Covid-19 mette a nudo la riforma incompiuta della sanità

Anche nelle regioni più forti (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto) non si è riusciti a completare, a cinque anni dalla riforma del 2015, una rete territoriale strutturata di servizi di medicina generale e specialistici e la spesa è pure aumentata. L’emergenza è un’opportunità per innovare eliminando sprechi e inefficienze

di Ilaro Ghiselli, consulente aziendale


L’articolo di Roberto Bin “Caro Orlando, il problema della sanità è al centro, non in periferia”, pubblicato da Cantierebologna.com il 4 aprile, offre lo spunto per una serie di considerazioni ed interrogativi sul funzionamento dell’amministrazione dello Stato, sia essa nazionale che regionale o municipale.

Sono amico di Roberto da molti anni e conosco la sua profonda convinzione, quale qualificato giurista e come appassionato democratico, della correttezza e della democraticità dell’impianto normativo del nostro ordinamento. Molte volte abbiamo discusso della riforma costituzionale del 2001, il famoso “Titolo V”, e concordo con lui che tale riforma, pur fondamentale per avvicinare la gestione di servizi importantissimi per i cittadini, sia stata smentita e in alcune aree ampiamente stravolta, nelle sue applicazioni, tanto che mi riconosco pienamente nell’analisi che fa sullo stato dell’erogazione del servizio sanitario, ottimo e tra i migliori in Europa, soprattutto in alcune regioni.

Non si tratta, purtroppo, solo di un problema riguardante la gestione del Servizio sanitario nazionale. Faccio, per esempio, riferimento alle deleghe e alle competenze date alle Regioni sulla gestione del territorio.

In questi ormai vent’anni di federalismo abbiamo visto come, nella quasi totalità delle Regioni, non sia stata data rilevanza oppure sia stata accantonata se non seriamente minacciata la tutela dell’ambiente e del paesaggio, uno dei nostri valori  più grandi e patrimonio sociale per tutti, e come sia stato difficile, complicato, a volte impossibile portare avanti gli interventi per modificare e meglio tutelare uno degli aspetti fondamentali della vita e dell’identità nazionale.

Nel Sole 24ore di domenica 5 aprile ci sono due articoli che evidenziano fin dai titoli che cosa sta accadendo: “Sanità, tagliati 45mila posti ma la spesa ha corso più del Pil” e “La lezione per il Nord e il resto d’Italia: se tagli i posti letto devi potenziare il territorio”.

Nei due articoli si parte da una dichiarazione assoluta: ”Un dato è certo: il caotico intreccio dei poteri nel complicato federalismo all’italiana è molto fastidioso in tempi ordinari, ma è insopportabile nell’emergenza”. Negli articoli si affronta da una parte il tema, che è centrale nell’articolo di Bin, dell’incapacità dei sistema centrale di fare norme e attivare azioni che operino sulla tenuta e sulla rispondenza dei servizi, e nell’altro come non si sia riusciti a livello regionale e, soprattutto nelle regioni più significative (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto) a completare, a cinque anni dalla riforma del 2015, una rete territoriale strutturata di servizi sanitari sia di medicina generale che specialistici a sostegno dell’assistenza alle malattie croniche, e come nonostante questo la spesa sanitaria sia, indipendentemente, aumentata.

La Crisi Covid-19, nella sua drammaticità, ci offre una un grande opportunità: la crisi sta mettendo a nudo tutte le disfunzioni, i ritardi, le inadeguatezze, le inefficienze e gli sprechi  di risorse che caratterizzano il funzionamento dei nostri apparati siano essi ministeri, Regioni, istituti previdenziali, pubblica amministrazione, prova ne sia che una delle principali preoccupazioni che emerge nelle mente e nelle dichiarazioni di tanti, al momento dell’annuncio delle nuove necessarie  misure di sostegno e di intervento è: ”Speriamo che il tutto venga attuato con metodo nuovo e non con le consuete logiche e metodologie della nostra burocrazia”. 

