Aspettando la primavera

Tutta l’epoca contemporanea punta a una cancellazione della morte dall’immaginario collettivo, ma questa rimozione non è senza conseguenze. Riflessioni in questi giorni cupi, “dove ci sarebbe di grande aiuto pensare alla morte” alla maniera di Eraclito

di Chiara Cretella, Assegnista di Ricerca presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’ Università di Bologna


In questi giorni mi tornano in mente i miei studi di tanatologia, in particolare un libro di Michel Vovelle, La morte e l’occidente del 1983, scritto con il metodo della scuola de Les Annales, attraverso cioè fonti non sempre considerate primarie, perché riguardano le collettività e gli strati sociali più bassi, ma anche incrociando la storia delle élites con altri fattori, come le relazioni e le costruzioni sociali. In sintesi, una storia sociale della morte in cui la tesi dell’autore è che tutta l’epoca contemporanea punta ad una cancellazione della morte dall’immaginario collettivo, ma questa rimozione non è senza conseguenze.

Lo comprendo soprattutto oggi, dove ci sarebbe di grande aiuto pensare alla morte che, come diceva Eraclito, non è da temere, perché quando lei ci sarà, noi non ci saremo. Pánta rheî, tutto scorre, diceva Eraclito, e come tale anche la vita e la morte si trovano nella stessa continuità: Sorella Morte avrebbe detto San Francesco. Doveva ben saperlo lo stesso Eraclito, che malato di idropisia, morì annegato nello sterco di mucca, all’epoca considerato un vaccino sanificatore.

Nel libro di Vovelle oltre ai rituali e alle rappresentazioni, larga parte è data a quella che io chiamo morte collettiva, che nei secoli antichi è stata preponderante, quella dovuta alle epidemie (ma anche alle guerre). Ho sempre pensato che una storia delle epidemie avrebbe potuto spiegare altrettanto bene i rapporti sociali, di genere, l’immaginario e l’escatologia dei popoli. Esiste inoltre, collegata alla sua rappresentazione immaginaria, anche un’elaborazione collettiva del lutto, che dobbiamo sforzarci oggi di riattivare. In effetti, se ci volgiamo al passato, moltissimo possiamo imparare non solo dai libri ma in tante nostre architetture cittadine. Ieri in un servizio del telegiornale sullo svuotamento di Venezia era inquadrata di sfuggita la Chiesa della Salute. Forse non tutti ricordano che fu eretta da Baldassare Longhena come ex voto dopo la tragica pestilenza del 1631. Longhena aveva guardato al modello della Chiesa del Redentore, capolavoro di Andrea Palladio, eretta a ricordo della pestilenza del 1577 (dove morì un terzo della popolazione). Dopo tanti secoli, ogni anno a luglio si celebre ancora la fine della peste con un ponte di barche che congiunge la chiesa del Redentore dall’isola della Giudecca al resto di Venezia. I pellegrini (oggi turisti), percorrono ancora traballando quel lungo tratto di laguna, entrando direttamente in chiesa per chiedere la grazia.

Attestato dal XIV secolo, l’abito nero con guanti e maschera a becco, che oggi compriamo nelle bancarelle made in Cina di Venezia, è entrato di diritto tra le maschere del carnevale veneziano, ma in origine era l’uniforme di protezione dei medici che visitavano i malati durante la peste. Oggi ci ricorda un clima da commedia dell’arte, ma conoscere le origini della nostra storia culturale, significa attivare un meccanismo di difesa interiore, che alberga nel profondo della nostra storia collettiva.

Costume del medico della peste veneziano

Il carnevale di Venezia, cancellato per il coronavirus, ci parla di un altro isolamento: l’ultimo banchetto prima del periodo di quaresima (una sorta di quarantena interiore) 40 giorni senza carne, prima della Pasqua (carnem vale= addio carne). Una festa in cui tutto era possibile, tramite la maschera tutte le classi sociali potevano mescolarsi e scambiarsi di ruolo, un momento appunto in cui le leggi e le regole apparivano trasgredibili, l’eccezione che confermava la regola del dominio.

