale e sanitario.

Perché poi c’è la nostra salute. E credo che su questo dovremmo iniziare a essere molto più esigenti.

Si dice spesso che siamo quello che mangiamo. Ma il punto non è soltanto scegliere una dieta varia ed equilibrata. Il cibo non è un oggetto qualsiasi: entra ogni giorno nel nostro corpo. Per questo dovremmo avere il diritto di sapere da dove arriva, come è stato prodotto, quanti passaggi ha attraversato e quanto possiamo fidarci di ciò che leggiamo sull’etichetta.

Più una filiera diventa lunga e complessa, più aumentano i passaggi e diventa difficile per chi compra conoscere davvero la storia di quello che sta acquistando. Accorciare la filiera significa invece ridurre le distanze, aumentare la tracciabilità e rendere più semplice capire da dove arriva un prodotto e chi ne è responsabile.

Poi c’è una domanda che non voglio lasciare fuori da questo racconto: quanto costa?

Viviamo un momento in cui molte persone fanno fatica ad arrivare a fine mese. Parlare di scelte alimentari senza fare i conti con il prezzo della spesa rischia di suonare distante dalla vita reale, persino pretenzioso.

Sarebbe sbagliato presentare un Gas come una risposta semplice a questa difficoltà, o dire che ogni prodotto acquistato in questo modo costi necessariamente meno che altrove.

L’acquisto collettivo, però, può creare possibilità che individualmente non avremmo: organizzare gli ordini, ridurre alcuni passaggi, condividere informazioni, confrontare qualità e prezzi. Capire quando conviene davvero, per quali prodotti e con quanto impegno da parte delle persone è una domanda che vale la pena fare ai gruppi, senza risposte già pronte.

Il punto, per me, è provare a tenere insieme due esigenze entrambe legittime: la dignità di chi produce e la possibilità per tutte e tutti di accedere a cibo buono, sicuro e di qualità.

E il cibo è soltanto una parte di questo mondo. Esistono comunità solari che organizzano forme di condivisione dell’energia e realtà che promuovono acquisti collettivi anche per altri beni. Sono esperienze diverse, ma partono da una domanda comune: davanti a costi che pesano sempre di più sulle persone, che cosa possiamo fare insieme che individualmente sarebbe più difficile?

Viviamo immersi anche in un invito continuo a comprare: di più, più in fretta, a qualsiasi ora, spesso senza avere il tempo di chiederci da dove arrivi quello che mettiamo nel carrello.

Un Gas propone qualcosa di molto semplice: fermarsi, organizzarsi con altre persone, acquistare ciò che serve e capire che cosa stiamo sostenendo attraverso quella scelta.

È una possibile alternativa all’iperconsumo, fatta di decisioni quotidiane e relazioni che durano.

Chi compra smette di essere soltanto un cliente. Chi produce smette di essere un nome su un’etichetta. Si crea fiducia, ma anche responsabilità reciproca. Perché conoscere una persona significa poterle chiedere conto del suo lavoro; significa anche ascoltare la sua risposta, invece di pretendere che tutto sia sempre disponibile, perfetto e al minor prezzo possibile.

Vorrei partire da qui per raccontare le esperienze che esistono nel nostro territorio: come funzionano, chi le anima, chi produce, quali difficoltà incontra e come ci si può avvicinare.

Perché alla fine è questo che mi interessa dei Gas.

Non l’idea che esista un modo perfetto di fare la spesa, né che ciascuno di noi possa risolvere con le proprie scelte individuali problemi enormi come la crisi dell’agricoltura, la perdita di biodiversità, lo sfruttamento del lavoro o l’accesso a un cibo sano e sicuro.

Mi interessa invece l’idea che possiamo tornare a farci delle domande.

Da dove arriva quello che mangiamo? Chi lo ha prodotto? Quanto è stato pagato? Quanti chilometri e quanti passaggi ha fatto prima di arrivare fino a noi? Che tipo di agricoltura stiamo sostenendo? E quanto sappiamo davvero di ciò che mettiamo ogni giorno sulla nostra tavola?

Domande semplici, che però cambiano il modo in cui guardiamo una bottiglia di passata, un chilo di farina, una cassetta di verdura.

Per questo scegliere un Gas, una cooperativa di consumo, un produttore locale o un’altra forma di acquisto collettivo e solidale non è soltanto decidere dove fare la spesa.

È decidere, almeno un po’, quale sistema vogliamo sostenere.

E allora sì: anche fare la spesa può essere una scelta politica.

Non nel senso dell’appartenenza a un partito. Ma nel significato più semplice e, forse, più concreto della parola politica: scegliere che tipo di società, di economia, di rapporto con la terra e di relazioni tra le persone vogliamo contribuire a costruire.

Una spesa alla volta.


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