Ma che problema c’è a festeggiare la libertà?

Ci sono date fondanti l’idea stessa di un popolo. Il 25 aprile non fu solo la vittoria di una parte sull’altra. Fu la fine della guerra, dell’oppressione, dell’odio. Da quel giorno anche chi non è nato partigiano è potuto diventarlo, crescendo. E capendo la storia dei delitti di chi ci aveva portati a una guerra distruttiva e umiliante. Essere liberi dovrebbe essere festa anche per chi ha perso

di Giampiero Moscato, giornalista


Da bambino il 25 aprile non lo vivevo come giorno di festa. Lo percepivo (ero un bimbo ingenuo) come la vittoria degli americani sui tedeschi, con gli italiani bombardati dagli yankees e rastrellati e fucilati dai “crucchi”. E pure in guerra tra loro, gli italiani. Sporca guerra, la guerra civile. Ammesso che una guerra possa essere pulita. Certo, gli americani mi erano simpatici. Ero ben contento che avessero vinto loro: sorridevano sempre, donavano sigarette, cioccolata, buona musica, avevano la televisione, il cinemascope. Avevano anche le fortezze volanti B17, tuttavia. Ci avranno pure liberato, ma ci hanno raso al suolo, riflettevo. Nemmeno tanto ingenuo, a ripensarci. Ma la guerra è guerra, no?

La mia storia è sempre stata un po’ complicata da rimettere in ordine, almeno per uno confuso come me. Anagraficamente si può dire che io sia di Bologna. In effetti sono il primo bolognese della famiglia, tant’è che mio padre voleva chiamarmi Petronio. Mia madre riuscì a evitare che il secondogenito portasse un nome così impegnativo e si arrivò al meno compromettente Giampiero. Forse papà avrà pensato allora che coinvolgendo sia Giovanni che Pietro avrei ricevuto magari più auguri, attenzioni, ricorrenze. Mai successo. Il 14 luglio, in compenso, complice la presa della Bastiglia, ho sempre goduto come un bimbo. Soprattutto le volte in cui ho festeggiato il compleanno sugli Champs-Élysées, illudendo (Ça va sans dire) a basso prezzo il mio super ego.

Mio padre era napoletano, anche se nacque in quella Teano che, per la famosa stretta di mano, fu destinata a rappresentare il sigillo dell’unità d’Italia. Combatté, il mio vecchio, la guerra in Montenegro e in Albania. Dopo l’8 settembre sbarcò miracolosamente, per la propria vita e per il suo destino, in una Brindisi già sotto il controllo degli alleati. Proseguì così con la divisa dell’esercito di liberazione. Il fato gli sottrasse la scelta da che parte stare. Chissà quale avrebbe scelto. Non glielo chiesi mai. Purtroppo non posso più.

Mamma era nativa di Fiume, ora Rijeka, di padre austriaco e madre di ceppo sloveno, come testimonia il cognome Karbich. I due fratelli più grandi nacquero austriaci, lei e una sorella italiani, come italiana era la lingua principale in una famiglia necessariamente trilingue. Nel 1948 scelsero di non diventare jugoslavi. Persero tutto. Sfollarono nel campo profughi di Novara, in quello che sarebbe diventato il quartiere Dalmazia. Considerati fascisti, per questa scelta, non solo dal regime di Tito, ma anche dai comunisti italiani: doppia beffa. Il nonno Andrea Pok era socialista, uno zio morì nelle carceri di Mussolini, un cugino non tornò a  casa dopo essersi unito alla lotta partigiana. Non mi sembrò, per quelle terre, una gran liberazione. Nemmeno oggi.

Per me (ripeto, sono confuso) è sempre stato difficile capire il senso degli eventi divisivi. Quasi impossibile d’istinto. Magari un po’ meno con lo studio e col ragionamento. Pian piano ce la feci.

Ricapitoliamo. A spanne. Non serve essere storici raffinati, anche se senza il loro lavoro non avrei nemmeno le spanne. L’Italia esce vincitrice dalla Grande Guerra, ma terribilmente impoverita. Nei campi  e nelle fabbriche chi lavora non si sottrae alla fame, i reduci non trovano protezione in uno Stato allo sbando. È il caos. Chi rivendica diritti si batte contro chi, per difendere i privilegi degli  agrari e dei padroni delle ferriere, non esita a usare una brutale violenza. Ci sono così scontri e scorre il sangue, ancora. Vinceranno in breve quelli messi  a difesa, come cani da guardia dei privilegi, di chi affama la popolazione. Andrà così al governo Mussolini coi suoi fascisti allevati nei famigerati Fasci di Combattimento.