Lo splendido incarnato di Elisabetta I, riportato in auge dalla performance di Achille Lauro a Sanremo, verrà poi sfigurato dalla sifilide, come quello di tanti altri personaggi illustri, tanto da divenire oggetto poetico, come nei versi di Baudelaire. Ho pensato a questo dettaglio, quando ho visto le perle con cui Achille Lauro aveva tempestato il suo viso, ma probabilmente lui si rifaceva invece a diversi celebri ritratti, in cui la regina è sgargiante grazie alla cucitura, sulle vesti, di centinaia di perle e pietre preziose (forse sapeva che la luce che riflette, sparata direttamente sull’osservatore, distoglie dai dettagli, e questo mi è tornato in mente ieri osservando lo stesso metodo con cui si fa riprendere Barbara d’Urso).

D’Altronde Erasmo da Rotterdam sentenziava: «Un uomo nobile, senza la sifilide, è non troppo nobile e non troppo uomo». Pare che anche Friedrich Nietzsche morì di polmonite nel 1900, dopo una lunga malattia che lo portò alla pazzia, forse la neurosifilide contratta in un bordello (come Toulouse Lautrec, pittore impressionista amante della vita tra prostitute).

Rembrandt, Ritratto del pittore Gerard de Lairesse, affetto da sifilide congenita,1665

La sifilide, malattia originaria forse delle Americhe, fu probabilmente portata in Europa al seguito di Colombo (che invece consegnò in regalo ai nativi americani le epidemie occidentali che finirono di sterminarli). La prima epidemia europea avvenne a Napoli nel 1495, con l’invasione del Re francese Carlo VIII. Anche se i suoi soldati erano perlopiù mercenari di varie nazioni (che si diedero a stupri e prostituzione, come in tutte le guerre), rimase l’idea che la malattia fosse stata portata dai francesi. Fu così ribattezzata in tutta Europa come mal francese, tranne che in Francia dove venne chiamata mal napoletano (il razzismo e la caccia agli untori sono anch’essi storia antica). Essendo una malattia a trasmissione sessuale è ovvio che in parte si muovesse con gli eserciti, anche per le comfort women, come venivano chiamati i corpi di prostitute creati per spostarsi con le occupazioni giapponesi del Novecento, ma tale fenomeno è storicamente accertato nei secoli.

Il mal francese divenne lo stigma sia delle prostitute che dei clienti – compreso Baudelaire –, assurgendo ben presto a simbolo evidente di condotte immorali (nonostante molte mogli si ammalassero solo perché contagiate dai mariti traditori). Per le sue piaghe e ulcere difficilmente nascondibili sul volto, divenne nell’Europa moderna simbolo e punizione delle mostruosità prodotte dalla lussuria. Ma dietro a storie apparentemente estetizzate dall’aura bohemien, ci sono le figure di sfondo di quegli stessi anni, le ballerine di terza fila, le prostitute dei locali, le crestaie e le fioraie traviate dai bulli di passaggio, come Berthe, sedotta e costretta a battere il marciapiede dallo sgherro nel romanzo Bubu di Montparnasse di Charles-Louis Philippe (1901), fino a contrarre la sifilide che la porterà alla morte.

La stessa stigmatizzazione che toccò alle prostitute, considerate le untrici, segnò una malattia a trasmissione sessuale come l’AIDS, colpendo con la discriminazione in particolare la comunità omosessuale tra anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Così agisce il meccanismo dello stigma, creando chiusura e barriere culturali tra popoli e persone.

Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797

Infine abbiamo di fronte, cara Milano da bere, uno straordinario documento culturale che oggi dovresti rileggere: la peste del Manzoni. Pensate alle strade desolate percorse dai campanelli che annunciavano i Monatti, addetti al trasporto dei morti e dei malati al Lazzaretto. Erano scelti tra i criminali, persone che già avevano avuto la peste o che non avevano nulla da perdere, che venivano attratti dai guadagni di poter depredare i morti. Lazzaretto, da Lazzaro, resuscitato da Gesù e divenuto patrono dei lebbrosi. Tutta la nostra tradizione agiografica ci offre esempi interessantissimi di queste “sanificazioni” mentali, oltre che fisiche, a cui oggi siamo chiamati a fare fronte.

Prima di lui Daniel Defoe aveva pubblicato in maniera anonima, nel 1722, il romanzo Diario della dell’anno della peste, in cui descrive la grande epidemia di Londra del 1665. È scritto come un libro di memorie narrate da un personaggio presentato come realmente esistito, ma anche se narrato in prima persona da un sellaio, ha scatenato grandi dibattiti critici perché all’epoca della peste bubbonica Defoe aveva solo 5 anni. Non è chiaro dunque se Defoe abbia scritto un romanzo di finzione o se abbia utilizzato una vera memoria autobiografica dell’epoca. Più probabile è che si sia servito di una reale documentazione relativa a quel periodo, forse ispirato da una nuova epidemia di peste scatenatasi in Francia nel 1721. Si deve invece ricordare uno straordinario documento, stavolta reale e non immaginario: il diario di Samuel Pepys (1633-1703), funzionario inglese che annotò con minuzia sia la peste del 1665 che il grande incendio di Londra del 1666, la cui prima edizione vide la luce nel 1825 (Diario di un peccatore). Nonostante avesse distrutto in gran parte la città, il grande incendio di Londra determinò, uccidendo anche i ratti, paradossalmente l’effetto benefico di porre fine alla peste.


Raccolta di cadaveri durante la peste di Londra, 1665

E poi bisognerebbe ritornare sempre alla pietra miliare Dei Sepolcri. Uno straordinario documento culturale e sociale insieme. Scritto contro l’Editto di Saint Cloud del 1804, il carme di Ugo Foscolo divenne un manifesto pre-europeista contro il dittatore Napoleone, reo di aver vietato, per ragioni per l’appunto di sanificazione, l’inumazione dei cadaveri nelle chiese ed aver spostato i cimiteri fuori dalle mura cittadine. Ma le ragioni oppositive di Foscolo, vale la pena di ricordarle: «Ad inclite gesta inducono le urne dei forti», scriveva ricordando la fine del maestro Giuseppe Parini, insigne letterato sepolto nell’allora nuovissimo cimitero di Porta Garibaldi a Milano, in una fossa comune, magari vicino a un ladro o un criminale. Da un lato l’exemplum dei grandi, dall’altro l’idea di non mescolare le gerarchie (Foscolo pensava a gerarchie intellettuali e non di sangue o di censo). Ma come ricordava sempre Totò, la morte è una “livella” delle classi sociali. Foscolo invece pretendeva di conservare quelle gerarchie, e ci riuscì post-mortem, quando dopo esser stato sepolto per tubercolosi in uno sperduto cimitero durante l’esilio inglese, venne infine traslato nella sua amata chiesa di Santa Croce a Firenze (da lui chiamato tempio delle itale glorie), monumento le cui arche tombali (tutte maschili), ricordano ai visitatori la continuità tra potere temporale e intellettuale: qui l’architettura assurge la funzione di incarnare un intero canone di trasmissione culturale. 

