Si può ben criticare Piantedosi per il comportamento delle forze dell’ordine nel corso delle manifestazioni delle ultime settimane. E si può (si deve) criticare la destra per le risposte che il governo (non) ha dato in questi quattro anni al disagio sociale. Ma non ci si chiami fuori, come fa Coalizione Civica, sulle politiche comunali, sull’abbandono delle zone più critiche della città, sulle conseguenze delle scelte che sono state fatte anche a livello locale
di Pier Giorgio Ardeni, economista
Nell’articolo uscito lunedì a firma di Coalizione Civica per Bologna (qui), si afferma che «la responsabilità di quello che è successo a Bologna e nelle altre città italiane non può che essere in capo al governo e al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi». «La pressione sociale che è esplosa sabato – continua l’articolo – qualcuno l’ha costruita. Da anni la risposta della destra al governo al disagio sociale non è una casa in più, è un reato in più». «Si lasciano correre gli affitti, si tagliano i servizi e il welfare, si stringe il cappio sulla scuola pubblica, si continuano a negare i diritti di cittadinanza a migliaia di giovani, si alimenta il razzismo e l’odio». E ancora: «Allora le domande le facciamo noi, a chi governa a Roma: quale misura avete messo in campo per abbassare un affitto? Quanti alloggi pubblici avete finanziato? Quanto avete investito in scuola e servizi di quartiere? Finché l’unica risposta a una generazione senza casa e senza tutele sarà una cella in più, quella pressione continuerà a salire. E non l’avrà creata Bologna».
Tutte domande giuste, che io però rivolgerei anche all’Amministrazione comunale, che ci ha messo del suo, perché non ha propriamente saputo rispondere, per quanto poteva competerle, a quelle domande. Tutta colpa del governo, dunque? Nelle dinamiche sociali ed economiche un’Amministrazione comunale non può fare nulla?
L’Amministrazione comunale, in questi anni, qualcosa ha fatto, non c’è dubbio. Ha promosso interventi e messo a bilancio finanziamenti nell’area della progettazione scolastica, sanitaria e anche sociale. Il Sest (Servizio Educativo Scolastico Territoriale) è presente in ognuno dei sei Quartieri di Bologna e si occupa della progettazione e promozione di iniziative di supporto per infanzia e adolescenza in rete con le scuole. L’edilizia scolastica ha visto interventi di riqualificazione e nuove costruzioni sul territorio (come le nuove Scuole Federzoni in Bolognina). L’Azienda Usl di Bologna si è impegnata nello sviluppo territoriale di nuove infrastrutture, come le Case della Comunità e gli ospedali di comunità finanziati nell’ambito dei piani regionali e del Pnrr. A Bologna, il Comune ha favorito la costituzione di sei Empori solidali (Case Zanardi), punti di distribuzione gratuita di beni alimentari e prodotti per la cura della persona e della casa dedicati a famiglie e persone in situazioni di fragilità economica o sociale, oltre a un emporio di comunità autogestito.
Tuttavia in città, come mostrano vari indicatori, siamo in presenza di una condizione giovanile e sociale complessiva delle famiglie particolarmente critica, soprattutto in alcune zone, a cui gli interventi menzionati non hanno (ancora) saputo dare una risposta. E, soprattutto, alla quale hanno contribuito altri fattori, in cui l’azione dell’Amministrazione non è stata indifferente, come le dinamiche del mercato immobiliare e quelle dell’economia, trainate da settori come quello turistico o delle infrastrutture tecnologiche (come l’area Tek), in cui il peso dell’indirizzo dato dal Comune non è stato di poco conto.
Iniziamo dal dato demografico. La presenza di residenti stranieri, che è stata in crescita fino al 2014, si è stabilizzata attorno al 15,7% (sono più di 62mila). In diverse zone, però, la loro quota supera il 20% e in alcune aree arriva a superare il 25% (all’ex mercato ortofrutticolo, al Caab, al Mulino del Gomito e al Pilastro si avvicinano o superano il 40%). Gli indici di integrazione territoriale, a questo riguardo, rilevano una bassa integrazione nella maggior parte delle zone fuori dal centro storico e sono molto alti a Borgo Panigale, San Donato e San Vitale.
Gli stranieri, poi, sono quelli che più soffrono una condizione economica difficile, spesso occupati in lavori dequalificati e a bassa remunerazione. Il reddito mediano dichiarato tra i contribuenti residenti a Bologna per il 2024 è di € 26.105 per gli italiani, contro i € 13.460 per gli stranieri. Il tasso di occupazione cittadino è del 71,3% per gli italiani e del 61,8% per gli stranieri. Nei quartieri, il reddito mediano degli stranieri va da un minimo di € 11.984 a Santo Stefano Centro Storico a un massimo di € 14.950 a Borgo Panigale. Il loro tasso di occupazione, invece, varia tra un minimo di San Donato-San Vitale (59,8%) a un massimo di Savena (63,9%). Gli stranieri, quindi, sono i più poveri.
