Covid-19: mancano dati omogenei, le regioni hanno sistemi diversi di raccolta

La Regione Emilia-Romagna, che per prima ha dato il via, già tanti anni fa, alla organizzazione di una rete sanitaria di grande valore sul territorio, dimostrata anche dai risultati avuti durante questa crisi, potrebbe farsi portavoce di un protocollo di monitoraggio a livello nazionale

di Marisa De Rosa, già dirigente Cineca Area Sanità, e Maurizio Marangolo, già direttore Dipartimento di Oncologia Ausl Ravenna


Tra le varie considerazioni che si sono fatte in questi giorni di emergenza sanitaria, emerge il problema della lettura dei dati clinici ed epidemiologici. In questi giorni di restrizioni a casa siamo in costante attesa di conoscere l’andamento dell’epidemia che ci viene regolarmente fornita dalla Protezione Civile (www.protezionecivile.gov.it) o dalle singole Regioni con dei dati che non ci possono fornire un quadro certo di quello che realmente sta succedendo non perché i dati non siano corretti ed esaustivi, anzi, ma perché sono disomogenei, raccolti con metodi diversi e quindi non sono facilmente confrontabili. Questo vale anche per il confronto tra le diverse realtà nazionali.

Ne hanno ampiamente parlato sulla stampa. Un gruppo di autorevoli statistici italiani ha fatto un appello affinché diventi possibile, anche con un campionamento, stimare con precisione a livello nazionale i principali parametri epidemiologici sia per prevedere l’evoluzione dei contagi che per meglio definire le strategie di approccio al problema.

È stato riportato anche in un recentissimo articolo sulla rivista internazionale Jama che non si possono confrontare gli indicatori di evoluzione della epidemia tra l’Italia e la Cina perché le popolazioni non sono comparabili, sia per metodo di calcolo degli indicatori (mortalità, campioni a rischio, ed altro) che portano a un diverso denominatore, che per la diversità di popolazione, soprattutto anagrafica, tra i due Paesi.

L’Italia, infatti, è uno dei paesi più longevi al mondo con un’alta aspettativa di vita (83,4 anni-dato Osservasalute 2019) con una popolazione di ultra 65enni di oltre 13,5 milioni di abitanti (il 23% della popolazione totale) e di questa ben il 64% ha più di una cronicità (ipertensione, diabete…) il che rappresenta proprio la coorte di pazienti più a rischio. Questo non perché i nostri pazienti sono più malati ma perché grazie al nostro servizio sanitario e a tutti i programmi messi in atto per la gestione delle patologie croniche, i pazienti sono curati bene e hanno una più alta aspettativa di vita anche se in condizioni di fragilità.

Le considerazioni non cambiano se osserviamo i dati in Italia, perché anche in questo caso i dati forniti non tengono conto delle varie differenze sia in termini di popolazione a rischio contagio che delle differenze di approccio alla gestione dei pazienti nelle strutture sanitarie.

Il problema dell’infezione da Covid-19 presenta, come del resto in tutte le altre patologie, un duplice aspetto: quello più strettamente clinico rappresentato dall’incidenza/prevalenza della malattia, dalla sua diffusibilità, dalla sua curabilità, e uno che interessa l’aspetto gestionale ed organizzativo, in altre parole il coinvolgimento delle strutture del Sistema Sanitario Nazionale.

In un mondo sempre più tecnologico, non siamo in grado neanche sul territorio nazionale di dare una lettura omogenea perché ogni Regione si è organizzata con l’implementazione di proprie basi di dati che risentono anche dell’aspetto gestionale e organizzativo.

A seguito della modifica del Titolo V della Costituzione le Regioni hanno infatti acquisito una importante autonomia in campo sanitario. Ciò ha determinato la contemporanea presenza di diversi Sistemi Sanitari Regionali che se da una parte rappresenta un valore aggiunto, in quanto consente di adeguare l’assistenza sanitaria alle diverse esigenze dei territori e inoltre funge da efficace benchmarking per confrontare i sistemi fra loro, dall’altra crea non pochi problemi quando si tratta di analizzare i dati in un’ottica sovraregionale.