Foscolo portava l’esempio dei cimiteri inglesi, creati come giardini, per ricordare quella sensazione arcadica tanto cara al nascente Romanticismo che avrebbe invaso, divenendo nei suoi stralci finali una vera pestilenza retorica, tutto l’Occidente. Colpa ancora una volta di Foscolo, delle Ultime lettere di Jocopo Ortis (1802), che diffuse, traslando in Italia l’esempio de I dolori del giovane Wherter di Goethe (1774), la moda dell’ortisismo, del suicidio per amore e contro la tirannia politica. Eros e thánatos «ci condusse ad una sola morte», come ricordava già Dante, la morte degli amanti (titolo anche di una celebre poesia di Baudelaire) era un matrimonio antico, già consumato. In fondo La carne, la morte e il diavolo, come scriveva Mario Praz in un celebre saggio del 1930, sono sempre stati i grandi protagonisti della letteratura romantica. Oggi nessuno crede alla morte, tantomeno al diavolo. È rimasta solo la carne. Ma «la carne è triste, ahimè, partire», come diceva Stéphane Mallarmé e non si può più neanche partire

 Nel Romanticismo in fondo, sta l’origine di tutti i nazionalismi. Ma i virus non conoscono confini, come diceva Joyce Lussu, i confini sono solo disegni fatti a matita sul corpo sacro della terra madre, la quale molto spesso ci ricorda che lei è in grado di cancellarli in un solo colpo. In questo momento, in cui l’ecatombe dei dannati della terra (Frantz Fanon, 1961) attende una risposta a Lesbo, isola dove forse Saffo si gettò da una rupe nel mare proprio per quel filo culturale che unisce eros e thánatos, dovremo fare lo sforzo di pensarci come umanità, perché le morti hanno uguale dignità, che siano di età diversa, di estrazione sociale diversa, che siano migranti o meno: smettere la caccia alle streghe perché siamo tutti migranti verso la morte o meglio scoprire, che «ognuno sta solo sul cuore della terra, ed è subito sera». Poiché l’unica ragione del morbus è la natura in cui viviamo, che tutti e tutte ci accomuna, anche gli animali. La peste trasmessa dai ratti, l’influenza suina, la Mers trasmessa dai Dromedari, la malaria, la Dengue e la Zika trasmesse dalle zanzare, l’Ebola trasmessa dalle scimmie, la Sars e il Coronavirus trasmessi dai pipistrelli. L’umano e l’animale sono da sempre interconnessi e così le loro malattie.

Esattamente 100 anni fa, subito dopo la falce della Grande Guerra, tra il 1918 e il 1920 l’influenza spagnola (per molti versi simile al Coronavirus e forse anch’essa proveniente dalla Cina e dagli spostamenti degli eserciti), divenne pandemica in tutto il mondo, mietendo dai 50 ai 100 milioni di morti: l’ecatombe epidemica più grave della storia dell’umanità. Eppure ci siamo rialzati.   Il paragone con la guerra è certamente calzante, non a caso Albert Camus scrive il romanzo La peste (1947), divenuto celebre in tutto il mondo come metafora della rivolta contro l’annientamento umano (la peste come metafora del dominio totalitario). Ambientato in una cittadina dell’Algeria (nazione simbolo della resistenza contro il dominio francese), vede il protagonista, il Dottor Rieux, battersi contro il morbo alla stessa maniera con cui i popoli colonizzati si battono contro gli invasori.

Oggi la chiusura appartata nelle nostre case può essere uno straordinario momento per riflettere sulle nostre vite intrecciate e sui destini collettivi, per riscoprire una resistenza comune al virus della paura. Riapriamo i libri e scopriamo che le risposte sono già lì.

Xavier de Maistre, militare e intellettuale francese amante della Valle d’Aosta – su cui scrisse il romanzo tratto da una storia vera, Il lebbroso della città d’Aosta, 1811 – era il fratello del più celebre scrittore Joseph. Oggi il suo nome non ci dice nulla ma la vigilia del Carnevale del 1794 passò 42 giorni agli arresti domiciliari. In quel periodo compose l’opuscolo Viaggio notturno intorno alla mia camera, che divenne celebre in tutta Europa creando un vero e proprio genere letterario e artistico: quello dei viaggiatori interiori, aprendo le porte alla grande scoperta freudiana dell’À rebours (noto romanzo di Joris Karl Huysmans, 1884) nell’inconscio, continente sconosciuto ancora tutto da esplorare. Non a caso venne tradotto dal francese per la prima volta dalla sorella di Leopardi nel 1832, la colta Paolina che visse una vita senza matrimoni all’ombra dei genitori, appartata in una clausura molto simile agli arresti domiciliari sperimentati da Xavier de Maistre.