Sono infiniti i casi evidenziati dalla stampa e dalla cronaca di questi giorni che ci hanno messo davanti agli occhi la profonda necessità e il bisogno di intervenire con cambiamenti, di modificare o cancellare norme, criteri di funzionamento, eccetera, che si sono consolidati e che incrostano e impediscono un’adeguata rispondenza del funzionamento dello Stato agli interessi della collettività.

La mia esperienza nella direzione di imprese mi ha insegnato che le crisi sono una grande fonte di opportunità per migliorare, cambiare, ridefinire obbiettivi, modi e metodi, per apportare tutti quei cambiamenti che ti consentono di tracciare nuove prospettive, per ripartire e dare nuova vita alle aziende che stai dirigendo.

Chi ci governa, ai diversi livelli, ha l’obbligo di raccogliere questa sfida. È una responsabilità che può anche non essere dirigistica, sia nel merito che nel metodo, e che può produrre anche spostamenti e adeguamenti tra strutture decentrate e centrali (le buone pratiche locali possono, a mio avviso, diventare metodo nazionale e come tale riportate in tutte le realtà). In Emilia-Romagna, nel sistema sanitario, non siamo stati immuni da difetti e inefficienze. Un piccolo ma significativo esempio: quanto abbiamo dovuto aspettare perché venisse preso l’impegno di rivedere i criteri della gestione delle code per le visite e gli esami ambulatoriali? Abbiamo dovuto sopportare un attacco feroce (per fortuna respinto grazie alla grossa mobilitazione sociale e prima di tutto delle Sardine) per tutta la durata della passata sessione elettorale, ma da quanto tempo la scarsa efficienza e l’incongruità dei servizi erogati era nel dibattito e nella condivisione dei giudizi dei nostri cittadini? Ciò ha fortemente limitato la percezione negli utenti dell’effettiva efficienza e dell’alta qualità del nostro Servizio sanitario, fornendo elementi distorsivi che ne hanno profondamente minacciato i valori di universalità, di socialità e solidarietà.


Un pensiero su “Covid-19 mette a nudo la riforma incompiuta della sanità

  1. Caro Ilaro
    il tuo articolo è ben strutturato ma non credo sia facilmente comprensibile da chi non è addentro al problema e conferma ancora un volta alcuni punti che sembrano un must negli articoli sulla sanità: il fatto che il sistema sanitario Emiliano sia eccellente e non criticabile e la eccellenza senza se e senza ma del pubblico sul privato.
    Sul primo punto ricorderai il mio tentativo di contestare Gianni De Plato che affermava di default la eccellenza della nostra sanità mentre io cercavo di far notare come la opposizione contestava soprattutto proprio la sanità.
    Invece di cogliere la palla al balzo e impostare nel programma una modifica di quello che non va si è ripetuta fino allo sfinimento questa affermazione di eccellenza.
    Affermare che le sardine ci hanno aiutato a fermare genericamente questa critica invece di accettarla e guardare a fondo le nostre mancanze non mi sembra una buona difesa e francamente sminuisce il ruolo delle stesse sardine.
    Per quanto concerne il dibattito pubblico/privato questo deve sicuramente prevedere un rigoroso controllo pubblico sul privato e nessun altro limite reale (tanto che in Emilia il costruendo IRCS a quanto si può sapere sarà misto pubblico/privato e centralizzato sul privato !!! ).
    Personalmente ho risolto due miei problemi sanitari non proprio irrilevanti al S.Raffaele di Milano senza spendere una lira perciò affossarlo perchè è privato non mi sembra né reale né intelligente. (Anche perchè al suo interno sta sorgendo una ottima Facoltà Medica)
    La Regionalizzazione della Sanità è forse un passo avanti ma va evidentemente corretta perché così come è attuata ha portato solo a deprecabili asimmetrie fra le varie regioni: certamente il difetto di controllo centrale sottolineato da Roberto Bin ha la sua importante responsabilità ma difendere la regionalizzazione dicendo che solo così si può conservare quello di buono che si è fatto nella parte migliore del paese è un non senso.
    E’ doveroso restituire al governo centrale la sua responsabilità anche semplicemente accentuandone le competenze alla luce della esperienza Corona Virus.
    Tornando al tuo articolo per renderlo più comprensibile alla folla occorre fare alcuni esempi dei “disservizi” e delle possibili cure: l’elenco e gli esempi che farò risentono del confronto della realtà italiana con quella spagnola che ho avuto modo di conoscere abbastanza: il problema come giustamente affermi è quello di creare una rete territoriale e strutturata di servizi di Medicina Generale e Specialistica sul territorio.

