Tra task force e dintorni, se ne va una generazione

Data storica, il 4 maggio. Si riapre, almeno un po’. E che succede? Che salgono a 15, con 448 esperti, le cosiddette “task force” incaricate a vario titolo dal Governo di gestire l’emergenza. Ci stanno prendendo per i fondelli? Servirebbe una e solo una linea di comando, mentre si sta congedando dal mondo la leva del nostro dopoguerra. Giù il cappello, “esperti”: abbiate almeno il decoro del silenzio

di Luciano Clerico, giornalista


Scrivo da Milano, capoluogo di una Regione che è la più attaccata da questo morbo infame, colpita più gravemente anche per colpe proprie, contingenti alla crisi oppure di sistema, dunque preesistenti. Fatti analoghi in Emilia-Romagna sono accaduti solo nel Piacentino, mentre molto bene, a quel che si può osservare, sono andate le cose nel resto della vostra Regione. Che ha gestito con misure giuste il nascere di focolai come quello di Rimini o, nella vostra Bologna, di Medicina, come avete ben raccontato. Gestione emergenziale, giusti controlli a tampone nelle aree più a rischio, contenimento dei contagi, buona organizzazione sanitaria, ottima collaborazione pubblico-privato (altro che la netta divisione lombarda) e numeri di posti letto in terapia intensiva più che sufficienti a sostenere l’onda d’urto di Covid-19 hanno prodotto risultati encomiabili, contro un virus ancora imbattibile. Da noi, invece, meglio stendere un velo pietoso sulla gestione di Alzano Lombardo e Nembro, in provincia di Bergamo. Perché scrivo su Cantierebologna.com? Perché è un luogo di discussione, un cantiere di idee e di progetti. Ma soprattutto perché anche a Bologna e in Emilia-Romagna sembra andare di moda un sistema macchinoso quanto inutile.

Il 4 maggio si riapre che siamo arrivati a 448 (quattrocentoquarantotto). Non è poco e non è detto che non possano crescere ancora. Sono gli esperti delle 15 (quindici) cosiddette “task force” incaricate a vario titolo dal Governo di gestire l’emergenza. Fase 1, fase 2, lockdown, apertura, chiusura, app, ordinanze, protocolli, disposizioni. Eccetera. Quattrocentoquarantotto persone (pagate) per organizzare la nostra vita. Gli italiani, rassegnati, accettano, si adeguano, obbediscono, diligenti e passivi. Ancora per quanto? Perché di fronte a tutti questi esperti, un dubbio prende forma, e cresce, e si diffonde come un virus altrettanto democratico quanto il Covid-19: ma non è che stanno andando per tentativi? Che, per quanto commesso in buona fede, un errore tira l’altro? In ultima analisi, e a quasi due mesi da Codogno, non è che mi stanno prendendo per i fondelli? Invece di rafforzare UNA, e una soltanto, linea di comando, qui ne stanno creando a decine, e quella delle app, e quella della filiera, e quella dei tamponi, e quella del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia-Romagna, della Campania, e del Mes, e dell’anti-Mes, e intanto la gente continua a contagiarsi, ammalarsi, guarire o morire (a seconda) nonostante sia chiusa in casa da settimane. Ma com’è?  La domanda è legittima. Almeno quella, per favore. Anche perché se ne sta andando gran parte di un’intera generazione. E al riguardo mi piace riportare questa testimonianza, attribuita a uno pneumologo di Torino, ma non conta di chi sia, conta come testimonianza in sé.

 “Se ne vanno. Mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente o il freddo pungente. Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat 500 o 600, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringa la mano, senza neanche un ultimo bacio”.

Ecco. Agli “esperti”, TUTTI gli “esperti”, siano essi politici o no, lombardi, piemontesi, veneti, emiliano-romagnoli, campani, oggi io dico: giù il cappello, e abbiate almeno il decoro del silenzio.


4 pensieri su “Tra task force e dintorni, se ne va una generazione

  1. Francamente non capisco. Abbiamo avuto la malasorte di essere colpiti per primi in Europa e in modo massiccio. Siamo partiti per primi nella sperimentazione dei modi di reagire. Abbiamo avuto un record di casi e di morti. Oggi c’è tutto da ripensare. E ce la prendiamo con esperti e task force?

    1. Qual è il prodotto delle task forces? Le conferenze stampa dove in 40 minuti si capisce che nei seguenti giorni se ne diranno di ogni tipo prima di avere delle disposizioni molto opinabili e piuttosto imprecise tanto da richiedere ulteriori esercizi di esegesi? Contenti voi

  2. Ho 75 anni. Mio padre è morto nel 1967, a 53 anni, mia madre nel 1991, a 71 anni. Guerra: fatta. Difficoltà e stenti: come tanti. Boom economico: arrivato. Dispiaceri; accettati. Soddisfazioni: come altri. Cos’è tutto questo piagnisteo su una generazione perduta? Chi è sopravvissuto muore oggi dopo aver compiuto 80 anni, a volte brillantemente, a volte penosamente.
    Qualcosa di nuovo sotto il sole? Che la vita dura di più, poi arriva la morte.
    I gruppi di lavoro (ma piantatela con ‘ste task forces) mi indignano solo se vengono pagare troppo. Se invece fosse gente che sa dare uno sguardo all’insieme, individuare i dettagli organizzativi e i loro intrecci….sarebbero probabilmente casalinghe, che a un lavoro in più sono abituate

  3. Se potessi porre una domanda al capo del governo, ai vari componenti delle task force, ai presidenti di regione, ai dirigenti della PA, ai responsabili della protezione civile e agli scienziati dell’ISS, chiederei loro: dal primo momento in cui avete saputo dei rischi legati a questa epidemia, ed ormai è chiarissimo che questo avvenne almeno a gennaio del 2020, qual è stata la vostra priorità? Onestamente, senza trattarci come bambini, da istituzioni di uno dei paesi più ricchi e potenti del Pianeta. A cosa avete dato priorità?
    Detto questo, sono almeno cinquant’anni che questo paese è governato dalla paura, sono 42 anni esatti almeno che non siamo più sovrani (i corpi di Aldo Moro e Peppino Impastato, vittime sacrificali dei poteri che ci controllano), sono trent’anni che non cresciamo e non abbiamo una strategia, una visione, una priorità. Dunque non mi stupirei se alla prima domanda non si vorrà o saprà rispondere univocamente e chiaramente.

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