Xavier de Maistre, Expédition nocturne autour de ma chambre, Illustrazione del 1828

La nostra chirurgia estetica affonda le sue radici nei barbieri e cerusici della Scuola medica salernitana dell’XI sec. e nasce soprattutto per cercare di cancellare il marchio di infamia della sifilide, contratta con rapporti sessuali. E che dire del vaiolo, della tubercolosi che ha segnato fino ad oggi le architetture dei sanatori delle nostre città di villeggiatura? Mi distinguo da mia sorella maggiore perché sono stata la prima in famiglia a non avere quelle due cicatrici a forma di monetine stampate sul braccio.

E che dire della tisi che è stata la fonte d’ispirazione di un intero movimento poetico e artistico e ha immaginato un modello femminile inedito e vagamente pre-intellettuale, pensoso, sperduto nella rêverie e nel memento mori della sua consunzione, opposto alla pienezza dei sensi e delle carni barocche? I nostri avi hanno fatto tesoro anche del male, perché non passasse invano.

Ancora oggi se passiamo per i vicoli delle nostre città troviamo le vie del Lazzaretto, possiamo ripensare diversamente all’abbattimento delle mura di Bologna e alla chiusura dei canali da parte di Alfonso Rubbiani, che avvenne nel 1902 tra roventi polemiche (scelta ancora oggi storicamente discussa, ma che servì a liberare la popolazione, specie la più povera, dai miasmi della malaria). Nelle strade, nelle piazze deserte, stamattina tutto mi parla di Lei. La nera signora, per dirlo con un titolo del celebre antropologo Alfonso di Nola, aleggia dappertutto. Nei nostri monumenti ottocenteschi, che è stato il secolo della femminilizzazione della morte, tutte le arti sono nate sotto il mantello della belle dame sans merci, la bella dama senza pietà, cantata dal poeta Keats, morto di tubercolosi a 25 anni nel suo appartamento di Piazza di Spagna a Roma, dopo esser scampato al colera di Napoli grazie ad una rigorosa quarantena. Keats inaugurò a livello mondiale il mito della morte giovane, mito che perdura ancora oggi nel mondo della musica e dello star system.

John Melhuish Strudwick, Acrasia, 1888

L’acrasia è agire secondo il criterio di ciò che è corretto. Viene però usata anche per indicare l’illogicità di chi agisce secondo un criterio non corretto, pur sapendo di farsi e fare del male. Dovremmo ragionarci, in questo momento di scelte individuali e collettive.

I cimiteri monumentali sono figli di quella temperie culturale e in fondo la città dei morti era disegnata come parallela, pendant alla città dei vivi, con i suoi vicoli, i suoi campi numerati e i suoi famedi, le zone delle morti vip. In fondo, non sono forse le antiche necropoli che, attraverso la morte, ci spiegano la vita del passato?

Le donne con questa paura hanno più familiarità. Sanno cosa vuol dire rischiare di morire per mettere al mondo, sanno che sono soggette a violenza e uccisione di genere e per questo la paura è una loro compagna di strada, una sorella fin da quando nascono: fa parte del loro istinto di sopravvivenza. Le donne sono state costrette per secoli in un’infinita quarantena, in isolamento fisico e intellettuale, sotto una campana di vetro, come diceva Sylvia Plath in un celebre romanzo edito nell’anno della sua morte, il 1963, per loro «morire è un’arte, come ogni altra cosa», ma sanno anche risorgere (vedi la poesia Lady Lazarus).

