«Ma stai sicura amore», cronaca di una quarantena digitale

Affidiamo la nostra vita reale a nuove applicazioni che ci tengono in contatto con le persone e con i luoghi e con le abitudini che non vogliamo perdere. Quando la pandemia sarà finita, che uso faremo di questa tecnologia con cui siamo entrati in confidenza?

di Caterina Capelli, designer


«Quando tutto sarà finito» è la frase che leggo più spesso, che più di frequente mi ritrovo a scrivere, che più compare nelle conversazioni di Whatsapp, nelle caption delle immagini sui social o nelle storie di Instagram. «Quando tutto sarà finito, ti ci porto. Quando tutto sarà finito devo farti provare quel ristorante, andiamo a quella mostra, andiamo a ballare. Non vedo l’ora di bermi un buon gin tonic, quando tutto sarà finito. Chissà se quando tutto sarà finito potrò venire a trovarti».

In questo periodo di isolamento, la costante è la voglia di stare insieme, di sentirsi vicini, di parlarsi. Per questo qualche giorno fa, a una settimana dal lockdown, ho deciso di arrendermi al fatto che le cose non sarebbero cambiate per un po’ e accettare l’invito a partecipare a una videocall con il mio gruppo di amici. Ci siamo dati appuntamento e si è posto il problema di scegliere una piattaforma. Quale? «Dai facciamola su Facebook – hanno detto – lì ci sono i filtri».

Questo è stato il mio esordio con le videochiamate in Realtà Aumentata, mai provate prima. Per molte persone come me, che non sono abituate a mantenere le proprie relazioni a distanza, ricorrere a queste piattaforme rappresenta una novità. E così ci incontriamo in quattro su uno schermo, che riflette le nostre versioni “aumentate”: io ho una parrucca di lustrini e il filtro bellezza, uno “indossa” occhiali da sole che riflettono un deserto virtuale, poi c’è chi ha una rosa in bocca, e un terzo che alterna a proprio piacimento angioletto e diavoletto. C’è un filtro che ingrassa, e uno che fa uscire cuoricini in 32 bit dalla tua bocca quando parli. Accediamo alla sezione Attività e ci ritroviamo a giocare a quale di noi quattro (nel frattempo diventati unicorni) prenderà più ciambelle con la testa. Abbiamo parlato poco ma riso molto.

Da li in poi si è intensificato il mio utilizzo di Facebook e Instagram (che funziona in modo analogo), due app che mi concedono quel momento di svago in compagnia che fino a qualche settimana fa era la quotidianità. Stamattina ho assistito con commozione alla laurea del mio migliore amico via Skype. Poi ho organizzato una “cena tra amiche” che comprendeva me e il mio smartphone appoggiato a un bicchiere di vino, e altre due ragazze in video su Whatsapp. L’aperitivo in videochiamata sta diventando, per molti, la normalità.

Ma quelle di messaggistica non sono le uniche app che hanno registrato un boom da Coronavirus. In questo periodo stanno crescendo le applicazioni che ci permettono di fare cose che altrimenti non potremmo fare. Non possiamo andare al cinema, per fortuna c’è Netflix. Fame? Nessun problema, ci sono sette piattaforme di delivery in Italia ora più attive che mai, che puntano tutto sulla consegna sicura “senza contatto”. E per la spesa? Basta scegliere il supermercato. La laurea è in diretta streaming e mia madre tiene le sue lezioni ogni giorno tramite Google Meet. Su Discord si gioca in tanti, e le feste si fanno con House Party. In strada non si può andare, e così nascono piattaforme, come Skylinewebcams, attraverso le quali accedere a webcam in giro per l’Italia, e visitare le città da lontano. Sarei dovuta andare a Stoccolma, proprio nei giorni in cui l’Italia ha chiuso le sue frontiere, ad assistere a uno spettacolo della mia amica Rebecca che là fa l’attrice. I miei voli sono stati cancellati, ma ho partecipato comunque grazie alla diretta live su Instagram, e mentre facevo jogging per le strade deserte della mia città sono riuscita a non perdermi nemmeno un minuto.

Comunicare non è l’unica cosa di cui sentiamo la mancanza. Ora più che mai noi tutti abbiamo fame di cultura. Abbiamo bisogno di musica, di teatro, di arte. E in un momento così cupo tutti si attivano, sfruttando nuovi format, per colmare questo vuoto. C’è Calcutta che con Tommaso Paradiso ha scritto il singolo della quarantena in diretta Instagram, che fa così: «…ma stai sicura amore, non ci laveremo più le mani per baciarci ancora, quando riapriranno i locali». C’è il Museo Egizio di Torino, che ha messo a disposizione videotour online e organizza visite guidate tramite le dirette Facebook. C’è UGO, l’app per eventi che ha lanciato un live di musica techno in diretta streaming, e i ricavati dei biglietti simbolici che le persone acquisteranno verranno devoluti alla Croce Rossa Italiana. UGO è nata a Bergamo, una delle città più colpite dal virus, e proprio da lì riparte per farci ballare, anche se dal soggiorno di casa nostra. Ci sono dj più o meno conosciuti che ogni sera trasmettono la propria musica live su Instagram. C’è Virginia che ha imparato a mixare i brani scaricati da Youtube e produce tracce nuove da condividere con i suoi amici. C’è Francesco che ha un negozio di vinili e ora che è chiuso trasmette in diretta video del suo giradischi in azione. E anche Chiara, che dalla casa fuori città sta componendo con voce e chitarra il suo “album della quarantena”.

Quando tutto sarà finito, senza dubbio avremo imparato qualcosa, nel bene e nel male. Strumenti digitali come app o altre piattaforme sono diventati un prolungamento di noi di cui, in questo momento, non possiamo fare a meno. Quando tutto sarà finito, come useremo questo universo digitale con cui stiamo entrando così in confidenza?


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