L’Anpi ha celebrato, insieme a una vasta rete di associazioni, il quindicenne assassinato dai fascisti dopo un fallito attentato a Mussolini all’angolo tra Rizzoli e Indipendenza. Un’occasione per ricordare che l’anarchico quindicenne fu massacrato ma verosimilmente non fu lui ad attentare al “duce”, che per primo infatti disse che l’assalitore aveva un abito bianco: quel giovinetto non lo aveva. Qualcuno truccò lo scenario per accusare un anarchico innocente? Sarebbe ora anche di mettere la lapide che ricorda l’evento nel posto giusto
di Angelo Rambaldi, “Bologna al Centro-L’Officina delle Idee”
Ho appreso dai media di Bologna una positiva iniziativa, anche se oggettivamente un tantino arretrata per quello che riguarda l’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) e la sinistra politica in generale. Una serie di iniziative per celebrare il centenario del brutale assassinio, per mano fascista, del giovanissimo
Anteo Zamboni, l’anarchico italiano, ritenuto autore di un fallito attentato, il 31 ottobre 1926, contro Benito Mussolini all’angolo tra via Rizzoli e via dell’Indipendenza.
Morì, all’età di 15 anni, linciato dagli squadristi, poco dopo il tentativo fallito di uccidere Mussolini. Il “duce” era a Bologna – nel quarto anniversario della nomina a primo ministro come esito della “marcia su Roma” – per inaugurare il nuovo stadio “Littoriale”. Quello che oggi è conosciuto come “Stadio Dall’Ara”.
Come dovrebbe essere noto (anche io ho scritto tanto su questa storia, tre volte sul Cantiere: qui, qui e qui), il giovinetto fu individuato in maniera opinabile quale esecutore dell’attentato a Mussolini. Molto ci sarebbe da dire, a cominciare dalla prima deposizione che fu data dallo stesso capo del fascismo, una volta giunto nella sua casa romagnola. Disse di aver visto una persona in abito bianco: Anteo Zamboni non aveva affatto un abito bianco.
Questo per dire che, contrariamente a quanto pare venga assunto come assodato dalla stampa nella presentazione dell’iniziativa dell’Anpi, è lecito avere dubbi sulla certezza della colpevolezza di Anteo. È vero che la pistola trovata per colpire Mussolini era risultata di proprietà del fratello del ragazzino. Ma anche questo dettaglio è controverso. Sul punto l’avvocato Roberto Vighi, socialista e uomo coraggioso – sarà nel secondo dopoguerra il presidente della Provincia di Bologna – fu sempre innocentista. Vighi sostenne infatti che la pistola era stata gettata in terra dai veri responsabili dell’attentato a Mussolini, evidentemente sottratta in qualche modo ai Zamboni e utilizzata per indirizzare sulla famiglia anarchica le accuse dell’attentato.
Un paio di lustri fa, dopo un’attenzione modesta della Resistenza verso l’assassinio per linciaggio di Anteo Zamboni – questo merito va riconosciuto a Marco Macciantelli, che era assessore alla cultura in Provincia – finalmente ci fu la promozione di un’iniziativa in tal senso, che vide come protagonista la storica Brunella Dalla Casa, autrice del libro “Attentato al Duce – Le morte storie del caso Zamboni” (Editrice “il Mulino”), a mio giudizio fino a oggi il miglior testo storico sulla vicenda.
Un aspetto che non mi ha mai convinto è quello della lapide posta a ricordo dell’assassinio del giovane Anteo Zamboni per mano fascista. La lapide è esattamente all’angolo opposto del linciaggio. Mi fu risposto che la responsabilità sarebbe stata della proprietà, all’epoca, dell’edificio all’angolo fra via Indipendenza e via Rizzoli dove il fatto accadde, che aveva rifiutato il permesso. A mio parere, a cent’anni dall’evento tragico, sarebbe bene convincere la proprietà ad affiggere la targa dove dovrebbe stare.
Mi sia concessa la citazione di un piccolo fatto personale. Dalle ricerche da me fatte risulta che la pistola, di proprietà del fratello di Anteo, gli era stata venduta da Emo Lenti, cassiere all’Istituto Rizzoli, dove ho passato la mia vita professionale. Emo Lenti fu arrestato pure lui e stette non poco in carcere. Questa storia consente di aggiungere una nota di colore: la moglie di Lenti conosceva una gran dama di Bologna che era amica di donna Rachele, la moglie di Mussolini. Il suo intervento fu positivo: Emo Lenti uscì dal carcere, visto che pure lui colpevole in effetti non era, e tornò a fare il cassiere al Rizzoli.
È ora di fare chiarezza sul linciaggio di Anteo e dare il posto giusto alla lapide che ricorda il tragico evento.