Oggi il capitale (mortifero per eccellenza), cerca di allontanare sempre di più l’idea della morte, paradossalmente incentivando a un consumo folle e infinito, riducendo di fatto la vita a un produci/consuma/crepa. La morte è invece analisi del campo umanistico prima che scientifico, ma in questo momento, attendendo la scienza, è di nuovo la sofia che può aiutarci a sopravvivere. Penso a l’eros come “piccola morte” o al concetto di depénse, di spreco energetico improduttivo (il sacrificio, la distruzione, lo scambio senza contropartita) di Georges Bataille o a Lo scambio simbolico e la morte (1976) di Jean Baudrillard.

Abbiamo allontanato la morte dalle nostre vite, credendoci esseri eternamente in consumo, mentre siamo consumati dall’eterno. La morte non va più di moda, ma a ben rileggere le Operette Morali (1827) di Leopardi, la moda e la morte sono sorelle gemelle, perché entrambe cambiano il volto dell’umano a ogni stagione.

A proposito, sembra che anche Leopardi morì di colera nel 1837, dopo aver frequentato, trasgredendo le regole nobiliari, le mense popolari di Napoli. Pare che l’amico Antonio Ranieri volesse nascondere il fatto infamante del morbo. Si tramandò che la morte fosse giunta a seguito di una congestione di confetti cannellini di Sulmona! Il giallo della finta bara, dove non furono trovati resti, deve ancora essere dipanato. Anche lui, sommo poeta, fu forse buttato in una fossa comune, visto che le ordinanze dell’epoca prevedevano che i morti fossero seppelliti fuori città, tutti insieme per evitare ulteriori contagi e poi coperti da calce viva.

E allora, perché questo isolamento non divenga un suicidio anomico, solitario, ma di rinascita, pensiamo al testamento morale del Leopardi de La ginestra, quel fiore tenace che rinasce attaccato in zone impervie e difficili. Perché la siepe ci sia cara, anche se esclude lo sguardo, perché l’isolamento non sia un disgregatore sociale, occorrerà tornare all’otium, prerogativa degli abbienti nella Roma antica, opposto al negotium, il commercio e il lavoro produttivo. Vediamo dunque questa opportunità come un privilegio per fermarci a riflettere (e studiare): De consolatione philosophiae.

Siamo talmente invasi e inseriti nel mainstreaming, interconnessi e platealmente viventi in un imperituro presente di giovinezza, apparenza, visibilità, da esserci dimenticati del passato. Solo guardando al passato potremmo programmare un futuro vivibile.

La paura fa parte di questi atavici meccanismi, saperla governare significa non farci invadere dal panico. La surreale situazione di Alfonso Signorini che entra nella casa del Grande Fratello per spiegare ai vip la pandemia in corso, ci ricorda che abbiamo bisogno di un luogo dove tutto si ferma, ma non per oziare: l’otium è prima di tutto lo studium. Così Boccaccio, nel Decameron raccoglie 100 novelle scritte dopo il 1349, anno successivo alla peste nera che invase l’Europa mietendo 20 milioni di vittime.

Anche quelli del Decameron erano un gruppo di personaggi appartati e fuori dal mondo, scappati sulle colline di Firenze, che per passare i giorni, inventarono e si raccontarono queste bellissime storie, tutte con una morale. La morale? È che all’«origine del mondo c’è un racconto», come diceva Joyce Lussu. Per questo, se morissero tutti i nonni, che sono quelli che raccontano le storie, saremmo davvero orfani del passato. Il valore sociale delle persone anziane era il cumulo di saggezza che potevano trasmettere alle generazioni successive. Oggi essere anziani è una malattia da tenere nascosta il più possibile, perché li si considera fuori dall’unica produzione che conta: quella del capitale. Il capitale umano è stato cancellato, come se la popolazione anziana non valesse nulla. E in questo momento non possiamo neanche imparare da loro, perché dobbiamo tenerli lontani.

