Se non si possono copiare le economie, si può però prendere in prestito dalla città olandese una propensione all’innovazione e all’implementazione di tutta la comunità cittadina, che parte da una laica e lucida visione di problemi e opportunità da affrontare evitando il “si è sempre fatto così”, senza paura di sperimentare e disponendosi ad aggiustare il tiro per successive approssimazioni
di Pierluigi Molteni, architetto
Negli ultimi anni Rotterdam ha messo a segno una vera e propria rivoluzione urbanistica, diventando un punto di riferimento dell’innovazione europea. Mentre la vicina Amsterdam soccombe al turismo di massa, Rotterdam si è affermata come capitale degli affari, degli investimenti e della cultura contemporanea.
L’ho visitata unendo l’occhio del turista a quello del professionista, partecipando a Utopian Hours, un festival che raccoglie le migliori pratiche internazionali di innovazione urbana mettendole a confronto e in dialogo con la visione degli amministratori locali. Generalmente con base a Torino, per il suo decennale Utopian Hours è stato inviato dalla municipalità di Rotterdam per un’edizione speciale e quindi è stato per me un modo di vedere anche cosa sta dietro le quinte delle sue trasformazioni.
Fatta la doverosa premessa sulle differenti dimensioni ed economie, tra le prime cose che saltano agli occhi come buone pratiche da “rubare” per la nostra città è la convinta (e storica) intermodalità tra la bicicletta e il mezzo pubblico, aspetto peraltro evidente in tutta l’Europa del nord. Ogni stazione ferroviaria o fermata metropolitana rotterdamese ospita aree e depositi per biciclette sicuri, perfettamente funzionali e integrati. In Italia facciamo ancora fatica a strutturare l’interscambio in maniera così capillare ma soprattutto attenta a chi deve effettivamente utilizzare il servizio. Sarebbe ad esempio una bella occasione da non perdere nella ristrutturazione in corso all’Autostazione (data per persa la Stazione Ferroviaria dove, nonostante lo spazio a disposizione, l’attenzione sembra essere solo per le superfici commerciali che si possono mettere facilmente a reddito).
Un altro aspetto caratterizzante è rappresentato dall’offerta museale, che riesce a stare sulla contemporaneità in maniera efficace e intelligente, evitando la retorica e costruendo offerte di qualità e al tempo stesso attrattive. Il recentissimo Museo della Migrazione (Fenix), progettato dallo studio MAD riutilizzando un vecchio magazzino portuale, prende di petto il tema a partire dal piano terra con una toccante ed efficace installazione composta da centinaia di valige, di tutte le forme ed epoche, appartenute a chi da Rotterdam è partito o qui è arrivato.


Il messaggio, forte e chiaro, è che tutti siamo stati, siamo e potremmo essere migranti. Far toccare con mano – in maniera non noiosamente didascalica ma potentemente evocativa – cosa vuol dire esserlo è il modo più efficace per rendere la condizione indelebile nella mente, specie dei più giovani. Una spettacolare scala a spirale in acciaio specchiante rappresenta poi simbolicamente l’intreccio dei popoli che i processi migratori innescano. La collezione propone opere di artisti di altissimo livello legati al tema dell’esodo: nessun “buonismo” ma la dimostrazione che il “meticciamento” è il motore di ogni innovazione culturale.

Anche il Nieuwe Instituut, dedicato ad architettura, design e cultura digitale, è – come tutti i musei dovrebbero oggi essere – un vero e proprio hub di produzione e ricerca. Al suo interno non si “celebra”: non è costruito per il consenso ma per aprire prospettive. Quando l’ho visitato era in corso la mostra “FUNGI: Anarchist designers”, che aveva per oggetto le reti miceliari e il loro valore di infrastruttura vivente di comunicazione e connessione. L’idea su cui si basa il museo è allargare lo sguardo e proporre nuovi punti di vista per innovare le discipline della progettazione.
Un parallelo con la nostra realtà cittadina, dove non esistono spazi di questo tipo, è la destinazione dell’ultimo piano di questo edificio, dedicato ad attività laboratoriali per i più piccoli. Non un “museo dei bambini” (nome che crea equivoci a non finire perché legato al ruolo ottocentesco di conservazione e non a quello contemporaneo di centri attivi di produzione culturale), ma una struttura pensata per essere vivibile anche con meteo estremo (la normalità del futuro) e dove accogliere i più piccoli per produrre sapere e competenze. E farlo dentro un’architettura vocata alla produzione di conoscenza è un enorme valore aggiunto a vantaggio dei diversi pubblici (quello degli specialisti e quello dei bambini). Incuriosisce infine il giardino che circonda l’edificio: anti-decorativo, lasciato crescere in modo quasi selvaggio, funziona come un vero e proprio laboratorio pedagogico (ma senza la noia dell’assertività) che mostra cosa accade quando si lascia fare alla natura.


Accanto, il nuovo Depot del Museum Boijmans Van Beuningen rende visitabili gli archivi normalmente celati al pubblico, rompendo la sacralità polverosa del museo tradizionale e creando continue nuove relazioni tra le opere che, non essendo collocate secondo la logica rigida e definitiva della sala espositiva, sono continuamente riaccostate e riaccostabili in maniera differente. Che è poi la modalità con cui funziona il cervello umano, che riassembla continuamente esperienze e nozioni, anche lontane tra loro, per trovare nuove visioni e soluzioni. Il Depot è un luogo dove tornare abitualmente, perché le connessioni che crea sono sostanzialmente infinite.
Se pensiamo alla fissità delle nostre collezioni civiche, qui c’è tanto da prendere a modello. Ovviamente stiamo parlando di una municipalità che può investire pesantemente nel proprio sistema museale, ma lo fa in un’ottica di profonda innovazione dell’esperienza e di ripensamento del senso e del ruolo delle istituzioni.


Se non si possono, ahimè, copiare le economie, si può però prendere in prestito (e farlo crescere e adottarlo come metodo e approccio permanente) una propensione all’innovazione e all’implementazione (non solo di chi governa i processi ma di tutta la comunità cittadina) che parte da una laica e lucida visione di problemi e opportunità da affrontare evitando il “si è sempre fatto così”, senza paura di sperimentare e disposti (tutti) ad aggiustare il tiro per successive approssimazioni.
Che è poi l’unico modo di produrre comunità vive che lavorino insieme su obiettivi a lungo termine.