    Un semplice confronto elementare fra Italia e Spagna può servire a far capire meglio questa tua affermazione.

    In Italia se uno ha un problema va dal medico di famiglia che gli spesso lo vista poi nella grande maggioranza dei casi gli indica gli esami da fare perché per molti aspetti, anche di responsabilità, ormai ben poco si può fare con la sola diagnosi clinica senza definirla con esami strumentali.
    A questo punto il paziente va al CUP.
    Un mio conoscente, ricoverato per due giorni per problemi urologici, è stato dimesso con la prescrizione di fare ben 8 fra Visite Specialistiche ed Esami Strumentali e il CUP gli ha organizzato la cosa in sette giorni diversi e sei sedi diverse. E’ evidente che i costo reale di questo iter anche se “gratuito”, e soprattutto se il paziente deve essere accompagnato, è nettamente superiore a quello che si dovrebbe affrontare accedendo a un luogo privato che organizza le cose con due soli accessi, magari più vicini di quelli scelti dal CUP con il solo criterio di “farlo aspettare poco” criterio elettorale più che medico. Il problema non è quello della gratuità,teorica più che pratica, ma quello della qualità del privato.

    In Spagna esistono Centri della Salute (fondati e organizzati a partire dal 1985 circa) che sono veri e propri Day Hospital aperti tutti 12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana ma a Barcellona ad esempio ve ne sono due o tre che sono aperti 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno ed hanno anche alcuni posti letto per trattenere alcune ore i pazienti che non ti senti sicuro di rimandare a casa subito. E’ evidente che i Pronto Soccorso divengono immediatamente assolutamente sufficienti perché vi ricorre solo una piccolissima parte di quelli che i Italia ci vanno adesso.
    Nei Centri della salute ci sono circa 10 medici di Famiglia e 5 Pediatri di base, ciascuno con uno studio accanto al suo per lo infermiere addetto.
    I medici e i pediatri di base sono dipendenti del Servizio sanitario nazionale perciò ciascun paziente può accedere ed essere visitato anche se il suo medico di riferimento non è in servizio.
    Nel Centro vi è un piano dedicato alla diagnostica più comune e diffusa (Laboratorio, Ecografie, Radiologia semplice) nonchè alla Visite degli Specialisti che vengono a giorni fissi.
    Completa la struttura adeguato personale amministrativo, che prevede in alcune sedi anche traduttori da lingue non europee, in grado di organizzare gli esami richiesti accorpandoli il più possibile e eseguibili di solito sempre nella stessa sede.
    E’ chiaro che il sistema Spagnolo di medicina sul territorio è molto superiore a quello del CUP come è chiaro che la trasformazione richiede notevoli investimenti.

    Duole ricordare che la deprecata INAM aveva già un sistema simile: Mio padre ha fatto per anni servizio come Specialista Chirurgo presso uno dei Centri Diagnostici INAM che accentravano appunto alcune funzioni.
    Invece di conservarli e aggiornarli sono stati o aboliti o semplicemente occupati da sedi burocratiche.
    Anche molti Ospedali che sono stati chiusi avrebbero potuto invece essere adeguati e svolgere il servizio di Centro della Salute. Un buon esempio di questa trasformazione “virtuosa” è lo Ospedale di Bazzano che mantiene alcuni posti letto e accentra sia la guardia medica che un certo numero di specialisti ma corre voce che vogliano chiudere anche quello.
    Forse questo mio sforzo di fare chiarezza elementare di quanto sarebbe necessario meriterebbe di essere pubblicato come tale su Cantiere Bologna. Cari saluti
    Alessandro Faenza

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