Dovremo dunque reimparare a imparare, rileggere il nostro passato e quando questa reale (non surreale) situazione passerà, ricordiamoci di prevedere un luogo, di individuare nella topografia della nostra memoria materiale, un ex voto all’immunizzazione, che serva ai nostri posteri per fare tesoro di tutte queste morti, ma anche per dare un volto, nel cuore delle nostre città, che non sia solo un numero, un modo per ricordarci di ricordarle: perché non siano morte invano. Ci sono anche poeti come Christian Bobin secondo cui fino a quando continueremo a raccontare una storia alle persone amate, queste non moriranno. Non è forse lo stesso stratagemma che usa Sherazade per salvarsi la vita ne Le mille e una notte? Bobin, raccoglitore compulsivo di fiori recisi, analizza nel dettaglio la loro marcescenza quotidiana, per abituarsi a pensare alla morte, almeno una volta al giorno. Bobin ha fatto della morte la sua cifra poetica e ha deciso di vivere appartato, quasi in isolamento, perché questa è una condizione ideale al pensiero, aspettando la primavera.

«La morte, come la vita, ha i suoi ritornelli, le sue stagioni e le sue crescite. Oggi siamo alle soglie della primavera. Domani lillà e ciliegi saranno in festa. Se mi volto a guardarti nella tua morte recente, Ghislaine, in questi giorni di ultimi geli e di prime fioriture bianche, ti vedo come una giovane donna che scoppia a ridere sotto gli acquazzoni. Mi manca il tuo riso. Nella mancanza ci si può lasciar andare. Ma si può anche trovare un sovrappiù di vita. L’autunno e l’inverno successivi alla tua morte li ho spesi a dissodare per te questo piccolo giardino d’inchiostro. Per entrarvi, due porte – un canto e una storia. Il canto è il mio. Della storia non sono che il narratore. La offro ai tuoi figli, i tuoi uccelli del paradiso, le tue tre vite eterne».

(Christian Bobin, Più viva che mai, 2010).

In fondo anche la natura può essere insieme viva e morta, come dimostra un genere che per diversi secoli è stato considerato minore ma che ha raggiunto vette di inarrivabile iperrealismo. Non a caso è stata praticato, in assenza di modelli in carne e ossa e del permesso di entrare nelle Accademie, da molte delle donne che per prime si sono dedicate all’arte. Questa “pittura di genere” ha da sempre spiegato, attraverso il ciclo della produzione e della riproduzione, il cambio delle stagioni e della morte, una presenza invisibile che aleggia, in assenza della figura umana dalla scena. Infatti la natura morta è considerata anche una vanitas, un exemplum della vanità del tutto, tema già incarnato dai ritratti delle Maddalene e delle bellissime modelle dell’arte rinascimentale e barocca.

Un’esecutrice compulsiva di nature morte fu Rachel Ruysh (1664-1750), pittrice olandese tra le prime donne ad affacciarsi nel mondo dell’arte. Oltre a fare 10 figli, si dedicò allo studio botanico e alla pittura. In questo quadro tutto ci parla della morte, a cominciare dal piedistallo di marmo, simile a un’erma, fino alla falena, la farfalla notturna simbolo di Psiche, il sonno eterno. 

Era figlia dell’anatomista Frederik Ruysch, ricordato da Leopardi nelle Operette morali (Dialogo di Federico Ruysh e delle sue mummie) celebre per aver inventato un metodo di imbalsamazione cadaverica con cui riusciva a produrre scene composte di animali o corpi umani. Sua figlia lo aiutava decorando di pizzi e nastri le sue preparazioni anatomiche. Frederik Ruysch era una specie di star del tempo, come oggi è famoso l’anatomo patologo e artista Gunther von Hagens (che porta il borsalino nero in omaggio a Ruysch), che ha brevettato nel 1978 il metodo di plastinazione dei corpi e con la mostra Body Worlds dal 1995 ha fatto il giro del mondo: segno che in fondo, anche se la rimoviamo, dalla morte siamo attratti come una falena dalla luce.


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