Sardine: il lievito per una nuova politica

La missione delle Sardine non è diventare un partito, ma essere il lievito della nuova politica. Riflessioni alla vigilia dell’apertura della fase due per il movimento nato a Bologna dall’iniziativa di quattro ragazzi “qualunque”

di Aldo Balzanelli, giornalista


Le Sardine bolognesi hanno fatto un piccolo miracolo: dal giorno di novembre che ha segnato il loro decollo, sono state decine di volte in televisione senza sbagliare mai un colpo (“incidente” con Benetton e Toscani a parte, solo qualche giorno fa). E non è certo scontato per quattro ragazzi senza particolari esperienze pubbliche alle spalle. Non è un compito agevole per nessuno che si trovi catapultato all’improvviso sotto i riflettori dei media: non lasciarsi scappare una castroneria, una frase sbagliata, non cedere all’emozione trovandosi protagonisti nei talk show che si era abituati a seguire dal divano di casa.  O lasciarsi andare all’irritazione di fronte a domande faziose, insinuazioni, cattiverie. Una sola volta ho visto Mattia Santori un po’ in difficoltà: quando di fronte al bombardamento al quale era sottoposto dai direttori dei due giornali di destra, Belpietro e Senaldi, ha risposto farfugliando alla domanda “che posizione avete sulla prescrizione?”.

L’indecisione non era reticenza. Era il segno della difficoltà per le Sardine di transitare verso la fase due. Una difficoltà che ha molto a che fare con quello che il movimento è destinato a essere o a diventare nei prossimi mesi. Santori avrebbe dovuto rispondere: “Io ho una mia posizione, ma le Sardine no, perchè non siamo un partito che deve avere un’opinione e un orientamento unitario su tutto.  Il nostro ruolo è un altro”. La stessa cosa dovrebbe succedere di fronte all’ossessione con la quale viene chiesto alle Sardine di dire per chi votano. È chiaro, e non lo nascondono, che si collocano nella metà del campo del centrosinistra, ma se si fosse fatto un sondaggio nella straordinaria piazza Maggiore del 14 novembre si sarebbe registrato un arcobaleno di posizioni politiche: dall’estrema sinistra ai moderati, dal Pd ai 5 stelle, insieme ai tanti che ormai da anni, non trovando più un punto di riferimento credibile, avevano scelto di disertare le urne. Un arcipelago di posizioni diverse che hanno trovato però nell’appello di Santori&Co l’occasione di ritrovarsi soprattutto per dire no a un modo di intendere la politica.

Le Sardine non sono del tutto un fenomeno inedito. La novità rispetto alle esperienze simili del passato (i girotondi, la Sveglia, a livello locale ecc.) è l’opportunità offerta dalla rete che consente di “restare in contatto” e costruire meccanismi di condivisione e rappresentanza anche senza la compresenza fisica dei partecipanti. L’unica esperienza con la quale confrontarsi sino ad oggi è quella del Movimento 5 stelle e la piattaforma Rousseau, che tuttavia si fa fatica a definire un esempio di trasparenza e reale democrazia partecipata.

La sfida con la quale si trovano a fare i conti le Sardine dunque non è tanto l’omogeneizzazione delle posizioni su questo o quel tema. Mattia Santori e i suoi tre amici hanno conquistato sul campo la titolarità della rappresentanza di Piazza Maggiore e di Piazza 8 agosto, ma ora dovranno produrre un enorme sforzo di fantasia per capire come conservare, e verso dove orientare, la straordinaria energia che è esplosa in questi mesi sull’onda della loro iniziativa. È il nodo che non sono stati capaci di sciogliere i 5 stelle, rimasti schiacciati tra l’essere nati come movimento, ma essere diventati una sorta di partito, soprattutto dopo l’ingresso al governo. I detrattori delle Sardine sottolineano come dopo tre giorni il pesce tende a puzzare. I giorni passano in fretta e per questo il futuro delle Sardine, a cominciare da Bologna dove il movimento è nato, si misurerà rapidamente con la capacità di definire una cultura politica alternativa alla destra, in grado di ricostruire relazioni sociali e politiche, ma anche nuove forme di partecipazione e rappresentanza.

La sinistra che è alla ricerca di un’anima ha più che mai bisogno di un corpo che non riproduca divisioni e distinguo su prescrizione, jobs act o candidature locali, ma che sappia rappresentare il lievito della buona politica.


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