Mentre l’elicottero delle forze dell’ordine continuava a sorvolare la città per controllare che nulla accadesse nella pacifica manifestazione a favore della Palestina, il giornalista ormai ex “Report” riempiva il teatro di via Cartolerie con il suo “Diario di un Trapezista”, svelando il volto di una democrazia anestetizzata, incapace di indignarsi di fronte alle guerre e all’asservimento del servizio pubblico. Siamo davvero più interessati a chi frequenta un giornalista piuttosto che alle cose che racconta?
di Andrea Femia, digital strategist cB
Bologna, un normalissimo sabato sera d’ottobre. L’elicottero della polizia fonde il suo battito metallico ossessivo con il brusio delle strade. Si avverte nitidamente il rimbombo all’altezza di piazza XX settembre, e già lungo l’asse di via Indipendenza si contano diversi blocchi delle forze dell’ordine.
Volgeva al termine una giornata di mobilitazione per la Palestina, un fiume umano di rabbia e solidarietà che ha attraversato l’intera penisola. Di rientro dalla stazione, sui telefoni arrivavano le immagini da Napoli, la città nella quale stavo fino a pochissime ore prima: una gigantesca sala pienissima per ascoltare Greta Thunberg e Francesca Albanese. A circa due chilometri dai cordoni di polizia, il Duse era pronto a ospitare la tappa del tour teatrale di Sigfrido Ranucci, “Diario di un Trapezista”, il titolo dello spettacolo ispirato alla condizione del giornalista d’inchiesta in Italia. Ranucci, volto e anima di “Report” dopo Milena Gabanelli, ha raccontato la sua storia segnata da numerosi tentativi di essere ridimensionato nel suo ruolo, messo da parte, minacciato dalla criminalità organizzata e dai poteri politici e finanziari.
Occorre uno sforzo di grossa calibrazione degli obiettivi quando si guarda Ranucci parlare di sé. Il punto è molto semplice: il personaggio è certamente capace di polarizzazione molto forte, spinta anche da un meccanismo troppo spesso autoincensante. Può questa cosa generare delle antipatie? Certamente sì. Così come, guardando altrove sempre nella sua sfera personale, può destare dei giudizi negativi la sua oramai famosissima amicizia con Lavitola? Sì.
Ma come dovrebbe essere ragionevole che tutto questo debba oscurare la cosa più importante quando si parla dell’ormai ex conduttore di Report?
Un giornalista capace di inchieste coraggiose, malvisto da una grossa fetta dell’establishment, se vorrete perdonare l’uso di un termine che può ammiccare al populismo; con ogni evidenza mediaticamente massacrato proprio, principalmente, dai suoi colleghi giornalisti che gli hanno dedicato migliaia di articoli, spesso scritti con l’intento di affossarne la credibilità. Un giornalista, per giunta, vittima di un attentato che, proprio perché organizzato da quello che lui riteneva essere un suo amico, fa capire che razza di vita poco invidiabile possa vivere chi abita il proprio mestiere con il coraggio di rimanere completamente soli.
Tornando alle manifestazioni del pomeriggio, il punto di contatto più profondo tra la piazza e la serata al Duse risiede nella memoria storica dei crimini di guerra. Nel suo monologo Ranucci ha rievocato una delle inchieste più rilevanti della sua carriera, realizzata per Rainews24: “Fallujah. La strage nascosta”. Lì svelò al mondo che durante l’assedio americano della città irachena del novembre 2004, l’esercito statunitense aveva impiegato il fosforo bianco sulla popolazione civile.
Il fosforo bianco è un agente chimico devastante. Scioglie la carne umana fino ad arrivare alle ossa, lasciando i vestiti intatti e liquefacendo i tessuti interni. L’inchiesta smentì le menzogne del Pentagono e fece il giro del pianeta. Oggi, le stesse armi al fosforo vengono impiegate a Gaza e in Libano dall’esercito israeliano, nell’assordante indifferenza della diplomazia occidentale e di una grossissima fetta dei giornali nostrani.
La società contemporanea soffre di un meccanismo di inibizione che si evidenzia di fronte alla grandezza delle tragedie. Banalmente, ci stiamo abituando a tutto. Ci abituiamo ai 300 giornalisti uccisi a Gaza durante il conflitto, ci abituiamo ai magistrati isolati, ci abituiamo ai tagli all’informazione pubblica, ci abituiamo persino a vedere immagini di un genocidio compiuto sugli schermi dei nostri smartphone tra una pubblicità e l’altra, senza che questo provochi più uno scatto d’indignazione indebolito dalle grasse risate per l’ennesimo reel idiota immediatamente successivo.
Sarebbe bello vivere in un Paese, o comunque in un mondo, in cui davanti a un giornalista fatto fuori senza bisogno di goffi editti bulgari, ma con un lento logorio della sua credibilità, le persone non abbiano dubbi sulla parte da prendere, piuttosto che soffermarsi su stupidi dettagli di gossip in purezza, tanto cari alle persone progressiste, sempre alla ricerca di un arianesimo della purezza individuale, per arrivare al superuomo superpuro.
Per quale assurdo motivo dovremmo sovrapporre l’attività giornalistica di Ranucci con il suo andare a cena con Lavitola, senza considerare quanto questa cosa lo abbia solo ed esclusivamente danneggiato? Perché giudichiamo l’uomo invece di prendere in considerazione esclusivamente il giornalista? Sono domande chiaramente prive di risposte che non siano deprimenti, quindi teniamo in alto i cuori, augurandoci ottimisticamente che tutto questo non si traduca in una pletora di giovani giornalisti ambiziosi di essere sempre più vicini alle stanze dei bottoni piuttosto che cercare di capire e raccontare cosa avviene in quelle stanze.


Se la fiducia e’ mal riposta , il problema sara’ la Verita’,