Dieci classi, 250 studenti e studentesse delle scuole medie e una certezza: la realtà dei nostri quartieri è anni luce avanti rispetto alla politica nazionale. Dal dato controintuitivo di chi parla un italiano perfetto ma per la legge non è cittadino, alle “emergenze” completamente inventate gestite a colpi di decreto. La descrizione più onesta possibile di uno dei grandi paradossi del Paese
di Andrea Femia, digital strategist cB
Come Cantiere Bologna abbiamo concluso, insieme al caporedattore Pier Francesco Di Biase, un percorso di educazione digitale rivolto alle scuole medie del nostro territorio. In queste settimane abbiamo incontrato dieci classi, parlando con circa 250 ragazzi e ragazze di 11 anni. Un campione significativo che ci ha restituito una fotografia nitida della Bologna di oggi e dell’abisso che la separa dalle priorità della politica nazionale.
Da questa esperienza è impossibile non mettere in risalto almeno due aspetti. Il primo, visibile a chiunque metta piede in una scuola media bolognese, è che la geografia umana dei nostri quartieri è già avanti anni luce rispetto alla legge. Su circa 250 studenti incontrati, La stragrande maggioranza dei ragazzi con background migratorio parla un italiano impeccabile, senza incertezze o sfumature. Non c’è alcun dubbio sul loro percorso: sono cresciuti qui, le loro amicizie sono qui, i loro punti di riferimento geografici e culturali non vanno oltre le strade del proprio quartiere, avendo una clamorosa contezza della toponomastica cittadina.
Eppure, per qualche strana ragione non del tutto individuabile, per lo Stato italiano questi undicenni non sono cittadini.
È una condizione controintuitiva prima ancora che ingiusta. Essere esclusi dalla cittadinanza formale quando nei fatti si condividono lingua, socialità, studio e quotidianità con i propri coetanei rappresenta un cortocircuito logico e sociale. La realtà dei fati ci dice che queste persone sono già pienamente italiane; la legge che continua ostinatamente a negarlo crea due distorsioni profonde.
La prima è la creazione di una segregazione che gli studenti stessi rifiutano a livello ontologico. Se con l’andare avanti del tempo la differenza dei loro diritti definirà le differenze delle loro possibilità, chi avrà più occasioni di vivere una vita priva di limiti dovrà, per motivi che sfuggono alla sua ontologia, trovare delle ragioni che giustifichino i propri privilegi, finendo per guardare dall’alto verso il basso, anche solo per un istante, una persona che gli è letteralmente al fianco.
L’altra distorsione cambia semplicemente la prospettiva: lo studente che vedrà i propri limiti sentirà di dover fare il doppio della fatica per affermare il sacrosanto principio di essere sullo stesso livello del suo compagno. Questa cosa è irragionevole, ingiusta e totalmente controproducente, oltre a essere distante anni luce dal tempo in cui viviamo.
Tutto questo è sembrato ancora più allucinante vedendolo incastonato nelle più recenti vicende relative alla propaganda nazionalista sulla scuola, il secondo dei due aspetti dei quali è impossibile non parlare. Agli occhi di una qualunque persona che non soffra di disturbi della personalità di chissà quale natura la questione non fa nient’altro che evidenziare la distanza tra le emergenze fabbricate dalla politica e la vita vera delle persone.
Per essere più precisi, di recente il Governo ha riacceso i riflettori normativi su temi come il divieto del burqa, ricorrendo a strumenti legislativi d’urgenza. Bene inteso, qui non si tratta di essere di destra o di sinistra, il tema non è questo, anche perché la proposta dello ius scholae aveva tra i suoi più rilevanti sostenitori Silvio Berlusconi, non esattamente un rinomato bolscevico.
Credo sia del tutto inutile sottolineare che davanti a 250 persone di varia provenienza e cultura, non abbiamo visto un singolo burqa, ma manco per sbaglio, né nelle scuole, né nei giardini antistanti. Direte voi, c’erano comunque altre centinaia di persone delle altre classi. Verissimo. Magari, direte sempre voi, la mosca bianca si poteva incontrare, magari anche solo uno per tenere viva la fiammella della statistica.
E invece no, zero. Nisba. Questa cosa deve essere chiara perché è ragionevole che la politica possa muoversi aumentando a dismisura il peso di talune problematiche per ragioni propagandistiche, sarebbe stupido immaginare un mondo del tutto privo di questi mezzi. Però quando un problema viene inventato di sana pianta viene da chiedersi quale sia il senso di ricorrere alla decretazione d’urgenza, uno strumento che la Costituzione prevede per casi straordinari di necessità, per mettere un freno a fenomeni che nelle nostre scuole semplicemente non esistono, ignorando invece i problemi reali dell’integrazione e del supporto scolastico.
Su 250 ragazzi, solo due non conoscevano la lingua italiana: due studenti arrivati a Bologna letteralmente da una settimana, uno dal Perù e l’altro dal Pakistan, all’inizio del loro percorso di inserimento. Non parliamo di cifre emergenziali o di “invasioni”, ma di singole storie umane che avrebbero solo bisogno di strumenti di mediazione e sostegno dedicati. Perché se c’è un rischio vero è che il loro percorso di inserimento finisca per essere molto più lento di quanto potrebbe essere proprio per le carenze d’organico dedicato.
I percorsi di educazione digitale, svolti grazie all’associazione Aicis che ha guidato un progetto nel quale ha scelto di coinvolgerci, ci hanno mostrato una intera generazione pronta a confrontarsi con la complessità del mondo contemporaneo. Lasciare indietro decine di migliaia di nuovi cittadini che chiedono solo di veder riconosciuto ciò che nei fatti sono già è un abominio contro il quale è assolutamente necessario che la politica ponga rimedio.

L’articolo suscita in me il rimpianto , la frustrazione per il mancato raggiungimento del quorum nei referendum del giugno 2025. Tra i quali quello che puntava all’abbassamento dai 10 ai 5 anni di residenza ininterrotta per l’ottenimento della cittadinanza. Poi c’erano i referendum sul lavoro per il superamento del Jobs Act ma questa è un’altra storia…o forse la stessa. Fatto sta’ che quel 30 per cento di elettori che si presentarono alle urne non rappresentano il 42 per cento degli elettori che oggi compongono l’elettorato del centro sinistra. Allora mi domando, dov’è per lo meno quel 12 per cento di scarto , dov’era quando avemmo la possibilità di mettere le basi per il riconoscimento in prospettiva dello ius soli? Ricomparve miracolosamente per bocciare quest’anno la riforma della giustizia. Questione da adulti. Ma perché non abbiamo voluto farci carico , prima , del riconoscimento dei diritti dei minori ?
Ciao, il “disturbo della personalità” di cui parli una volta si chiamava pazzia, poi schizofrenia e adesso disturbo bipolare maggiore. E’ il rifiuto categorico di accettare, o meglio di venire a patti con la realtà, per cui si inventa ( e qui si vuole perfino imporre, vedi come si parla come se niente fosse di “blitz”, “blindature”, ecc.) una realtà fittizia (vedi alle voci “maranza”, “gender”, supercazzola come fosse antani con scappellamento a destra). E’ ora di rimettere al centro la realtà e partire da essa per impostare politiche e azioni conseguenti. Un caro saluto