I giovani. Tra le città metropolitane, Bologna ha una delle quote più basse di popolazione sotto i 24 anni, il 19,9%. La quota di popolazione in età tra 15 e 29 anni, invece, si attesta al 14.6%. I giovanissimi sono una quota sostanzialmente stabile mentre i giovani sono in aumento. La percentuale di persone non attive che si dichiarano studenti è del 17,8% (più di Torino, Milano e Venezia ma inferiore a quella di molte altre città).
Tuttavia, sono gli indicatori di fragilità sociale ed economica che preoccupano perché vi sono zone, all’interno dei quartieri, dove questi presentano i valori più eclatanti (i dati sulle aree statistiche provengono dallo studio Indice di Disagio Socio-Economico, pubblicato dall’ufficio statistico della Città metropolitana).
La percentuale di individui in famiglie in cui nessun membro è occupato o ha una pensione supera il 14% in Irnerio e Cirenaica, come in varie città del Sud Italia. In città è dell’8%. La percentuale di individui in famiglie a basso reddito equivalente (ovvero sotto il 60% del livello mediano, cioè “poveri”) è del 15%. Vi sono città del Sud dove supera il 30% (Catania è al 41,7%). In varie zone di Bologna, le percentuali sono simili, come al Battiferro (37,1%), Savena Ponticella (32,5%), Pilastro e Bolognina.
La percentuale di individui di 25-64 anni con occupazione non stabile o precaria è più bassa (15,2%) di varie città del Sud (Reggio Calabria è al top con il 18,8%). Ma ci sono aree dove è ben superiore, come Irnerio (24,7%), Cirenaica, Pilastro, Piazza dell’Unità, Battiferro.
A Bologna, la quota di individui con basso livello di istruzione è al 19,9%, mentre in alcune città del Sud supera il 40%. Vi sono aree in città, però, dove i valori superano il 40%, come il Pilastro (49,3%), il Villaggio della Barca, la Croce del Biacco, Savena Cavedone, Battiferro, il Mulino del Gomito, tutte in periferia.
I Neet sono il 16,6% (contro il più del 28% in alcune città del Sud). Vi sono però diverse aree in città dove i valori sono simili a quelli del Sud Italia o superiori. Al top ci sono il Pilastro, il Savena Cavedone e la Croce del Biacco: 35,1%, 29,6% e 26,1%, rispettivamente.
La percentuale di studenti che abbandonano la scuola o ripetono l’anno (8,2%) è invece tra le più alte (Napoli, al top, è al 9,8%). E vi sono ben dodici aree a Bologna dove questa percentuale è superiore al 12,4% (con il Pilastro in cima al 19,9%). Le aree con maggiore intensità di “disagio educativo” sono tutte in periferia.
In sostanza, come questi dati mostrano, a Bologna vi è una fragilità sociale diffusa, particolarmente in alcune aree, che colpisce sia la popolazione straniera sia quella più giovane. Cosa ha fatto l’Amministrazione comunale a proposito in quelle aree? Gli interventi sopra menzionati hanno inciso su un quadro che presenta criticità notevoli in aree specifiche (per lo più periferiche)? Le periferie soffrono e, forse, è lì che covano risentimento e marginalità.
Questo quadro è confermato, peraltro, dai dati sui redditi. La distribuzione del reddito dichiarato per fasce, infatti, presenta una situazione che appare sconfortante. A Bologna, il 26.5% dei dichiaranti ha un reddito inferiore ai 15mila euro lordi annui (con un magro reddito medio di € 6,953 a testa) e il 24.1% ne ha uno tra i 15 e i 26mila euro (con un reddito medio di € 20,920). Ciò significa che il 50.5% – ovvero più della metà dei bolognesi – ha un reddito inferiore a 26mila euro l’anno: una cifra davvero preoccupante, trattandosi di reddito lordo. Per contro, appena il 37% dei contribuenti appartiene alla classe media dei redditi (tra 26 e 55mila euro lordi).
Negli anni, i percettori di redditi bassi e medio-bassi sono diminuiti (da 184mila che erano nel 2020 ai 153mila del 2024) mentre sono aumentati quelli con redditi medi (da 86mila a 113mila). Questo processo è stato spinto da due fattori: il mutare dell’economia e le dinamiche abitative, dovute ai cambiamenti del mercato immobiliare. In città sono aumentate le attività terziarie (imprese immobiliari e di consulenza, servizi alle imprese, studi professionali) e sono diminuite quelle manifatturiere e artigianali. Sono aumentate le società di capitale, sono calate le imprese unidimensionali. Sono aumentate le professioni ad alto reddito e qualificate, sono diminuite quelle meno qualificate. Le quali, però, rappresentano ancora la grossa parte delle occupazioni, in città. Il problema, però, è che grande parte della manodopera meno qualificata ha un lavoro precario e non stabile (e i dati mostrati sopra ne sono una testimonianza).
Il mercato immobiliare ha fatto la sua parte, seguendo queste tendenze dell’economia, finendo per espellere parte della popolazione: in cinque anni se ne sono andati da Bologna in 65mila, ne sono arrivati 76mila, con un turn-over spinto dal modificarsi dell’economia e dal mercato immobiliare. La domanda di alloggi, infatti, si è accentuata, a fronte di prezzi in aumento, affitti in aumento e un’offerta che è stata in parte riservata agli affitti brevi. Chi ha più sofferto queste tendenze? I ceti meno abbienti, schiacciati tra una condizione occupazionale penalizzante, salari bassi e prezzi delle abitazioni in aumento. Ceti che oggi sono sempre più esclusi e marginalizzati.
