ALAS, l’amministrazione di sostegno volontaria

Anche in questo settore  Bologna ha il merito di avere una bussola: si tratta di ALAS, un’APS che raccoglie le esperienze degli amministratori volontari che supportano le persone con deficit di autonomia nel tentativo di rompere il loro isolamento sociale. Perché, anche nel disagio, la felicità resta possibile.

di Matteo Scannavini


Tra le tante e nobili forme di volontariato, quella dell’amministrazione di sostegno è forse una delle meno note, eppure più preziose. Consiste nell’affiancare nella vita quotidiana tutte quelle persone, giovani e anziane, che, per i più diversi disagi psicofisici, non godono di piena autonomia. In altre parole, essere un amministratore di sostegno volontario significa dare un supporto e una prospettiva all’esistenza di un individuo, riconnetterlo alla società di cui è ai margini.

Un impegno complesso, differente di caso in caso, che fonde abilità relazionali e tecniche e per cui non esistono strategie a priori. Ma, anche in un ambito così delicato, Bologna ha il merito di avere una bussola: si tratta di ALAS (Associazione Libera Amministratori di Sostegno), una APS costituita nel 2017 allo scopo di condividere esperienze e competenze per sviluppare al pieno le potenzialità dell’amministratore volontario e, di conseguenza, dell’assistito. Attraverso un dialogo con Luisa Balboni e Paola Marani, rispettivamente presidente e consigliere di ALAS, siamo entrati nel vivo di questa realtà di solidarietà della nostra provincia.

Istituiti nel 2004, gli amministratori di sostegno sono figure che si rendono responsabili per una persona non autonoma, ne gestiscono il patrimonio e rendicontano le sue attività e condizioni al giudice tutelare che li nomina. Il mondo degli amministratori si divide in professionisti, come avvocati e commercialisti che esercitano l’incarico dietro equo compenso, e in volontari. Questi ultimi rappresentano un numero esiguo rispetto alla quantità di richieste di assistenza, eppure sono essenziali al fine di una reale interpretazione del ruolo di sostegno dell’amministratore. Se infatti il professionista si occupa di tener dietro ai conti e agli adempimenti burocratici dell’assistito (pensione d’invalidità, dichiarazione dei redditi, ISEE, eventuale reddito di cittadinanza, ecc.), il volontario aggiunge a questo la fondamentale dimensione relazionale e umana: accompagna nella quotidianità l’affidato, lo coinvolge in un progetto individualizzato nel tentativo di rompere il suo isolamento all’interno della società.

Come s’intuisce, questa massima espressione di sostegno rappresenta un impegno dalle forti responsabilità, senza orari fissi, per cui la buona volontà è determinante ma non sufficiente. Gestire soldi altrui, muoversi nei trafficati labirinti della burocrazia italiana, comprendere i bisogni dell’assistito e trasmettergli i giusti stimoli possono essere compiti che spaventano.

È a fronte di questi timori che ALAS, supportata dal progetto della Città Metropolitana SOStengo, si pone come appoggio fondamentale per gli amministratori volontari, il punto di ritrovo dove ricevere assistenza e formazione attraverso la condivisione e il confronto di esperienze. Ed è proprio in virtù dei sopracitati sforzi che si realizza una delle forme di volontariato di prossimità dalla più alta valenza sociale: il recupero degli ultimi attraverso il rapporto e lo stimolo diretto. Uno stimolo che, come può testimoniare chiunque abbia avuto esperienza con dei disabili, è sempre reciproco e capace di generare dei ritorni incredibili. Usando le parole della presidente ALAS Luisa Balboni: “Gli assistiti diventano parte della tua famiglia e tu della loro”.

Per raggiungere tali risultati, è necessaria la collaborazione tra tutti gli attori nel campo dell’assistenza: i familiari, con cui il rapporto di aiuto reciproco non è sempre scontato, i servizi sociali e le strutture, come centri di salute mentale e ospizi. Sulla diversa qualità di questi servizi si potrebbe aprire un lungo e spinoso capitolo, che incrocerebbe anche il delicato tema della gestione dei disabili mentali nel dopo Basaglia.

Ma, anziché discutere su meriti e mancanze delle istituzioni nella traduzione concreta di quell’indiscutibile legge, è invece più utile e costruttivo riportare le riflessioni di Paola Marani: “Non è possibile oggi incasellare le persone in un’offerta di servizi e strutture, per quanto vasta e specializzata. Queste persone, per poter essere inserite in una comunità, hanno bisogno di essere stimolate singolarmente. Ecco perché è fondamentale sollecitare questo tipo di volontariato, che dà il diritto a una casa, a un lavoro, a una vita, tra virgolette, nella norma”. In altre parole, riconnettere alla società persone con gravi deficit di autonomia è un compito talmente specializzato e articolato da non poter essere svolto dal sistema, ma soltanto dallo sforzo dei membri della società stessa, i cittadini dello stato nel senso più pieno del termine.

Pur nella loro eccezionalità, le tante esperienze degli assistiti presentano tutte lo stesso denominatore comune: sono storie di disagio ma anche di felicità possibile. Questa possibilità è la missione di un amministratore di sostegno volontario. L’alternativa, come spesso accade, è che l’assistito finisca i suoi giorni in struttura, inerte e isolato. Il problema della solitudine rappresenta infatti una questione prioritaria sull’agenda di ALAS, che vorrebbe in futuro estendere l’affiancamento degli amministratori anche agli anziani soli, per evitare che, in assenza di stimoli, perdano più in fretta la lucidità mentale. Ma si tratta ad oggi di un progetto ambizioso, ancora irrealizzabile considerato l’attuale numero degli amministratori volontari.


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