Tra i tanti loro delitti successivi alla presa del potere, uno su tutti li mise a rischio di cadere: il massacro di Giacomo Matteotti. La viltà di molti parlamentari trasformò quella che avrebbe potuta essere l’inevitabile caduta di Mussolini nell’occasione dell’inizio della piena dittatura. Fine immediata e brutale di un’ancora acerba democrazia. Assassinio plateale delle libertà. Il famoso discorso minaccioso in Parlamento. Poi le guerre coloniali, le vergognose leggi razziali, fino al colpo di pugnale alla schiena a paesi fratelli come la Grecia e la Francia per sedersi al tavolo dei vincitori con una manciata di morti. Altro che manciata. Altro che vincitori, seppur sleali. Piuttosto la disfatta di una guerra ingaggiata senza testa, l’oltraggio subito dai tedeschi con Salò, la guerra civile, le bombe al fosforo, la risalita di eserciti stranieri e tante, troppe Marzabotto.

Bene. Dall’adolescenza mi è ben chiaro da che parte stare. Quel 25 aprile, chi aveva causato tutto questo smise di essere in condizione di nuocere al resto del mondo e soprattutto a noi italiani. Si possono perdere le guerre ma poi conquistare la libertà. Questo è per me il 25 aprile. Festa della democrazia, dei diritti, dell’autodeterminazione. E non capisco davvero come non possa essere una festa anche per i nostalgici degli sconfitti e per i loro sodali. Hanno potuto vivere in quella piena cittadinanza che loro da vincenti negarono ai loro oppositori e che avrebbero continuato a negare se non avessero perso. Diventino adulti anche loro. Sarebbe una festa davvero.

Io non sono nato partigiano. Lo sono diventato crescendo.


3 pensieri su “Ma che problema c’è a festeggiare la libertà?

  1. Carissimo Giampiero, sono molti i motivi per cui mi fermo e respiro un momento leggendo questo tuo pezzo, che a me pare magistrale. Come tu ben sai io non ho però una grande esperienza in materia di giornalismo. Qui però ho potuto fare l’esperienza di essere dentro una vera scrittura, quella che compie quel piccolo miracolo di andare oltre la computazione, “la narrazione”, come ora va di moda riferire. Ma non posso compiutamente e analiticamente dirti ora il perché (questo lo so bene). Tra letteratura e fatti c’è di mezzo per l’appunto l’enigma irriducibile della cipolla: tu sfogli sfogli sfogli sfogli per andare al nòcciolo della questione. Ma ti ritroverai ad avere smembrato tutta la cipolla in tanti e tanti fogli ma del nòcciolo non troverei traccia.
    Però quella tua chiusa così puntuale, morale e non moralistica. Semplice e luminosa. Come il genio poetico di Whitman che sull’orlo della sua poesia ti guarda in faccia e ti dice: e tu da che parte stai? Quale sarà il tuo contributo? Da che parte starai?
    Ecco, io che sono un sentimentale, perché è solo col sentimento -me ne sono persuaso dopo i cinquant’anni- che posso e so essere cittadino, me la porto e me la porterò dentro come un piccolo grande evento storico. La mia storia. Forse ognuno di noi deve essere accolto e compreso dentro la Storia e dentro il Destino. Solo così la Libertà è sapore e scelta fra sé e l’Altro.
    Tu hai avuto il destino di favorire e veicolare le notizie per tanti decenni, nella tua vita professionale. E io sono commosso, oggi, per come invece, leggendo queste poche parole di grande letteratura, riconosco un sentimento di appartenenza personale nella filigrana del servizio e del lavoro.
    Forse questa è la militanza di cui tanto mi ha parlato Roberto Roversi, anche lui partigiano.
    Dunque fai parte della mia storia, in questa Dopostoria, e del cammino di cittadinanza che stiamo ancora facendo, in questa quarantena che sfida la nostra capacità di orientamento.
    Questa tua chiusa è formidabile, lo ripeto, e mi ricorda anche la bella testimonianza di Pasolini quando raccontò che lui la Resistenza la fece scegliendo di fare scuola a chi era rimasto a casa, in Friuli, con la madre, anziché salire sui monti col fucile in spalla (come il fratello Guido). E non per contrapposizione, o diversità di vedute, ma per spirito gregario e cooperante.
    Altro che divisiva, questa circostanza. Mai come ora io sento il desiderio, la gioia, l’orgoglio e la dignità di questo sentimento di essere parte.
    Ecco, sono soccorso da una parola con cui corro a chiudere il mio partecipe commento alla tua bellissima pagina. È la parola Risveglio.
    Sento proprio che questa testimonianza così intima e personale punta nella direzione di dare ordine alla memoria, con intelletto sapiente, in vista di un Risveglio.
    Grazie per questa tua scelta, davanti alla quale non si può non rispondere.
    W la Resistenza! W la Liberazione! W la Costituzione!
    Perché la cittadinanza sia forza e coscienza amica!

