Coronavirus, emergenza o rivoluzione

Nelle città della regione Emilia-Romagna, diversamente da quelle della Lombardia, del Veneto e del Piemonte, sono avvenute trasformazioni importanti ma non ancora in grado di reggere l’impatto della globalizzazione

di Giovanni De Plato, psichiatra


Chi crede che, finita l’emergenza dell’epidemia da Coronavirus, o meglio da Covid-19, si possa rapidamente ritornare alla normalità, si sbaglia e di molto. Chi crede che il macigno del contagio caduto sulla via dello sviluppo possa essere facilmente rimosso s’illude e di parecchio. Quello che è successo nei mesi di gennaio-febbraio in una regione della Cina, e poi nelle regioni italiane del Nord e nel resto dell’Italia, dell’Europa e del mondo non è tanto un’emergenza epidemica, quanto una rivoluzione radicale. È prima di tutto una trasformazione antropologica con effetti disastrosi sulle istituzioni, sulle persone, sulla produzione e sull’occupazione.

La Città metropolitana di Bologna ha dimostrato tutta la sua disarticolazione nel momento in cui doveva far sistema, riconoscersi in un’unica strategia.  Stiamo assistendo a un cambiamento strutturale della governance nei singoli paesi, nei continenti e nel pianeta. Gli assetti dell’economia, dei mercati, del commercio, degli stili di vita e delle relazioni sociali dopo la crisi finanziaria del 2008 sono stati rimpiazzati, con una velocità inavvertita dalle persone, da quelli della globalizzazione e del digitale. Stiamo assistendo in questi anni a un evolvere degli avvenimenti senza la capacità di vedere il nuovo che avanza e renderci conto del sommovimento del terreno su cui camminiamo.

Nelle città della regione Emilia-Romagna, diversamente da quelle della Lombardia, del Veneto e del Piemonte, sono avvenute trasformazioni importanti ma non ancora in grado di reggere l’impatto della globalizzazione. Siamo rimasti in parte abbagliati da come ci veniva rappresentato il nostro villaggio nell’era globale e da come ci permettevano di comunicare tramite le alte tecnologie. E non ci siamo resi conto a Bologna e in provincia delle falle che si aprivano (comunità meno coese), dei rischi che si presentavano (rete di servizi poco integrate) e delle minacce di cui potevamo essere vittime (carenza delle politiche preventive). Il virus Codivid-19 ci ha svegliato da un colpevole torpore e ci ha obbligato a fare i conti con una drammatica svolta generata da una nano-proteina quale agente di una gigantesca e incontenibile trasformazione che si chiama “glocalità”. Termine orribile, ma che esprime una sovrana intelligenza totalizzante (la finanza) e una sua particolare ricaduta locale (diseguaglianze), il tutto regolato da un rapido scambio bidirezionale, dove l’individuo è parte di un flusso che subisce e non controlla.

Impotenti e impauriti siamo stati messi di fronte a un Giano dalle due facce, una seducente generante per pochi sviluppo e benessere, l’altra spaventosa apportatrice per i molti di disastri e distruzioni.   In questo contesto la epidemia da Covid-19, con minaccia di pandemia secondo l’Oms, non può essere considerata un fenomeno eccezionale, un’emergenza temporanea. E tanto meno una congiuntura imprevedibile che può essere superata dai singoli Paesi utilizzando le solite politiche con i tradizionali strumenti di risposta e di ripresa.

Siamo in presenza di fenomeni strutturali e fisiologici destinati a far parte della nostra quotidianità, da cui non possiamo chiamarci fuori. A riprova, basta non fermarsi alla valutazione delle perdite da virus in termine di salute e di vite, ma considerare un altro aspetto macro anche se meno tragico: la caduta delle Borse di tutto il mondo che in pochi giorni hanno bruciato migliaia di miliardi. Sono sconvolgimenti particolari e generali divenuti costitutivi della rivoluzione 0.4. Purtroppo questi radicali cambiamenti che sono di fatto irreversibili trovano una classe politica, a livello globale e locale, del tutto impreparata e inidonea a governare l’interdipendenza tra paesi e continenti, tra città e periferie dove un virus minaccia il normale funzionamento dell’intero territorio. E trovano una società civile, in buona parte del tutto in balia di abili dispensatori di falsità e di allarmi, che la rendono impotente e paralizzata nella reazione e nella capacità di avanzare soluzioni che dal locale possano arrivare al globale. La sfida del nuovo secolo può essere vinta solo se capiamo che bisogna creare un nuovo modello di sviluppo economico e sociale. Che bisogna farsi autori di trasformazioni nel modo di vivere, produrre e relazionarsi perché i cambiamenti in atto, di cui il Covid-19 è solo un semplice aspetto, sono irreversibili e strutturali.


Un pensiero su “Coronavirus, emergenza o rivoluzione

  1. Tra tante giuste osservazioni e qualche romanticheria (Proudhon?) personalmente sono amaramente colpito dalla generale incultura, dalla mancanza di valori, dalla figura cialtronesca di una politica che crede di poter scimmiottare anche la scienza alla ricerca di un consenso effimero. Dell’Emilia Romagna, pur nel grande amore,
    ho sempre malsopportato l’autoreferenzialità, l’incapacità di confrontarsi con il mondo, la soddisfazione di essere primi nel cortile di casa. Oggi spero, ma ci vorrà molto tempo, che cultura e solidarietà possano, lentamente, aiutarci a crescere.
    gianluigi magri

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