Di tutto ciò, peraltro, hanno sofferto direttamente e indirettamente i più giovani. I dati sui Neet, sull’abbandono scolastico, sui livelli di istruzione e finanche sull’integrazione mostrano che sono loro ad avere più subito queste tendenze, sia come individui sia come “figli”.
Ci sono due aspetti, quindi, che vanno considerati nel prendere posizione sui fatti recenti, le manifestazioni e le violenze, perché sono entrambi fondamentali e si intrecciano. Da un lato, i giovani bolognesi – italiani e stranieri – giustamente protestano per un sistema scolastico che non li aiuta, per un quadro occupazionale mortificante, per la “desertificazione” delle periferie – l’assenza dei servizi, dall’assistenza allo svago, l’assenza di luoghi, la gentrificazione che penalizza le famiglie meno abbienti – e non solo. A loro «non manca il futuro», ma il loro stesso presente. Dall’altro lato, la violenza che si manifesta non è che il termometro di una malattia più profonda, che si riflette nei dati sul consumo di droghe, sull’uso di armi non da fuoco, sulla micro-criminalità, che denota condizioni di marginalità che andrebbero prese di petto alla radice, non solo condannate. La marginalità è il risultato dell’esclusione, della ghettizzazione, dell’assenza di opportunità.
Si può ben criticare Piantedosi per il comportamento delle forze dell’ordine. E si può (si deve) criticare la destra per le risposte che il governo (non) ha dato in questi quattro anni al disagio sociale. Ma non ci si chiami fuori, come fa Coalizione Civica, sulle politiche comunali, sull’abbandono delle zone più critiche della città, sulle conseguenze delle scelte che sono state fatte. Si difendono «gli spazi sociali in città». Bene, tutto bene. Ma di quali spazi si parla? Non saranno mica Vicolo Bolognetti o il Tpo? Tutte le zone ad alta fragilità sociale menzionate sopra non hanno uno spazio che sia uno che serva a ciò che si dice devono servire. L’avere reso Bologna “attrattiva”, proprio come Milano o altre città, ha voluto solo dire attrarre i capitali, che altro non guardano se non al profitto, con la conseguenza di promuovere un mercato immobiliare per i redditi più alti. E se oggi la casa a Bologna è “cosa per ricchi”, come la vulgata ormai narra, non è perché “era inevitabile”: ci si è affidati al mercato, si sono “rigenerate” aree, “valorizzandole”, sì, ma ci si è dimenticati di quelli che lì non ci sarebbero mai potuti andare. Pensando di andar incontro ai loro bisogni proponendogli (no, imponendogli) niente po’ po’ di meno che un museo per i bambini e le bambine che, quello sì cambierà la loro condizione.
Più in generale, un’Amministrazione comunale dovrebbe indirizzare, governare l’economia cittadina, con le sue politiche e le sue aziende partecipate, non farsi governare.
Ai giovani, ai marginalizzati, ai ceti meno abbienti oggi non serve né la retorica dell’inclusione né il linguaggio della “rigenerazione” possibilmente “sostenibile” e del vivere “green”. Serve un presente che renda migliore il loro stato per sentirsi parte del mondo, non un futuro, che chissà quando arriverà chissà come sarà. Cui tutti devono contribuire, a partire da chi governa la città.
Photo credits: Ansa.it


Analisi lucida quanto spietata. Dati da tenere presenti al momento delle prossime elezioni, soprattutto quando qualcuno tenterà di metterli…sotto il tram.
vuoto cosmico!!!!… ecco la realtà dei fatti, pronto per le interviste TVa gettone….. siamo soli come canticchiava il cantore.Malessere sociale e un pochino di invidia sociale gli ingredienti necessari per essere considerati nemici dell’ ordine costituito.?????il dato di fatto è che si è sedimentato ormai da più di un ventennio una condizione stagnante , in più una economia di guerra ed il conto è da saldare
Difficile non essere d’accordo. Ho sempre lamentato come, anche a Bologna, le periferie fossero troppo lontane dal centro, non solo in termini spaziali. Da anni vedendo la realtà, qui così bene (e impietosamente) descritta mi chiedevo, non “se”, ma quando. Durante il Covid, per fare un esempio, pensavo a come la DAD (la scuola a distanza) potesse essere diversamente vissuta dai ragazzi che seguivano le lezioni in case sovraffollate e con scarsi strumenti, rispetto ai compagni che la “frequetavano” ognuno dalla propria confortevole cameretta. Certo delle cose ne sono state fatte, ma evidentemente poche e inadeguate. C’è ancora tempo? Non so rispondere, mentre prevedo la situazione peggiorare. Penso alle zone popolari ormai abitate quasi esclusivamente da famiglie con un retro terra migratorio, a quale integrazione sia possibile.