    Tuo Gabriele Via

  2. Con sorprendente capacità di rispetto delle regole, gli italiani da due mesi a questa parte vivono chiusi in casa. E cominciano a essere stufi, ma continuano ad accettare, e si mandano foto e video, e imparano a fare le videochiamate, e continuano, diciamo così, a prenderla con filosofia. In molti piangono la perdita del nonno, che si è spento in ospedale, o in una casa di cura, ma nello stesso tempo accettano. E celebrano chiusi in casa la festa della Liberazione, dicendo che è un po’ come il 25 Aprile dei loro nonni, quello di 75 anni fa. Allora mi sembra opportuno rimettere le cose a posto.

    No, il 25 Aprile 2020 imposto dall’allarme mediatico del coronavirus non ha niente, niente a che vedere con il 25 Aprile del 1945. Perché la festa della Liberazione ha molto a che fare con la parola Libertà, direi che si sovrappone ad essa. La festa celebrata sabato chiusi in casa, invece, con la parola Libertà non ha niente a che vedere. Primo, perché a differenza degli italiani del 1945 noi oggi abbiamo tutti la pancia piena, anche troppo. Secondo, perché libertà non significa cantare dal balcone Bella Ciao in cento versioni diverse. Terzo, perché liberi non lo siamo affatto.

    Se è vero, come sembra, che per tutelare la nostra salute saremo chiamati ad aderire ad una app di contact tracing, allora davvero la Libertà è a rischio. Se è questa la libertà che ci porta in dono questo 25 Aprile 2020, allora io dico che non siamo affatto messi bene. Questa cosa, di una gravità inaudita, sta invece passando nel dibattito pubblico come se fosse scontata. “Tanto rintracciabili lo siamo già” dicono i suoi sostenitori, come se fosse un argomento. Questa cosa della app, invece, meriterebbe una discussione non solo approfondita, ma cruciale, a livello parlamentare se non di più, a livello Costituzionale. Perché, tradotta in termini pratici significa questo: se vado al mare, in montagna, in campagna, se vado a trovare mia mamma, mia zia, la mia fidanzata, il mio amico, posso anche essere arrestato. Perché metto a rischio la salute pubblica. Dunque l’autorità pubblica deve sapere sempre, in ogni momento, dove sono, con chi sono, cosa faccio. Ma vi sembra normale?

    Vi sembra normale che siano i medici a dettare la politica? No, qui c’è qualcosa che non va. Allora se vogliamo davvero dare un senso al 25 Aprile 2020, proviamo a riflettere seriamente sullo strana primavera che stiamo vivendo. E cerchiamo di dare alle parole Libertà e Liberazione il peso che davvero meritano.