Dal punto di vista dell’incidenza della malattia salta subito agli occhi una evidente sproporzione: alla data del 31 marzo 2020 le due Regioni con il maggior numero di casi diagnosticati erano la Lombardia (43.208) e l’Emilia-Romagna (14.074), terzo e piuttosto distaccato il Veneto con 9.155. Già questa discrepanza non è da poco, i casi della Lombardia sono tre volte quelli dell’Emilia-Romagna. Ciò pone dei quesiti: è questo legato al fatto che gli scambi culturali/commerciali con la Cina (quale fonte primaria dell’infezione) sono maggiori in Lombardia rispetto alle altre Regioni? Possibile ma da verificare. È verosimilmente da escludere che i lombardi abbiano una differente suscettibilità al virus, si potrebbe indagare sul rapporto fra inquinamento atmosferico e incidenza della malattia, e in questo caso bisognerebbe correlare i dati Arpa con l’incidenza nelle diverse provincie, sarebbe utile approfondire l’impatto delle comorbidità sulla mortalità e sulla necessità di ricoveri in terapia intensiva ed in degenza ordinaria, e inoltre  è ipotizzabile che i dati dell’Emilia-Romagna siano sottostimati? È possibile, ma la diversa politica dell’utilizzo dei tamponi rende ancora una volta difficile comparare le diverse popolazioni.

Un esempio della diversità di approccio all’assistenza ai pazienti affetti da Covid 19 è evidenziato nei grafici sotto riportati.

L’analisi dei dati del mese di marzo indica quanto differente sia l’approccio in particolare riguardo l’assistenza di questi malati al proprio domicilio, particolarmente alta in Veneto ed Emilia- Romagna, decisamente più contenuta in Lombardia. Quando si analizzano nel dettaglio i dati, per esempio quelli relativi ai ricoveri in terapia intensiva, saltano ancor più all’occhio le differenze di comportamento.

La Lombardia, contrariamente a Emilia-Romagna e Veneto, soprattutto nei primi 10-12 giorni, ha molto utilizzato i reparti ad alto costo quale la terapia intensiva, con il passare dei giorni, aumentando anche la pressione del numero crescente dei pazienti, le percentuali di pazienti in terapia intensiva si sono tendenzialmente allineate fra le tre regioni, pur con percentuali ancora sensibilmente diverse. Se e quando sarà possibile mettere insieme i dati e correlarli con altri importanti parametri, clinici, costi assistenziali, demografici, ambientali, sarà interessante valutare la reale efficacia di ciascuno di questi diversi approcci.

Per rispondere a tutte le domande aperte sull’epidemia e per poter arrivare prima a una comprensione dei vari approcci sarebbe utilissimo avere una base di dati comuni, condivisi, trasversale tra le Regioni con indicatori standardizzati che permetta di poter avere in qualsiasi momento una lettura a livello nazionale.

Le nuove tecnologie digitali potrebbero essere di grande aiuto oggi per la costruzione e la messa in rete di cabine di regia nelle aziende e negli assessorati regionali con implementazione di una base dati comune che, con determinate regole di accesso, possa essere condivisa tra aziende, regioni, ministero, enti di ricerca garantendo con particolare attenzione la protezione dei dati personali del paziente.

Questa base di conoscenza dovrebbe essere anche integrata con altri data base di indicatori socio economico sanitari, i dati sull’ambiente, sull’inquinamento atmosferico e tutte le altre informazioni a disposizione per capire meglio le differenze tra le varie realtà, esattamente come abbiamo visto durante questa emergenza. In Italia abbiamo la fortuna di avere già dal 1978 di un Sistema Sanitario Nazionale universalistico di cui siamo fieri e che ha dimostrato quanto sia importante avere tutta la straordinaria rete di assistenza sul territorio. Abbiamo veramente un patrimonio di dati e di competenze uniche che sarebbe molto importante avere sistematizzato per poter analizzare, cogliere e comprendere la complessità dei fenomeni.

La Regione Emilia-Romagna, che per prima ha dato il via, già tanti anni fa, alla organizzazione di una rete sanitaria di grande valore sul territorio, dimostrata anche dai risultati avuti durante questa crisi, potrebbe farsi portavoce di un protocollo di monitoraggio a livello nazionale.


3 pensieri su “Covid-19: mancano dati omogenei, le regioni hanno sistemi diversi di raccolta

  1. finalmente qualche dato di confronto. Alla fine bisognerà fare una seria riflessione, dati alla mano, sulla diversa capacità di risposta che hanno avuto i diversi modelli di organizzazione sanitaria delle regioni.

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