Il Lavoro del futuro in pratica: le professioni del futuro per la Città Metropolitana

La costruzione di un percorso di conoscenze al servizio dei lavoratori, delle imprese e dei policy maker, per il futuro prossimo. In questo e nei successivi tre articoli, l’autore ci porta a riflettere sui cambiamenti in atto nel mondo del lavoro industriale nei prossimi anni nei nostri territori

di Maurizio Morini, esperto di Innovazione Applicata, ricercatore sul Lavoro del Futuro, direttore di DataLab


Rispondere alla domanda su quale futuro del lavoro ci si debba aspettare in Emilia-Romagna e in particolare nel territorio della Città Metropolitana di Bologna è un compito particolarmente complesso. Compito che vede la necessità di intrecciare al contempo la letteratura accademica (spesso generica e preveggente anziché scientifica) con la reportistica delle grandi agenzie internazionali, declinandole in un contesto locale fortemente integrato con l’economia mondiale e al contempo particolarmente afflitto dalle dinamiche legate alla imprevedibilità istituzionale dell’Italia.

Attualmente, ed è la stretta contemporaneità, il pur comprensibile semi-delirio collettivo scatenato dal nuovo virus internazionale mette questo argomento nell’ambito degli scaffali mentali del “si vedrà, abbiamo altre questioni adesso”, e questo non fa bene a nessuno, in quanto la questione sul lavoro prossimo futuro è quanto mai attuale.

In una fase in cui la tecnologia sta causando un rapido cambio della natura stessa del lavoro per come lo conosciamo dal secondo dopoguerra (per non dire dalla prima rivoluzione industriale), tali cambiamenti non si stanno diffondendo in egual misura e con la stessa velocità in ogni territorio (nazione/regione) e in ogni settore. Nonostante ciò è prevedibile che innovazioni industriali drastiche in territori anche molto lontani possano improvvisamente soppiantare una intera tipologia occupazionale stravolgendo sia il mercato dei beni che quello del lavoro.

Secondo il World Economic Forum, ad esempio, entro il 2025 la robotica sostituirà a livello globale oltre 80 milioni di attuali posti di lavoro, ma se ne creeranno circa 130 milioni in nuove professioni. E per governare al meglio le professioni attuali, sarebbero necessario oltre 25 giorni di formazione all’anno, una dimensione estranea all’esperienza della pressoché totalità delle imprese e delle organizzazioni.

In questo contesto si chiede ai lavoratori una sempre maggiore flessibilità, oltre alla capacità di modificare le proprie attitudini e mansioni, a contempo si richiede al sistema produttivo (inteso come stato/regione/imprese) di essere in grado non solo di innovare ma anche di riqualificare i lavoratori.

Troppo spesso infatti, in particolare in Italia, il concetto di flessibilità e la necessità di un aumento di produttività sono coincisi con una precarizzazione dei lavoratori (non riqualificazione ma sostituzione) e una compressione verso il basso dei salari (la produttività del lavoro è il rapporto tra il valore dell’output prodotto per unità di costo, quindi al fine di aumentarla spesso è risultato conveniente ridurre il costo dell’input invece che aumentare la capacità dell’output).

Entrambe le opzioni appena citate, tuttavia, hanno effetti particolarmente negativi nel lungo periodo, non solo perché vanno a comprimere la domanda interna di beni e servizi (rendendo il sistema paese particolarmente esposto alle crisi internazionali), ma soprattutto perché un basso investimento (pubblico e privato) in ricerca e sviluppo nell’epoca dell’economia della conoscenza ha di fatto indebolito il paese stesso.

In questo contesto l’Italia è emblema di questa non omogeneità nella diffusione della conoscenza e della innovazione tecnologica, con alcune (poche) regioni particolarmente avanzate ed in linea coi principali competitor internazionali (e fra queste indubbiamente vi è l’Emilia-Romagna) e molte aree del paese che mostrano segnali di arretratezza particolarmente forti.

Questi cambiamenti hanno quindi effetti anche sul versante occupazionale e sociale, poiché chi verrà espulso dal processo lavorativo solo in misura molto parziale potrà riconvertirsi verso le nuove professioni. Se questo è importante globalmente e a livello nazionale, anche a livello locale esso pone questioni. La risposta che ogni realtà, infatti, sarà in grado di rispondere alle sfide del cambiamento, dipenderà non solo dalle sue caratteristiche attuali, ma da come saprà accogliere le nuove esigenze che proverranno dal mutato contesto tecnologico, economico e sociale nazionale ed internazionale.

Le domande chiave che ci siamo posti analizzando la prospettiva del lavoro del futuro nell’industria a Bologna (intesa come città metropolitana) sono state le seguenti:

– Se molte delle tendenze in atto sono globali e provengono dal contesto nazionale ed internazionale – esse sono, cioè, “esogene” – esiste una dimensione locale che può essere determinante nell’indirizzare e accompagnare in modo appropriato la sfida, perché l’industria e i servizi locali non restino “indietro” restando esclusi dalla rivoluzione in atto?

– Cosa accadrà nell’area metropolitana di Bologna?

– Come si sta ponendo (e in che direzione) il sistema delle imprese di ogni dimensione?

– Il processo formativo e dell’istruzione di base per la nuova forza lavoro come si sta allineando? E come si sta ponendo il sistema di formazione per gli adulti già inseriti nel mondo del lavoro?

– Come possono le amministrazioni pubbliche favorire e accompagnare i processi in atto?

– E come tutto questo impatta sui vari territori, incluse le zone geograficamente distinte dai centri più urbanizzati?

Nei prossimi articoli daremo risposte a tutti i temi citati.


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