    Luciano Clerico

  3. Domanda: perché il 25 aprile, la festa della Liberazione dal nazifascismo, non riesce ad essere ancora un’occasione condivisa da tutto il popolo italiano? Perché, nonostante ogni tentativo di farne motivo fondante della Repubblica, non riesce ad assurgervi?
    Perché la stessa Repubblica non riesce ad essere mito di sé stessa e vero collante della comunità nazionale?
    Questioni da storici e da intellettuali più raffinati di me, certo.
    Eppure vale la pena interrogarsi sul perché l’Italia rimanga ancora un Paese sostanzialmente diviso, dai redditi, dalle culture e non solo dai dialetti. Un Paese in cui a un Nord che dà vita alla Lega risponde un Sud che rispolvera i Borboni e trasforma autonomie in rivendicazioni di alterità.
    L’idea di Nazione, titolava Federico Chabod.
    Sta di fatto che in 160 anni tre grandi traumi hanno fiaccato lo spirito risorgimentale delle “italiche genti”.
    1) L’Unità, di fatto una conquista militare mai dimenticata dai meridionali.
    2) Il Fascismo, che ha costituito una cesura storica profondissima e che politicamente spacca ancora il Paese.
    3) La mai risolta Questione meridionale.
    E quindi torniamo alla prima domanda: perché la Liberazione non riesce ad elevarsi a mito fondante e unificante della Repubblica?
    Perché la Liberazione fu un fenomeno sviluppatosi essenzialmente nel centro-nord.
    Secondo, perché la Resistenza fu egemonizzata dai dirigenti comunisti nonostante comprendesse forti nuclei socialisti, cattolici e azionisti.
    Terzo, perché fu seguita da anni di vera e propria guerra civile, vedasi le vicende del Triangolo della morte. (Gli storici inglesi la chiamano infatti “civil war”).
    Quarto, perché per ogni vincitore c’è un vinto (i seguaci della Rsi e i milioni di italiani che avevano sostenuto il fascismo) che tace ma non scompare all’improvviso.
    L’originalità politica e geografica della Resistenza ne fanno, a distanza di settantacinque anni, un fenomeno difficilmente unificante. Così come l’esito del referendum Repubblica-Monarchia (54% contro il 45) che ci consegnò un’Italia spaccata.
    LA COSTITUZIONE
    Questo sì elemento fondante e unificante della Repubblica, alla cui stesura diedero il loro contributo le menti migliori. Con essa si crea la Nuova Italia e si prova anche a riunificarla davvero incalzati dall’autonomismo siciliano da una parte e dagli attentati in Sud Tirolo dall’altra. Le Regioni autonome sono una prima risposta alle tentazioni secessioniste.
    La fine del latifondo al Sud con la riforma agraria, l’avvio della Cassa del Mezzogiorno e l’intervento delle Partecipazioni Statali trasformano nei decenni successivi l’economia di molte regioni. Ma l’operazione finisce per fallire travolta dalle corruttele della Prima Repubblica e dal crollo della Dc.
    Il Sud verrà abbandonato a sé stesso e le mafie, negli ultimi tre decenni, ne hanno fatto banchetto a livello di appalti, mercato del lavoro, controllo sociale e politico. La globalizzazione ha fatto il resto, con un Nord sempre meglio agganciato all’Europa e un Sud lasciato alla deriva, fonte di nuove emigrazioni.
    Ma il Sud la sua risposta forte alla fine l’ha data: prima con la bocciatura del referendum di Renzi, poi la con la scelta, compatta, per i grillini e per il reddito di cittadinanza. Non è un caso che i leader del Movimento (Di Maio, Fico, Di Battista) siamo tutti meridionali.
    Insomma, il Sud abbandonato si è ripreso Roma. E questo, ancora una volta, dimostra quanto sia autolesionista per il nostro Paese accantonare la Questione meridionale. La Storia si vendica, sempre.
    Ecco perché, oltre che quello della Liberazione, anche il mito della Repubblica non riesce ad essere fondante. Perché l’Italia non è ancora una, sono almeno due.

    POST SCRIPTUM
    I trentenni di oggi, per fortuna, sono ben diversi da noi sessantenni e più.
    Con Erasmus e Ryanair sono diventati figli dell’Europa, oltre che delle patrie d’origine. Emigranti per studio o per necessità si mescolano agli altri coetanei di Berlino e di Londra, di Barcellona e di Dublino. E cambiano, per fortuna. Sono diversi da noi, meno condizionati da scorie ideologiche e dagli ingombranti ricordi che ancora negli anni Settanta, ad esempio, armavano le mani dei primi brigatisti.
    Quegli anni appaiono ora molto lontani, i giovani di oggi sono diversi da noi.
    Eppure, per chi torna dopo un periodo di studio o di lavoro all’estero, per quelli che non sono mai andati via, per quelli che faticano a trovare un posto in questa Italia, il mito vero, forse, non è la Liberazione ma l’Italia di Volare, quella del boom e della piena occupazione. Più che un mito, un sogno.

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