Educazione ambientale a scuola: una novità necessaria

E’ fondamentale che gli insegnanti facciano la loro parte in un processo di sensibilizzazione e trasformazione culturale dal basso, che induca la politica ad adottare provvedimenti non più differibili

di Fabrizio Dondi, docente e assessore comunale di Castel San Pietro Terme


E’ una certezza che dal prossimo settembre l’educazione all’ambiente entrerà a far parte dei programmi delle scuole di ogni ordine e grado d’Italia. Dunque anche a Bologna, dove già esiste un buon livello di attenzione al problema, dovuto alla sensibilità sviluppata dalle istituzioni scolastiche in sinergia con gli enti amministrativi, produttivi ed associativi del territorio (i concorsi “Rifiuti zero”, “Sviluppo sostenibile”, “Differenzia la tua scuola” o le Giornate del clima dello Showroom Energia e Ambiente delle Aldini-Sirani sono alcuni degli esempi più noti). Le modalità con cui questo avverrà sono attualmente al vaglio del Ministero, che ha visto succedersi ben tre titolari in meno di un anno. Stando ad un’affermazione recente della neoministra Azzolina, l’educazione ambientale dovrebbe trovare spazio all’interno di altre materie, a partire dall’educazione civica, che diventerà curricolare per un’ora a settimana.

Si tratta di un’ottima notizia per la scuola, anche se è necessario sottolineare che questa sensibilità già appartiene a molti insegnanti, che riferimenti, lezioni o progetti sull’ambiente inseriscono regolarmente all’interno della loro didattica. E operano correttamente, perché come scandiscono con voce sempre più chiara i giovani del cosiddetto “movimento Greta”, cui questo provvedimento guarda con fiducia, l’ambiente deve essere percepito come l’emergenza prioritaria del nostro tempo.

E’ necessario, in attesa che la politica affronti il problema con tutta la serietà e la severità che la situazione impone, che l’opinione pubblica sia preparata ad accettare misure straordinarie, anzi addirittura a chiederle. C’è un illuminante passaggio nell’ormai datato documentario in cui Leonardo Di Caprio intervista i potenti della terra, Before the flood, che spesso viene mostrato nelle scuole dai docenti più sensibili al tema, in cui un politico repubblicano sostiene che una misura necessaria ad abbattere le emissioni climalteranti come la Carbon Tax sarà introdotta solo quando saranno i cittadini-elettori a chiederla. “I politici fanno esattamente quello che dice la gente, se non vogliono perdere il consenso” afferma questo senatore di destra (e non ti aspetteresti che un esponente del partito della deregulation inneggi a una tassa, ma lo fa – afferma – per prevenirne altre, più onerose, a copertura dei danni prodotti dall’inquinamento). Eppure centra il nodo della questione: quando le persone si renderanno conto che senza misure drastiche il nostro mondo è destinato alla catastrofe ambientale (e nemmeno fra non troppi anni) saranno loro le prime a chiedere alla politica di attivarsi per fare qualcosa. E tutti faranno volentieri qualche sacrificio per poter avere ancora la prospettiva di un futuro.

I nostri ragazzi sono i primi a capirlo. E la scuola può fare da apripista per una grande rivoluzione culturale che parta proprio da chi ha più tempo davanti a sé di permanenza sul pianeta. E’ fondamentale tuttavia che la nostra educazione ambientale non faccia ricadere sugli studenti il peso di una responsabilità così gravosa, perché non sono loro ad aver creato questa situazione. Fondamentale al tempo stesso trasmettere l’idea di un continuo divenire storico e preistorico, ovvero di come i cambiamenti climatici abbiano sempre originato movimenti di gruppi animali, umani e persino di specie vegetali, e di come spesso il climate change sia stato determinante nelle grandi svolte compiute dall’umanità: non sempre si racconta, ma sarebbe doveroso farlo, che i raccolti europei alla vigilia dell’evento che spalanca le porte della contemporaneità, la Rivoluzione francese, furono poverissimi a causa di una carestia causata da eventi climatici nefasti ripetutisi per quasi ogni anno della decade. Ma la preistoria e la storia sono piene di queste evidenze: dalla probabile migrazione delle prime scimmie antropomorfe Pierolapithecus dall’Europa occidentale all’Africa avvenuta nel Miocene, all’uscita dall’Africa di Homo sapiens e prima di lui dell’Erectus; il Sahara prima lussureggiante e poi desertico; il climate change come una delle concause del collasso dell’impero romano; la piccola glaciazione medievale…

Ma ai nostri studenti va anche spiegato che le attività antropogeniche stanno causando cambiamenti molto più rapidi di quelli che si sono verificati in passato, quando era solo la natura a determinarli. E va spiegato che questi rapidi mutamenti sono la causa delle migrazioni climatiche che si incontrano nella cronaca dei nostri tempi e che questi spostamenti riguarderanno masse crescenti di individui nei prossimi anni. Devono avere chiari questi contenuti per portare avanti la loro protesta e la loro richiesta di intervento alla politica non appena saranno cittadini-elettori: solo così c’è da sperare che questo grido non resterà inascoltato, e che finalmente la politica prenderà provvedimenti necessari e non più differibili.


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